Confindustria: approvato il “Manifesto” per la crescita tra diktat e ricette discutibili

di admin
C’era attesa per il Consiglio Direttivo di Confindustria che, in vista delle prossime elezioni politiche, ha approvato il cosiddetto “Manifesto” degli imprenditori da sottoporre a partiti e candidati di ogni schieramento.

In verità, c’era molta curiosità dopo le anticipazioni da parte di agenzie,organi di stampa e dei soliti ben informati sul contenuto dello stesso ma, adesso, il testo è ufficiale.
Prassi già nota che si ripete anche quest’anno con una serie di proposte che fanno di esso il solito cadeau de doleance, seppur meglio strutturato e propositivo rispetto al passato,va riconosciuto, ma che comunque pone al centro l’attività d’impresa come se fosse l’unica a poter rilanciare le sorti del Paese. In parte è così ma non è un dogma assoluto.
Da un accurata analisi del testo, il leit motiv sembra essere però sempre lo stesso: taglio dei costi, aumento della produttività,rilancio degli investimenti ed aumento dell’export, riforme istituzionali, di mercato e della PA.
Il tutto con un bel taglio alla spesa pubblica che gli industriali chiamano “terapia d’urto”, un diktat imprescindibile che consisterebbe nella drastica riduzione dei costi e nell’aumento della produttività attraverso, in primis l’eliminazione del costo del lavoro dall’IRAP ed il taglio di 11 punti sugli oneri sociali.
Quanto al rilancio degli investimenti privati, viale dell’Astronomia insiste sulla necessità di varare un credito d’imposta del 10% ed aumentare a 100 milioni di euro per tre anni i benefici fiscali.
Si parla poi anche di energia, ambiente, acqua e dei relativi risparmi, sempre per l’attività d’impresa.
Ed il sociale, il lavoro, i disoccupati, la sanità??
Qualcosa c’è e si riduce nell’incentivare forme di part time per chi ha più di 40 anni di contributi, vaucher per agevolare le donne nella sintesi tra lavoro e famiglia – assolutamente apprezzabile – così come non poteva mancare il solito credito d’imposta al Sud nella consueta (a nostro avviso, n.d.r) logica pseudo assistenzialistica.
Per non parlare, poi, della proposta di delegare la disciplina di alcune materie interamente alla contrattazione collettiva (e la legge?), per finire alla possibilità di modificare i contratti in corso d’opera che ha fatto fischiare le orecchie a parecchi.
Di Sanità,invece, si accenna in un capoverso dove si auspica, sostanzialmente, una maggior concorrenza tra pubblico e privato nell’erogare i servizi, uso dell’ICT e di un sistema fiscalmente integrativo delle prestazioni. Poco per quello che è uno dei problemi principali del Paese
Un phamplet,dunque, quello degli industriali certo ben articolato ma che riserva a problemi importanti per il sociale un peso francamente relativo.
Come realizzare tutto questo??
La parola d’ordine sembra essere la riduzione della spesa pubblica del 5% (l’1% annuo) , abolizione delle Province ed accorpamento dei piccoli Comuni,lotta all’evasione fiscale, armonizzazione (aumento) delle aliquote IVA e dei contributi per gli ammortizzatori sociali, riduzione dell’IRPEF. Stupisce, tuttavia, la circostanza che per “finanziare” tutto questo, Confindustria proponga un aumento dell’IVA, penalizzando ulteriormente una domanda ed investimenti fermi da anni.
Tuttavia, si ha la netta sensazione che tali proposte – a parte i tagli – non siano delineate con decisione ma quasi sussurrate per non sottrarre il primato delle necessità al manifatturiero, quasi che gli imprenditori non abbiano coscienza che in Italia sia altro a fare economia:servizi, turismo, terziario in generale, commercio.
Costo totale 316 miliardi di risorse, pubbliche ovviamente, con ulteriori tagli che si abbatteranno sugli italiani ancora una volta dopo la radicale ricetta Monti e che andranno a toccare, ancora, il portafogli delle famiglie.
Inoltre, ciò che decisamente stupisce, è la proposta circa l’abolizione del valore legale dei titoli di studio (se ne facesse una ragione chi ha studiato per anni, ndr),la liberalizzare delle tasse universitarie (già tra le più alte d’Europa), il tutto addolcito dalla richiesta dell’aumento delle borse di studio.
Quest’ultima proposta, sarebbe anche condivisibile in senso assoluto se, però, fossero modificate le modalità (reddito in primis) per accedervi, privilegiando esclusivamente il merito, in Italia pressoché ignorato.
Una volta attuate tutte queste proposte, gli imprenditori sono certi che il PIL tornerebbe a salire al 3,0% annuo già dal 2017, l’occupazione aumenterebbe di 1.756 milioni di unità,i conti pubblici migliorerebbero sensibilmente. E anche in questo caso le previsioni ci sembrano oltremodo ottimistiche.
Tra i primi a commentare il Manifesto Susanna Camusso, leader CGIL la quale ha affermato che “certe proposte fanno orrore e che se le intenzioni sono quelle di ottenere un’ulteriore flessibilità in entrata temo che il consenso sarà difficile ” riferendosi, evidentemente, alla proposta di lavorare 40 re in più all’anno ed a quella di flessibilizzare (ulteriormente, n.d.r) i contratti.
Con il dovuto rispetto, dal Manifesto non si evince quale dovrebbe essere il contributo della principale associazione industriale italiana, che non dice chiaramente quale sarà il suo apporto se non in termini di idee.
Tante parole, proposte (teoricamente) condivisibili ma la sensazione resta, ossia che non ci sia un’assunzione di responsabilità diretta da parte degli imprenditori, che si limitano ad analisi prospettiche ed accademiche la cui realizzabilità nel breve – medio periodo lascia più di una perplessità.
Per la serie noi proponiamo, tocca a voi eseguire quando invece,se (ancora ) sacrifici dovranno essere fatti, meglio sarebbe che a contribuire fossero tutte le componenti sociali, nessuna esclusa.
Certo, cosi com’è il documento sembra perfetto, leggendolo ci si sente quasi ottimisti ma la realtà è ben altra cosa, probabilmente sconosciuta al sesto piano del nero palazzo confindustriale.

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