Stato, oggi. Stato per i cittadini o cittadini per lo Stato?
di adminStando alla citata definizione – che non pretende per nulla d’essere la più perfetta e che lasciamo agli studiosi ed agli esperti di migliorare e di perfezionare – ogni azione dello Stato deve, quindi, mirare unicamente al benessere della sua gente. Per la quale, quasi sempre, i rapporti con lo Stato, che, come abbiamo visto, dovrebbe esserle di aiuto, non sono semplici, a causa di un complesso di norme, di imposte – un centinaio, nella loro varietà – e di inciampi burocratici, spesso avvilenti, per i quali il cittadino si sente suddito, oggetto e non soggetto, di un organismo, il quale, pur finanziato dal cittadino stesso, non sempre lo tratta con il dovuto riguardo.
È chiaro, tuttavia, che per trasformare in realtà l’attenzione, cui abbiamo fatto cenno, lo Stato ha bisogno di denaro e non può, quindi, che pretendere tale denaro dai suoi cittadini, incassandolo attraverso il sistema fiscale. Una certa consolazione, tuttavia, per il cittadino pagante, detto burocraticamente “contribuente”, più contribuente che cittadino, è data dal sapere che tutti gli Stati vivono sulle entrate dell’Erario. Ma c’è da distinguere fra Stati a spesa contenuta, perché strettamente legata al minimo, al giusto e controllata al massimo, anche se diretta al meglio, e, quindi, finanziabile con imposizione fiscale accettabile, e Stati in cui la spesa (pubblica) è alta, altissima, superiore alle entrate, e tale da pesare troppo sulle possibilità economiche dei contribuenti, siano essi famiglie o imprese. Aumentare a queste il peso fiscale anche di poco, per rimpinguare le casse statali, significa paralizzare l’economia e impoverire il Paese. Le politiche demagogiche italiane del passato hanno portato a questo. Ora, ammontando il debito pubblico, nel primo trimestre di quest’anno, a 2.034.763 miliardi di euro, essendo così pari al 130,3% – esso era a circa il 35% del Pil, nei primi anni Settanta – l’unica soluzione per “tentare” di ridurlo – impossibile dire “di eliminarlo” – è quella di rivedere in modo incisivo la spesa pubblica, e mai comunque, a danno dei servizi essenziali, come ad esempio, la sanità, in tutti i suoi settori, cominciando dai costi più bassi, per giungere ai noti finanziamenti dei partiti, agli stipendi, alle pensioni di privilegio e ad altro, non dimenticando le necessarie riforme, suggerite dall’Unione Europea. Non più, quindi, finanza “allegra”, come recentemente, molto saggiamente ed apertamente, ha detto il presidente Enrico Letta. Ciò ci porterebbe sulla via di una più accettabile pressione fiscale – oggi a circa il 45% e una delle maggiori in Europa, non trascurando la forte differenza in meno dei salari nostrani, rispetto a quelli del Nord Europa – necessaria a fare crescere l’economia, creando, quindi, occupazione e benessere. Di questo – peraltro, cosa già nota, ma che non è male ripetere – quello che conta di più, quindi, è il serio contenimento delle spese dello Stato, degli Enti locali e delle Istituzioni pubbliche in limiti giustificabili e la chiusura di quelle entità, considerate non del tutto produttive…
Il fatto è che il taglio di tali spese va alquanto a rilento, mentre si continua a parlare di nuove imposte, dell’eliminazione di una e dell’introduzione di un’altra, quasi che sembra che lo Stato – ho settantasei anni e, da quando ho ricordi, la cosa continua – abbia l’unico compito di studiare, di inventare e di imporre sempre più nuove e sofisticate imposte, a danno delle tasche dei cittadini, anziché di sollevare gli stessi, con l’eliminazione di almeno una parte di esse. Azione, quest’ultima, che sarebbe, invece, il vero, mirato incarico che i cittadini, attraverso le elezioni, allo Stato demandano. Uno Stato che deve operare, con l’arte del buon padre di famiglia, per il popolo e non per mantenere se stesso. Di conseguenza, non si faccia l’errore, per ridurre il debito, che brucia ogni anno miliardi – tanto necessari, invece, all’economia – di introdurre nuove imposte e di vendere beni dello Stato, non ridimensionandone prima la spesa. Lo Stato – che costa quasi 800 miliardi l’anno, ossia più di 2 miliardi al giorno – deve togliersi di dosso la veste di pira delle risorse ed indossare quella vivificatrice dell’economia privata, non dimenticando i veramente più deboli.
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