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Occupazione. Molti i propositi e le promesse, ma, se non si concretizzano riforme e non si eliminano incisivamente imposte e burocrazia sull’impresa, è difficile creare lavoro.

di admin
Quando, ascoltando i telegiornali, sentiamo spesso ripetere che meta principale dell’una o dell’altra tendenza, è la creazione di lavoro e, quindi, di occupazione, non posso che dirmi d’accordo, sebbene tale precisazione sia essenziale dovere di chiunque abbia in mano le chiavi, per tale occupazione promuovere. Creare lavoro – l’attuale caso di Embraco, Torino, ci colpisce…

Umilia, tuttavia, il fatto che tale proposito di creazione di lavoro venga talvolta espresso, pur ben sapendo che, stanti le pesanti, soffocanti condizioni fiscali e burocratiche attuali, che gravano sull’impresa, di lavoro, in Italia, non se ne creerà mai, nell’entità necessaria, ad assorbire la persistente e pesante disoccupazione o, comunque, ben poco, nonostante la buona volontà e la capacità, che non mancano, di chi vorrebbe fare impresa. Peggio ancora, è, quando, per esempio, chi invita a creare lavoro, sa che un semplice capannone, nel quale lavora una squadra di operai, e che serve, quindi, ad avere un tetto, sotto cui garantirsi un salario o uno stipendio, viene a costare all’impresa, o meglio, ad un’impresina, migliaia di euro di IMU, l’anno. Il lavoro, che abbiamo, è il risultato, quindi, di veri miracoli, di gente, che crede nell’impresa, che affronta il rischio e che ad essa dedica impegno massimo e costante, affrontando pesi a non finire, quasi da eroi. Eroicità, derivante unicamente da passione, che permette di superare ogni intralcio o ogni problema, sia direttamente derivante dall’attività imprenditoriale, in quanto tale, sia da schiaccianti problemi fiscali e burocratici. Le difficoltà di chi s’imbarca in un’attività imprenditoriale, non sono poche, non sono facili da superare e, pensiamoci bene, agiscono da deterrente dinanzi alla minima intenzione di aprire bottega. Quella bottega, che crea ricchezza e lavoro. Ecco: chi chiede di creare lavoro conosce bene tale situazione, anzi, sa che la stessa punisce l’intrapresa, perpetuando uno stato di cose, che mai porteranno a sviluppi positivi, in fatto di nuova occupazione. Che non si crea con maggiore spesa dello Stato, detta, oggi, anche flessibilità di deficit o incolpando Europa od euro, o incentivando assunzioni a tempo indeterminato – un’impresa non appesantita da imposizione fiscale o da burocrazia, che produce e fattura, e che pure esporta, avrebbe tutto l’interesse ad impieghi a tempo indeterminato – se non creando una migliore atmosfera, per chi intende operare nell’economia, originando occupazione e Pil. Crediamo che, oggi, data l’attuale situazione economica italiana di troppo lenta crescita, di monumentale debito pubblico, con il suo costo, e d’internazionale concorrenza, con tanto di potente globalizzazione, su questi semplici concetti, sarebbero sicuramente d’accordo anche John Maynard Keynes e Milton Friedman. E non parliamo della ricorrente proposta di una patrimoniale, di cui, purtroppo, già in parte godiamo su casa, dalla quale dipende molta fonte di lavoro, su risparmio, di solito sudatissimo – e peraltro tutelato dalla Costituzione – e persino sul capannone, in cui lavorare… Vediamo, dunque, di svecchiarci, d’ammodernarci, di non mandare in fumo il poco, recentemente raggiunto, mirando ad un ‘nuovo’ produttivo, nel massimo rispetto di chi il lavoro presta. Non cerchiamo di rifugiarci in flessibilità finanziarie, fattrici di ulteriore debito pubblico, non trascurando il concetto di quella flessibilità in campo lavorativo, che è alla base del nuovo contratto, recentemente firmato dal sindacati di IG Metall, per i metalmeccanici tedeschi. Senza dimenticare che il progresso tedesco, in fatto di produttività, non deriva assolutamente da sfruttamento del lavoratore, ma dall’alta preparazione professionale e pratica di questi. Quanto, poi, ad una visione economica del mondo del lavoro e della burocrazia d’un tempo, non si può insistere sulla strada di antiquate visioni, costretti come siamo ad abbandonarla, non solo dal progresso, che in ogni attimo, che passa, cancella mille stadi del passato, ma, anche da elementi di fatto indiscutibili, che in mancanza di riforme e di alta preparazione di chi cerca lavoro, ci condanneranno a crescite sempre sottotono. C’e, poi, da rivedere, quindi, e a fondo, come ha fatto Donald Trump, il lato fiscale, che “deve” favorire le aziende e fare in modo di trattenerle nel Paese, con aliquote non solo accettabili, ma atte a contenere i costi, fonte di bassa competitività, e a favorire i lavoratori, anche nelle buste paga.
Pierantonio Braggio

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