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Lo 0,2% sul deposito titoli.

di admin
Costituzione, art. 47: La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme...

L’articolo 47 della Costituzione recita, quasi impone, che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme. Ma, un conto è il contenuto di tale articolo e un conto è la realtà attuale, in cui il risparmio viene scoraggiato e non tutelato, anzi, punito. Pensava, forse, troppo saggiamente chi ha avuto l’idea di formulare l’articolo in parola. Sul risparmiato – non sempre frutto di grandi entrate o di facile creazione, e parliamo di immobili o di denaro accantonato o di azioni o di obbligazioni, Bot compresi, o di giacenze – grava infatti una studiatissima, specifica imposta, diversa, a seconda del tipo di risparmiato stesso. Peccato, perché è solo con il risparmio della comunità, di chi lavora, di chi s’impegna e i chi si sacrifica, che si crea ricchezza, anche per chi dispone di poco. Moralmente corretto, per questo, e più produttivo per la società, sarebbe non tassare assolutamente il risparmio. Considerando l’imposizione fiscale su semplici giacenze, su depositi, su Bot, su plusvalenze e prodotti finanziari vari – imposizione, dicevamo, che non incoraggia, ma scoraggia – vorremmo concentrarci sulla costituzionalità dell’applicazione dello 0,20%, sul valore di quanto contenuto in un deposito-titoli, non dimenticando che, sino a un non lontano passato, i vari certificati, nel bene o nel male, si potevano conservare a casa. Premesso che per la conduzione d’un deposito, l’istituto bancario si trattiene giustamente la sua commissione – e siamo già alla prima spesa – gravano sul portafoglio in deposito, l’imposta sulle possibili plusvalenze, e, oltre a questa, uno 0,20%, calcolato sul valore totale di borsa dei titoli, facenti parte del portafoglio stesso. Quindi, anche in questo caso, si scoraggia il risparmio, che, base essenziale della creazione d’ulteriore ricchezza, la Costituzione, invece, come abbiamo visto, vorrebbe vedere tutelato. Ma, c’è di più. Tale 0.2% colpisce un valore (riferito alla quotazione di borsa) e, quindi, puramente virtuale, inesistente e costantemente variante, che diverrebbe reale, solo se i titoli venissero venduti. Una specie d’imposta sulle finestre, di tempi che furono, e basata sul nulla… La cosa, poi, diventa più incomprensibile e ingiusta, almeno oggi, se si prende in considerazione l’attuale valore di borsa dei Bot, su cui già grava la ritenuta del 12,50%, a carico del portatore, su cedole ed eventuali plusvalenze, in caso di vendita. Su questo riflettiamo, perché l’attuale quotazione-valore dei Bot italiani è, in qualche modo, irreale, ben al di là di quanto vorrebbe il mercato, in quanto fortemente sostenuta dagli acquisti in corso, guidati dalla Banca Centrale Europea. Se non fosse in atto, infatti, l’allentamento monetario, o quantitative easing, esercitato da Mario Draghi – che ha salvato euro e molti buoni del tesoro europei, compresi quelli nostrani – il valore dei nostri Bot non sarebbe certamente al livello attuale, con beneficio, dato lo scarso rendimento, per il servizio interessi, relativo ai Bot stessi, a carico del Tesoro. Un valore, quindi, non corrispondente, dicevamo, al reale, sul quale non dovrebbe gravare l’imposizione fiscale dello 0,2%, anche se è vero, che detto valore, in caso di vendita, e “solo” in caso di vendita di emissioni di un lontano passato, attualmente ci sarebbe… Si parla sempre più spesso di imposta sul patrimonio… Ma, non si pensa che la stessa esiste già su Bot – ne abbiamo appena parlato – e su immobili, al punto di scoraggiare non solo il risparmio, sempre frutto di sacrifici, ma anche gli acquisti in edilizia, per esempio, con relativo danno all’indotto e all’occupazione? E, poi, si parla di disoccupazione, in un’economia, che, soffocata da una delle pressioni fiscali più alte in Europa, stenta a crescere ed è sempre più esposta ad un concorrenza globale, senza limiti. E speriamo che non vengano introdotte nuove imposte, che punirebbero sì, finalmente, i benestanti – che soddisfazione! – ma, renderebbero indirettamente i meno abbienti sempre più poveri: non è stata capita o non si vuole capire la lezione, derivante dalla devastante caduta, ventisette anni orsono, dei paradisi comunisti, schiacciati dalle loro stesse sballate economie, più che endemicamente a corto di crescita, di sviluppo e di libertà e che hanno creato solo povertà e miseria, per i popoli soggetti? Quanto allo 0,2%, questo sarebbe più accettabile se, almeno, in fatto di Bot, colpisse – meglio se non colpisse! – solo il relativo valore nominale, non il valore di borsa. Per esempio, non 150, ma solo 100! Intanto, la differenza (spread) fra rendimento del BTP italiano e quello tedesco a 10 anni, è salita a 160 punti. Non è una bella notizia. Pierantonio Braggio

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