Non crescita e disoccupazione. Causa dell’euro, della crisi, della pubblica spesa o dell’insopportabile pressione fiscale?
di adminTrascurando la storia della crisi stessa, vogliamo domandarci, se la dolorosa situazione, in cui ci troviamo, sia proprio dovuta all’euro, alla crisi stessa o all’insopportabile nostrana pressione fiscale e come mai, altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, non siano che molto meno toccati dal mare di mali, nei quali sta soffocando l’Italia. Situazione caratterizzata, per considerare qualche indicazione, dall’aumento dei poveri, dagli stipendi e dalle pensioni in buona parte fra i più bassi, da un cuneo fiscale esagerato e da una pressione fiscale, che non ha uguali in Europa. Non parliamo della tassazione dell’impresa – tuttavia, continuamente pressata dalla richiesta di creare lavoro – e degli immobili delle famiglie, le quali ne sono proprietarie per un 80%…, a furia di sacrifici… La tassazione scoraggia ogni iniziativa privata – che è da sempre l’unico elemento, che crea ricchezza – e riduce fortemente la competitività, in linea di costo, del prodotto italiano. E abbiamo – sarebbe inutile dirlo – la pesantissima IVA al 21%!
Quanto all’incidenza della pressione fiscale sull’economia, essa è per l’Italia di un grave 44,6%, per quanto riguarda quella apparente, mentre è di un pericolosissimo 53,5% quella effettiva o reale, con costante discesa del reddito di chi lavora e, quindi, del potere d’acquisto dei cittadini. Mai si dice che una cosa è pagare un 53,5% su 1000-€ e altra cosa è pagare la stessa percentuale su 2000-€. Infatti, cosa importa, per fare un esempio, al cittadino danese, che nel suo Paese vi sia una pressione fiscale del 51,1% (ed un’IVA del 25%), se il suo salario è doppio del nostro? Praticamente, il peso di tale pressione e di tale aliquota IVA si riduce fortemente, grazie all’alto salario. E, su altro binario, osserviamo bene – altro esempio – che in Austria, l’IVA è al 20% e in Germania, al 19%, con stipendi ben superiori ai nostrani… Quanto a pressioni fiscali, in Europa, più alte di quella italiana, osserviamo, per esempio, quelle tedesca, olandese ed inglese, che raggiungono, ciascuna, un 41%… e andiamo a vedere come colà si comportino, per avere pressioni fiscali più basse della nostra e salari maggiori…, che, come detto, rendono meno pesante l’imposta… L’italiano, rispetto al danese, in ordine a quel poco che gli resta in portafoglio, ci rimette due volte: una, per la pressione fiscale altissima, e, due, perché deve pagare tale pressione, come si diceva dianzi, con salario più basso di quello danese, tedesco o austriaco… Pensiamoci bene…
Ma, perché queste cupe considerazioni? Perché ci ostiniamo a pensare che la grave e struggente problematica, che ci troviamo ogni giorno a trattare senza risultati, dipenderebbe in parte, a) dall’euro, che non permette svalutazioni, tanto amate da molti, ma indubbio segnale di cattiva conduzione economico-finanziaria, b) dal cambio, piuttosto alto, dell’euro stesso rispetto a quello di altre valute e, c) dalla crisi in essere stessa, e non dalla spesa pubblica, dalle troppe imposte (causate dalla spesa pubblica) e dalla burocrazia, che schiacciano senza pietà ogni iniziativa privata, sia esistente che in fieri? Ci viene da pensare, dunque, che ben al di là di tutto, la vera colpa della non crescita italiana dipenda più dall’altissima pressione fiscale, che macina denaro senza costruttività, che dalla crisi stessa. Proviamo: riduciamo la spesa pubblica in modo incisivo, riduciamo l’enorme mole d’imposte che frena ogni azione economica, anche dei singoli cittadini, eliminiamo la perdita di 130 miliardi annui di evasione, come già stiamo facendo, e teniamoci la crisi: non demoliremo il debito pubblico, cui va la massima attenzione, ma vedremo certamente la nostra economia e l’importante, sofferente contesto sociale vivacemente risorgere…
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