Andrea Giovannetti: «Mercati sotto tensione, ma il vero rischio è nei tassi e nell’inflazione»
di Matteo ScolariUn marzo di forte instabilità, innescato da tensioni geopolitiche che si riflettono immediatamente su petrolio, inflazione e mercati finanziari. Andrea Giovannetti, presidente di CFO Solutions, analizza negli studi di Focus Verona Economia, gli effetti dell’escalation e invita alla prudenza, sottolineando come il vero campanello d’allarme non sia tanto l’azionario quanto il comparto obbligazionario e i tassi di interesse.
Che cosa è successo sui mercati dopo l’attacco del 28 febbraio?
Il mese di febbraio si è chiuso con mercati relativamente tranquilli, ma eventi di questo tipo, avvenuti nel fine settimana, hanno avuto un impatto immediato alla riapertura. Da quel lunedì, prima seduta di marzo, siamo entrati in settimane di forte tensione. Gli effetti sono stati significativi su più fronti e richiedono un’analisi attenta e continua.
Il primo effetto percepito è stato l’aumento dei prezzi energetici. Quanto pesa questo fattore?
È il vero nodo. I mercati possono reagire in modo cinico e non risentire direttamente della guerra, ma diventano molto sensibili quando vengono toccati interessi economici concreti. Il possibile blocco dello stretto di Hormuz ha generato timori importanti. Il petrolio è passato rapidamente da circa 60-65 dollari al barile a oltre 100 dollari in meno di venti giorni. Questo livello innesca un’inflazione diffusa: non solo nei carburanti, ma in tutti i beni trasportati, con effetti diretti sul carrello della spesa.

Si parla anche di speculazione sui prezzi dei carburanti: quanto incide realmente?
È un fenomeno che può esistere, ma ritengo sia marginale. I dati macro che monitoriamo mostrano una coerenza tra l’aumento del prezzo del petrolio e quello dei carburanti, considerando accise e IVA. Al netto di singoli casi, l’andamento appare allineato alle dinamiche reali del mercato.
Come hanno reagito i mercati azionari a livello globale?
La reazione è stata differenziata. L’Asia e i Paesi emergenti hanno sofferto maggiormente, così come il Giappone. L’Europa ha registrato cali significativi, mentre gli Stati Uniti hanno tenuto meglio. Anche il rafforzamento del dollaro ha contribuito a mitigare le perdite per un investitore europeo. Questo riflette il diverso impatto del blocco dello stretto di Hormuz: Stati Uniti meno esposti, Europa e Asia molto più vulnerabili sul fronte energetico.

Qual è oggi l’indicatore che vi preoccupa di più?
Paradossalmente non è l’azionario, ma i tassi di interesse. Stiamo osservando un aumento rapido dei rendimenti e una conseguente discesa dei prezzi dei titoli di Stato. In meno di venti giorni abbiamo visto variazioni molto significative. Questo è il riflesso diretto della paura inflazionistica, che rappresenta il vero rischio sistemico.

Esiste il rischio di uno scenario simile al 2022?
Al momento le preoccupazioni riguardano soprattutto l’inflazione, non ancora la recessione. Ma se la situazione dovesse protrarsi, il rischio aumenterebbe sensibilmente. In quel caso potremmo rivedere uno scenario simile al 2022, con cali contemporanei sia sull’azionario sia sull’obbligazionario.
C’è panico tra gli investitori?
No, non si registra panico. I movimenti sull’azionario sono importanti ma compatibili con la sua natura volatile. Più anomalo è ciò che accade sui tassi, ed è lì che si misura la vera preoccupazione dei mercati. In sostanza, oggi gli operatori stanno scommettendo che questa situazione non durerà a lungo.
Qual è il messaggio per risparmiatori e investitori in questa fase?
La parola chiave è equilibrio. Se un portafoglio è ben costruito, reagire impulsivamente a movimenti repentini non è mai una buona scelta. È fondamentale avere una struttura in grado di assorbire anche fasi di elevata volatilità. Il vero rischio non è lo shock iniziale, ma un suo eventuale prolungamento nel tempo, che potrebbe consolidare inflazione e tensioni sui tassi.
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