Divario salariale, CGIL Verona: «Le donne guadagnano fino al 31% in meno»
di Matteo ScolariIl divario salariale tra uomini e donne continua a rappresentare una delle principali criticità del mercato del lavoro veronese e veneto. A denunciarlo è la segretaria generale della Camera del Lavoro CGIL Verona, Francesca Tornieri, che alla vigilia dell’8 marzo parla di una vera e propria “tassa di genere autoimposta che zavorra il Paese e il territorio”.
«Anche quest’anno i buoni propositi per l’8 marzo su parità di genere e riequilibrio delle responsabilità tra i ruoli sono destinati a infrangersi su una realtà granitica che vede le donne sistematicamente pagate meno, anche a parità di ore lavorate; costrette a subire il part-time involontario; segregate in settori a più bassa retribuzione», afferma Tornieri citando le elaborazioni più recenti dell’Ires Veneto.
Il quadro occupazionale evidenzia infatti una partecipazione femminile al lavoro ancora inferiore rispetto a quella maschile. «Malgrado l’ottimismo che fuoriesce da molti palazzi della politica, il quadro veronese e veneto non sono cambiati granché negli ultimi anni: nella nostra regione la partecipazione delle donne al lavoro si attesta attorno al 62,4% nel 2024, mantenendosi sistematicamente al di sotto della media del Nordest e dell’Europa dal 2018, mentre per gli uomini accade il contrario», prosegue la segretaria.
Alle differenze nella partecipazione al lavoro si aggiunge il tema della precarietà contrattuale. Nel mercato del lavoro scaligero le donne presentano una quota di contratti a termine sensibilmente più alta rispetto agli uomini: 13% contro il 7%. Anche tra i contratti stabili emergono forti differenze: una donna su due con contratto a tempo indeterminato lavora part-time, mentre tra gli uomini la quota si ferma al 9%.
Il divario appare ancora più evidente se si osservano le retribuzioni. «In provincia di Verona – rimarca Tornieri – le donne che lavorano nel settore privato non agricolo presentano una retribuzione media annua inferiore del 31,24% rispetto a quella maschile. Anche a parità di giornate lavorate, con gli uomini che mediamente ne contano solo 11 in più all’anno, il gap resta del 28,11%. Persino tra i lavoratori full-time a tempo indeterminato, la retribuzione media giornaliera femminile è più bassa del 14,26%. Il differenziale scende al minimo del 3,6%, comunque a vantaggio degli uomini, solo tra i lavoratori part-time».

Secondo la CGIL, il fenomeno è legato sia a fattori economici sia a scelte politiche e sociali che continuano a condizionare le opportunità lavorative femminili. «Le dinamiche sociali sono ben presenti e più forti che mai nel delimitare lo spazio lavorativo delle donne: ci sono sempre più lavori da donne e contratti da donne, con una concentrazione nei settori a più bassa retribuzione come commercio e ristorazione, nonostante un livello di scolarizzazione mediamente più alto», sottolinea Tornieri.
A pesare, secondo il sindacato, sono anche alcune scelte legislative. «Le disparità di genere sono purtroppo favorite da decisioni politiche attive, come quelle che hanno fatto naufragare in Parlamento la proposta di congedo paritario oppure quelle che rischiano di recepire in modo non adeguato la Direttiva europea sul gender pay gap».
La CGIL torna quindi a chiedere politiche più incisive per sostenere l’occupazione femminile e ridurre le disuguaglianze nel mercato del lavoro. «La maternità continua ad essere un momento decisivo per le carriere lavorative delle donne perché mancano servizi adeguati per la conciliazione tra famiglia e lavoro e un reale riequilibrio delle responsabilità tra i ruoli. Anche la contrattazione aziendale, che potrebbe rappresentare uno strumento fondamentale per ridurre i divari, non sempre trova l’apertura e la disponibilità necessarie».
Per il sindacato, il problema non è solo sociale ma anche economico: un basso livello di occupazione femminile, conclude Tornieri, priva il Paese e il territorio di una risorsa fondamentale per lo sviluppo e la crescita.
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