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INTERVENTO DEL CONSIGLIERE STEFANO VALDEGAMBERI IN OCCASIONE DEL DIBATTITO SUL REFERENDUM CONSULTIVO SULL’AUTONOMIA DEL VENETO

di admin
E’ una soddisfazione vedere come il tema dell’autonomia sia oggi oggetto di discussione in quest’aula. La questione veneta è rimasta per troppi anni irrisolta. Nonostante l’esperienza storica della Serenissima Repubblica di Venezia si sia conclusa nel 1797 e il Veneto sia entrato a far parte del Regno d’Italia nel 1866 , alcune specificità della vita politica…

Ai territori della Repubblica era, infatti, riconosciuto un significativo livello di autogestione sia amministrativa che delle proprie risorse, riconoscendo – ad esempio – ai territori periferici e di confine – qual è la Lessinia, particolari forme di autonomia e di autogoverno. L’unificazione del Veneto al Regno d’Italia è avvenuta attraverso un plebiscito “farsa” tenutosi nel 1866. A seguito dell’espansione e del consolidamento della Serenissima nell’entroterra all’inizio del XV secolo, si svilupparono delle pratiche virtuose che combinavano il mantenimento delle istituzioni locali con varie forme di identificazione con la Repubblica . Il policentrismo veneto è il frutto di quell’impostazione politica, rispettosa delle autonomie e delle peculiarità periferiche e locali. Infatti, l’imprinting socio-politico veneto è sempre stato fondato su un rapporto di sussidiarietà del potere governativo con il territorio ed ancor oggi ne vediamo la testimonianza nella grande eredità veneta di aggregazioni nate dal basso, dalla comunità locale, nel mondo della cooperazione agricola, creditizia, in quello sociale, sanitario e formativo-educativo. Ne sono prova i numerosi servizi all’infanzia, agli anziani, alla disabilità, le numerose scuole paritarie, nati ancor prima e in assenza dello Stato attorno ad iniziative filantropiche delle parrocchie e delle comunità locali. Con la caduta della Serenissima nel 1797 la sfiducia nei confronti della regolazione politica crebbe progressivamente, e il deficit di rappresentanza viene compensato da un triangolo di attori necessari per il mantenimento della coesione sociale ovvero l’impresa, la parrocchia e i notabili locali, dinamica destinata a riprodursi nonostante l’unificazione con l’Italia, come evidenziano alcuni studiosi di storia veneta. Il Veneto è una società che tenta di regolarsi autonomamente, lasciando la politica in secondo piano: la politica è risposta ai bisogni della gente costruita dal basso e non attesa di soluzioni dirigistiche e verticistiche calate dall’alto, dallo Stato. Lo Stato per i Veneti è costruzione di relazioni ed aggregazioni attorno alla famiglia e alla comunità dei vicini. Questa concezione ha contribuito a creare uno spirito diffuso di “localismo antistatalista”. In Veneto, un ruolo determinante lo ha giocato la Chiesa cattolica, da sempre punto di riferimento delle comunità locali e motore di sviluppo dal basso spesso in un rapporto di conflittualità e contrattazione con il centro. La successiva e persistente affermazione della DC nelle zone rurali e pedemontane è infatti il riflesso delle logiche localistiche della struttura economica e sociale, che tutela la comunità dallo stato centrale. Il boom della piccola e media impresa negli anni dell’ultimo dopoguerra pone le basi per un corto circuito nella consolidata modalità di interazione tra gli attori locali e lo Stato. E’ in questo periodo che si avvia una fase di espansione del sistema produttivo, a lungo considerato secondario dalle classi dirigenti locali e nazionali. L’area della piccola e media industria collocata nelle province pedemontane e rurali del Nord-Est rappresenta un modello nuovo di sviluppo, diverso da quello dal triangolo industriale. Lo sviluppo delle piccole e medie imprese venete è stato così tale da trasformare la regione nella seconda area industriale italiana, dopo la Lombardia. Si è creata una società che ha saputo unire identità e ricchezza ad un forte legame territoriale. La famiglia e la comunità locale contribuiscono alla trasmissione delle conoscenze, del valore del lavoro e delle competenze acquisite delineando un modello di sviluppo del tutto particolare, spesso criticato dai detrattori degli ultimi anni che lo hanno definito incapace di affrontare le sfide della globalizzazione, perché troppo piccolo ed autoreferenziale.
Figure come Franco Rocchetta, sono state in grado nei primi anni Ottanta a farsi interpreti delle istanze di questo modello che subiva progressivamente prevaricazioni e umiliazioni dallo Stato centrale creando un movimento di popolo e di opinione, la Liga Veneta. Ma prima ancora di lui è stato un democristiano, Toni Bisaglia a capire che il Veneto aveva bisogno di una politica nazionale diversa e che il crescente centralismo politico romano non si coniugava per nulla con il sentire della gente veneta che, coerentemente al proprio imprinting storico-culturale, anndava in senso diametralmente opposto.
Il democristiano “Toni Bisaglia va sicuramente collocato tra i grandi veneti della storia recente. Ricordiamo che ha saputo guidare la classe politica veneta a conquistare i vertici della politica italiana contribuendo in tal modo a favorire la ripresa economica della nostra società dopo un lungo periodo di sfruttamento delle risorse e di marginalizzazione del Veneto. Il suo sentire non era diverso da quello della primissima Liga Veneta: riportare la questione veneta nell’ordine del giorno politico e ridare libertà e possibilità di sviluppo al Veneto. Tentarono di bloccare questa nascente insorgenza politica mettendo fuori gioco l’intera DC ottenendo però l’effetto contrario con la diffusione nella società veneta di una forte coscienza e di una volontà politica decisamente autonomistiche e indipendentiste”, queste parole non le dico io ma le disse un indipendentista nell’anniversario dei 25 anni dalla sua morte. Egli parlava di fare una Dc veneta solo federata con quella nazionale, sull’esempio della Cdu bavarese con la Csu tedesca. Con questo avrebbe messo in pericolo molte rendite di posizione, al punto che qualcuno ha forse pensato bene di fermarlo.
E’ da questi presupposti che in data 2 aprile 2013, ho presentato, su invito di un gruppo di amici venetisti, il progetto di legge 342 “Indizione del Referendum Consultivo sull’Indipendenza del Veneto”. Ero allora parte del partito dell’Udc, ma prima di tutto ero un democristiano dallo spirito veneto, che voleva declinare i valori ideali di questo partito in un ottica veneta e locale, guardando prima di tutto al territorio, secondo gli insegnamenti e il sogno di Toni Bisaglia.
La cosa destò allora stupore, forse perché ci si era dimenticati che il valore del territorio e della veneticità dovrebbe essere un patrimonio universale, condiviso da tutti i veneti, da quelli più progressisti a quelli maggiormente conservatori. Non c’è nulla di strano che sia stato un democristiano veneto ad aver proposto questa iniziativa che aveva il carattere di forte sfida verso uno Stato da troppi anni sordo e lontano dalle istanze provenienti del territorio, fautore di una politica antitetica allo comune sentire veneto che invoca, invece, uno stato leggero e valorizza in primis le comunità locali ed i corpi intermedi della società: famiglia , impresa ed associazionismo in primis.
Il progetto suscitò un acceso e lungo dibattito. Vide da subito la convinta condivisione della Lega e di altre forze venetiste. Si acquisirono pareri da giuristi ed esperti del diritto internazionale su cui fondava l’iniziativa referendaria. Si arrivò alla fine, il 19 giugno 2014 alla trasformazione in legge del mio progetto originario: L.R: 16 del 19 giugno 2014: “Referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto”. Fu grazie a questo che nacque una proposta parallela, da parte di altri componenti del consiglio, che in un rapporto di condivisione si concretizzò nella L.R. n. 15 del 19.6.2014. “Referendum Consultivo sull’Autonomia del Veneto”, di cui oggi ci apprestiamo a discutere e a perfezionare.
La legge sull’Indipendenza – come era prevedibile – fu cassata dalla Corte Costituzionale ma tuttavia ha rappresentato un atto formale e fortemente significativo, un messaggio forte e chiaro proveniente da un parlamento locale legittimato dal voto dei cittadini. Senza questa iniziativa forse non saremmo qui oggi a parlare nemmeno di autonomia. L’autonomia è, infatti, il primo passo verso l’Indipendenza, così come ci hanno insegnato altre esperienze in Europa e nel mondo, Scozia in primis. Il Veneto non deve sottovalutare l’importanza di questo referendum. E’ l’unica volta che viene concessa ai Veneti la possibilità di manifestare il loro pensiero, certificandolo formalmente ed istituzionalmente. Un occasione unica che non va sprecata e che deve necessariamente vedere la condivisione di tutte le forze politiche venete, senza divisioni partitiche o di fazione. Non sprechiamola.

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