Affrancamento. Sarà rimborsata l’imposta calcolata e pagata su un valore azionario non realizzato, anzi, ora, del tutto inesistente?
di adminSarà rimborsata l’imposta calcolata e pagata su un valore azionario non realizzato, anzi, ora, del tutto inesistente?
Il pagamento suddetto è avvenuto in base una normativa del tempo, che concedeva la possibilità di versare al Fisco, in anticipo, una certa percentuale sul plusvalore acquisito da azioni, appunto, al 2008, pur in assenza di vendita delle stesse. In effetti, pur non essendo d’accordo sull’alta aliquota, che colpiva e che colpisce i surplus azionari, oggi, pari al 26% – nel 2008, la stessa era molto inferiore – non si può negare che l’affrancamento suddetto costituisse un certo beneficio, previsto per il futuro, per il portatore dei titoli in parola. Egli, infatti, avrebbe pagato un certo importo, in base ad un’aliquota inferiore a quella, che sarebbe stata applicata dopo la data concessa per l’affrancamento 2008 stesso. Successivamente, passato qualche anno, nel 2014, l’aliquota fu portata al noto, pesante e citato 26%… Chi avesse eseguito l’affrancamento, nel 2008, e avesse dovuto vendere successivamente le proprie azioni, avrebbe dovuto – segnaliamo necessariamente in breve e non con perfetta esattezza – sì pagare un importo derivante dall’applicazione dell’aliquota in vigore del 26% – calcolata anche sull’ulteriore maggiore valore acquisito dai titoli dal 2008 al 2014 – meno, tuttavia, i 2000-€ citati. A questo punto, va nuovamente ricordato che il valore delle azioni non quotate era puramente virtuale, solo scritto, quindi, e che avrebbe potuto essere realizzato, ovviamente, solo vendendo i titoli. Cosa, che, di massima, per migliaia e migliaia di azionisti non è avvenuta, data la fiducia attribuita all’istituto emittente e a tale investimento azionario, peraltro, notoriamente lontanissimo da ogni idea speculativa. Oggi, tutto è perduto, ma rimane il fatto che l’azionista, anche il più modesto, che avesse concretizzato detto affrancamento e quello successivamente previsto per il 2014, ha pagato, per esempio, i suoi 2000-€ o più, su un valore puramente ideale già allora – e nessuno sapeva della già difficile situazione, che conosciamo. Praticamente: è stato pagato un certo importo “su niente”… Ora, se sommiamo perdita in linea capitali, commissioni pagate su tenuta conto corrente (indispensabile, per così dire, in presenza di azioni), commissioni pagate sul deposito titoli e lo 0,20% d’imposta – non certo condivisibile, perché scoraggia il risparmio – pagato sul valore, peraltro già nullo, delle azioni in deposito, la perdita per il risparmiatore si è trasformata in disastro su disastro. E siamo giunti al dunque… Visto – che non si può assolutamente e giutamente pensare ad un rimborso del valore azionario perduto (bailout) e – viste sia le commissioni, che le imposte pagate sui conti correnti e sui dossiers-titoli, sarebbe corretto che fossero rimborsati ai numerosi sfortunati – che risparmiando in non quotate, a suo tempo, raccomandate, persino, come ottimo mezzo di risparmio per persone sotto tutela, non pensavano certo, come cennato, a speculazioni, ma ad un modesto accumulo annuale – gli importi d’affrancamento versati, appunto perché pagati, secondo quanto previsto dalla norma, ma, su valori virtuali o, meglio, poi, andati anche in fumo.
Pierantonio Braggio
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