VIOLENZA CONTRO LE DONNE. NEL VENETO LE RICHIESTE DI AIUTO SONO IN CRESCITA MA LE STRUTTURE PER FARVI FRONTE RESTANO ASSOLUTAMENTE INSUFFICIENTI.
di admin“A nove mesi dall’entrata in vigore della legge regionale n. 5 del 23 aprile 2013, “Interventi regionali per prevenire e contrastare la violenza contro le donne”, la CGIL del Veneto ritiene necessario un salto di qualità per la messa in campo di azioni concrete. La legge regionale, sulla quale come CGIL abbiamo dato un giudizio positivo, non sembra, tuttavia, aver modificato il quadro pre-esistente dal punto di vista delle risposte necessarie alle donne che chiedono aiuto.
Dai dati diffusi dalla Regione Veneto, a seguito dell’azione di monitoraggio-censimento delle strutture operanti nel territorio prevista dall’art. 7 della Legge, emerge un quadro preoccupante. Se i centri antiviolenza risultano essere 10 in tutte le province del Veneto, sono un numero insufficiente per garantire la necessaria copertura e per quanto riguarda le “Case rifugio” e le “Case rifugio di secondo livello” (che servono per offrire ospitalità temporanea a soggetti che non si trovino in condizione di pericolo immediato) parliamo di 7 “Case rifugio” (2 a Padova, 1 a Rovigo, 2 a Venezia, 1 a Vicenza e 1 a Verona) e 5 “Case rifugio di secondo livello” (1 a Belluno, 2 a Padova e 2 a Venezia).
Ora, in questi giorni è circolato un dato parziale, ma assai significativo, che riguarda il Centro Antiviolenza di Padova (Centro Veneto Progetti Donna), che ha raccolto – nel corso del 2013 – ben 720 richieste di aiuto da parte di donne (il doppio rispetto al 2012). Purtroppo non disponiamo di un dato complessivo a livello regionale, e a questo riguardo sarebbe opportuno che la Regione predisponesse un metodo di rilevazione il più possibile integrato tra i vari Centri antiviolenza, in modo da poter avere una fotografia complessiva e realistica del fenomeno e dei bisogni. Infatti dalle testimonianze di tutte le associazioni intervenute nel convegno pubblico promosso da CGIL Veneto il 25 novembre scorso a Treviso è emerso un aumento complessivo delle denunce e delle segnalazioni per cui appare evidente che non basta offrire alle vittime un punto di ascolto se poi non si è in grado di prospettare soluzioni (abitative, economiche, lavorative, di sostegno ecc.). Le associazioni che da tempo operano in questo campo (e giustamente la Regione nel censire l’esistente ha ritenuto di stabilire dei criteri in base ai quali valutare l’affidabilità dei soggetti cui erogare i relativi finanziamenti) che con generosità, competenza e scarsissimi mezzi operano nei territori, da sole non ce la possono fare. E’ indispensabile che la Regione promuova l’attività del Tavolo di coordinamento Regionale previsto dalla Legge per coinvolgere, come è previsto, tutti i soggetti – istituzionali e non – competenti per costruire prassi condivise, una rete di supporto fatta non solo di competenze ma anche e soprattutto di risorse concrete. Ad esempio è possibile ipotizzare che i Comuni più grandi, o più comuni in forma associata, possano attivarsi per aprire sportelli di accoglienza per donne vittime di violenza e recuperare abitazioni sfitte da adibire a Case Rifugio di primo o secondo livello ovviamente in rete con i Centri antiviolenza? Il costo di una simile operazione pure in un quadro di risorse comunali assai malmesse non sarebbe poi così proibitivo (visto che una grande fetta di lavoro viene svolta dai Centri antiviolenza sotto forma di volontariato….). Qualcosa, qui e là è stato fatto e si sta facendo, ma è ancora troppo poco a fronte della dimensione del dramma che colpisce ancora troppe donne nel Veneto”.
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