«L’auto cambia, ma l’autoriparazione resta centrale: senza competenze il sistema si ferma»
di Matteo ScolariSe il mercato del nuovo rallenta, l’officina accelera. In una fase di incertezza sulle motorizzazioni e di aumento dei costi, gli automobilisti tendono a tenere più a lungo l’auto e a investire nella manutenzione. Un trend che rende l’autoriparazione un osservatorio privilegiato per leggere l’evoluzione dell’automotive, soprattutto in un territorio come Verona, dove il tessuto artigiano resta un pilastro economico. Ne abbiamo parlato con Massimo Speri, presidente di Confartigianato Autoriparazione Verona.
Presidente Speri, che momento sta vivendo oggi il settore dell’autoriparazione?
È un momento particolare ma, sotto certi aspetti, positivo. Il calo delle vendite del nuovo, dovuto ai prezzi e all’incertezza su cosa acquistare, porta inevitabilmente a una maggiore attenzione verso la manutenzione. Le officine lavorano, il movimento c’è. Il vero problema non è la domanda, ma la difficoltà nel reperire manodopera qualificata.
Le auto sono sempre più tecnologiche: come cambia il lavoro in officina?
Cambia profondamente. Oggi l’elettronica e l’informatica fanno parte integrante del nostro lavoro. Gli strumenti di diagnosi ci aiutano molto, velocizzano l’individuazione del guasto e riducono i tempi di intervento, con un beneficio anche per il cliente in termini di costi. Ma interpretare i dati richiede esperienza e formazione continua.
L’elettrificazione spaventa il mondo dell’autoriparazione?
No, non più. È già successo in passato, negli anni ’90, con l’introduzione dell’iniezione elettronica e dei catalizzatori. Anche allora sembrava una rivoluzione difficile da gestire. Oggi è lo stesso: servono corsi obbligatori, soprattutto per operare in sicurezza sui veicoli elettrici e ibridi, ma la categoria si sta adeguando bene.
Dal punto di vista dell’automobilista, cambia qualcosa nella manutenzione?
In realtà molto poco. Le auto moderne “guidano” il proprietario nella manutenzione: avvisi, spie, richiami automatici. Questo vale già da anni anche per i motori termici. Per l’ibrido resta una parte meccanica tradizionale affiancata da una componente elettrica, mentre sul full electric la meccanica cambia ma non scompare il bisogno di assistenza qualificata.
La carenza di personale è una criticità strutturale.
Sì, e non riguarda solo il nostro settore. Oggi in Italia mancano circa 40 mila addetti nell’autoriparazione. È per questo che la formazione diventa decisiva. Io stesso insegno e vedo quanto sia importante trasmettere passione e basi solide ai ragazzi, dai 15 ai 17 anni. Non si esce da scuola “meccanici finiti”, ma con le competenze per iniziare a crescere sul campo.
Che ruolo devono avere le scuole?
Fondamentale. Devono fornire basi tecniche reali e aggiornate. A Verona abbiamo scuole ben attrezzate e laboratori di qualità, ma il collegamento tra scuola e impresa va rafforzato. I giovani devono capire che questo è un settore con molte possibilità: meccanica, carrozzeria, elettronica, gommista, fino alla vendita e alla consulenza.
Anche la carrozzeria resta centrale.
Assolutamente sì. Anche sull’auto elettrica la carrozzeria c’è, anzi utilizza materiali sempre più complessi: plastiche avanzate, vernici speciali, nuove tecniche di riparazione. È un settore che dà anche una grande soddisfazione visiva ai ragazzi, perché il risultato del lavoro è immediatamente tangibile.
Che messaggio lancia al mondo dell’automotive?
Che senza competenze non c’è transizione possibile. Si può parlare di elettrico, digitale e innovazione, ma se mancano le persone preparate il sistema si blocca. L’autoriparazione resta un anello fondamentale della filiera automotive e va riconosciuta come tale, investendo seriamente su formazione e attrattività del lavoro.
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