Confindustria: crescita fragile e rischio shock energetico. Riello: «Difendere la manifattura»
di Matteo ScolariLo scenario economico globale attuale appare sempre più incerto e la crescita italiana sempre più dipendente dalle tensioni geopolitiche: è il quadro delineato dal Rapporto di previsione Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria, che trova un immediato riscontro anche nelle parole del presidente di Confindustria Verona Giuseppe Riello.
Il documento evidenzia come il prolungarsi del conflitto in Medio Oriente – con effetti diretti sui mercati energetici e sulle rotte commerciali – rappresenti oggi la variabile più critica per l’economia. Nello scenario più avverso, il PIL italiano nel 2026 potrebbe scendere fino a -0,7%, rispetto a una previsione di base pari a +0,5%, confermando la fragilità della crescita.
«Il rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria fotografa con chiarezza l’estrema incertezza in cui ci muoviamo, a partire dalla variabile più critica: la durata della guerra in Medio Oriente, lavorare oggi per essere pronti in caso di prolungamento del conflitto è essenziale», sottolinea Giuseppe Riello.
Al centro delle preoccupazioni c’è soprattutto il tema energetico. Le simulazioni indicano possibili aumenti dei prezzi fino al +90% per il petrolio e al +50% per il gas, con effetti diretti su inflazione, costi industriali e competitività.
«Prioritario è intervenire sull’energia. L’energia è un fattore strategico fondamentale per la tenuta economica del nostro Paese. Servono politiche nazionali ma ancor di più servono soluzioni europee per evitare che ci siano produzioni che vengono lasciate indietro. Permettere che si perdano alcuni settori è un rischio che non possiamo correre perché ci esporrebbe ancor più alla dipendenza economica con altri paesi e alla marginalizzazione del nostro sistema produttivo», evidenzia Riello.

Il report mette in luce anche altri elementi di rischio, tra cui il rallentamento del commercio mondiale e le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. In particolare, i nuovi dazi potrebbero mettere a rischio fino a 16 miliardi di euro di export italiano nel medio periodo.
In questo contesto, il sistema produttivo italiano mostra comunque una certa capacità di adattamento, grazie alla diversificazione dei mercati. Tuttavia, restano criticità strutturali, tra cui il calo demografico e la difficoltà di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, con una quota occupazionale tra le più basse in Europa.
Per Confindustria Verona, la risposta deve essere chiara e centrata sull’industria: «In questo contesto solo una visione manifatturiero-centrica ci permetterebbe di affrontare le diverse priorità, non solo il problema energetico, ma anche combattere il calo demografico. La manifattura garantisce lavoro, qualità della vita, crescita delle competenze. Manifattura vuol dire un modello di sviluppo sostenibile e innovativo».
Accanto ai rischi, il rapporto individua anche alcune leve di sviluppo, come gli investimenti nella difesa e nell’industria ad alta tecnologia, che potrebbero generare effetti positivi significativi sulla crescita se orientati alla produzione nazionale.
«L’azione di Confindustria sui tavoli nazionali e internazionali in questo senso è fondamentale. Non si tratta di proteggere le imprese ma si tratta di proteggere il futuro», conclude Riello.
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