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Europa: modesta, ma c’è, la tendenza alla crescita, previsto un +1,7% nel 2017; più lenta quella dell’Italia.

di admin
In fatto d’inflazione nobile, qualcosa si muove: un 1,7% previsto per il 2019.

Quanto sopra, ovviamente, non interesserà tanto chi, nell’Unione Europea, va già bene, ma, chi è in continuo affanno. Chiusosi il 2016, si può dire, senza suono di trombe, che l’Unione Europea, nel suo complesso – c’è chi è più veloce e chi lo è meno – si sta muovendo. Manca l’attesa velocità e, a passi di chiocciola, si procede. Nulla, tuttavia, è sicuro. Parliamo di quel 2% di benefica inflazione – che non dovrà, poi, essere superato, a garanzia della stabilità dei prezzi – che ci attendiamo da tempo e che sarebbe segno positivo di un’economia in espansione. Questo ci aspettiamo, specie nell’Italia dai mille problemi, primi fra i quali l’enorme debito pubblico e la demoralizzante disoccupazione… Due temi, cui l’Italia deve pensare attentamente, visto, poi, che la Banca Centrale Europea ha deciso di ridurre, da aprile, i suoi acquisti di Bot – non solo italiani – in quantità (da 80 miliardi a 60 al mese) pur continuandoli, per fortuna dell’Italia, sino a tutto il 2017. Un segnale, che fa riflettere, perché una cessazione eventuale del QE significherebbe fine dei tassi a basso livello, con le relative conseguenze, per cittadini ed imprese, ma, positive per le banche. Per quanto ci riguarda, gli acquisti di nostri Bot da parte di Mario Draghi ci hanno favorito, sostenendo gli stessi la quotazione dei nostri certificati, permettendoci non solo di rifinanziarci, con l’emissione di nuovi titoli, ma anche di – come detto in altre occasioni – di emetterli a tassi d’interesse accettabili, e di molto inferiori a quelli d’un tempo, e tali da non pesare eccessivamente sulla formazione d’ulteriore debito pubblico. Si aggiunga a ciò il vantaggio, non secondario, d’un euro debole – dovuto agli acquisti della BCE – rispetto al dollaro, euro attuale, che ci pone in grado di esportare di più… E non è poco, ma ricordiamo che, quantunque, con giusto orgoglio, offriamo notoriamente qualità, dobbiamo offrirla a prezzo competitivo… e che, sotto un euro debole, si cela una maggiore spesa per le importazioni di materie prime, spesa, che incide sul prezzo alla vendita dei nostri prodotti… Fa pensare, poi, e non poco, il fatto che se domani si riducessero fortemente o addirittura venissero meno – dobbiamo aspettarci anche questo, ben sapendo che Draghi non può comprare in eterno e che è prevista un’inflazione nobile, entro il 2017 dell’1,3%, per raggiungere, finalmente, un 1,7% nel 2019 e, perciò, abbastanza vicina all’atteso 2% – gli acquisti di Bot da parte di Francoforte, si rivaluterebbe l’euro, con conseguenti danni al nostro export, sebbene potremo comprare meglio all’estero e, al tempo, come sopra appena accennato, le nostre future emissioni di Bot richiederebbero tassi remunerativi (cedole) più alti, con più costi per le aziende, che si trovano anche con un quotazione del petrolio rinvigorita, con maggiore carico di debito pubblico e ovvio aumento del noto differenziale o spread. Sappiamo cosa ciò comporti… Sembra impossibile, ma, in economia, tutto è strettamente collegato, al punto che muovendosi un elemento, il moto di questo provoca ulteriori fibrillazioni, con vantaggi e danni… L’Italia, quindi, deve non trovarsi impreparata dinanzi ad una possibile cessazione – quando sarà – del QE, facendo di tutto per dare, sin d’ora, forza alla crescita e tenere alta la guardia, soprattutto risparmiando nel pubblico e ammodernandosi, realizzando riforme, anche perché alla globalizzazione non si sfugge e nessuno, ovviamente, intende spendere, per salvare Stati in affanno. Ci troviamo in una molto complessa situazione, aggravata da sismi terribili, da alluvioni, dal dovere di dare aiuto ai concittadini colpiti da tali eventi e dal noto afflusso di rifugiati. In campo europeo, è tempo, massimo tempo, di studiare ed applicare un minimo di misure, anche a piccoli passi, miranti a condurre ad un vero e proprio sistema fiscale unico europeo, frutto di convergenze accortamente poste in atto da tutti i Pesi membri, rinunciando, ciascuno, quindi, a qualche grammo di sovranità. Grammo in meno, che, in campo fiscale, significa chilogrammi di prosperità… Da soli – è noto – non si conclude che poco o nulla, specie di fronte alla sempre più agguerrita globalizzazione. Dobbiamo porre, però, in casa nostra le basi per un’economia di sostanza, atta a fare fronte alla concorrenza globale, altrimenti non ci sarà antidoto atto a sanare i nostri problemi. Neanche basterà l’iniziativa salvifica del QE (acquisto di Bot) di Mario Draghi, un QE, che negli Stati Uniti ha dato i suoi frutti e che ha gettato le basi per la loro attuale congiuntura in crescita, al punto di creare un rafforzamento del dollaro, che, certamente non favorisce l’export americano.
Pierantonio Braggio

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