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Fusione Mps-Unicredit: l’asse tra Delfin e Orcel scuote il mercato

di Redazione
Mentre Piazza Affari valuta il possibile deal, restano da chiarire gli equilibri nel board senese e il ruolo del Ministero dell'Economia

Il panorama bancario italiano attraversa una fase di profonda riconfigurazione, con i riflettori di Piazza Affari puntati su una potenziale operazione di integrazione tra Unicredit e Monte dei Paschi di Siena. Nonostante l’assenza di comunicazioni ufficiali, le dinamiche di mercato riflettono un’attesa fiduciosa: i titoli dell’istituto senese hanno mostrato un apprezzamento dell’1,6% attestandosi a 9,33 euro, mentre Piazza Gae Aulenti consolida la propria posizione sopra i 71 euro. L’interesse degli investitori è alimentato dalla prospettiva di un rafforzamento del polo creditizio nazionale, in un contesto di azionariato frammentato che rende l’istituto toscano un target strategico di primaria rilevanza.

Valenza industriale e sinergie nel wealth management

Andrea Orcel
Andrea Orcel.

Il fulcro delle speculazioni risiede nella quota del 17,5% di MPS detenuta da Delfin, la holding lussemburghese che custodisce il patrimonio della famiglia Del Vecchio e che ricopre un ruolo di primo piano negli assetti di Mediobanca e Generali. Le indiscrezioni su un dialogo avviato tra la holding della famiglia Del Vecchio e il CEO di Unicredit, Andrea Orcel, delineano un’operazione dalla solida razionalità economica. Per Unicredit, l’acquisizione garantirebbe l’accesso immediato a una rete di oltre mille consulenti finanziari, colmando una carenza strutturale nel segmento del private banking e della gestione patrimoniale. Sotto il profilo tecnico, l’analisi di Deutsche Bank suggerisce che l’operazione risulterebbe accretiva sul CET 1, migliorando la robustezza patrimoniale del gruppo e la sua capacità di generare utili stabili attraverso la diversificazione dei ricavi.

Le sfide della governance e il peso del Tesoro

La riuscita di un eventuale coordinamento tra le due banche deve però fare i conti con la complessa gestione interna a Siena. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio, protagonista del risanamento di MPS e della mossa strategica che ha portato la banca a controllare l’86% di Mediobanca, si muove oggi in un equilibrio delicato. Con il rinnovo del consiglio di amministrazione alle porte, la partita per la continuità del piano industriale si gioca sul consenso di almeno dieci consiglieri su quindici. In questo scenario resta centrale il ruolo del Ministero dell’Economia: la sua quota del 4,8% non è solo un presidio istituzionale, ma una risorsa che, ai valori attuali, potrebbe portare circa 1,4 miliardi di euro nelle casse dello Stato.

Luigi Lovaglio.

Gli equilibri con i big del settore

L’integrazione tra Unicredit e MPS non è un fatto isolato, ma si inserisce in un quadro che coinvolge i grandi nomi del credito. Da un lato, il legame con Generali tramite Mediobanca potrebbe creare scintille con Intesa Sanpaolo, il cui vertice, Carlo Messina, ha già avvisato di non gradire manovre troppo decise verso il Leone di Trieste. Dall’altro, la pressione dei gruppi internazionali resta forte, come dimostra il posizionamento di Crédit Agricole su Banco BPM. La struttura azionaria di Siena, con il gruppo Caltagirone stabilmente sopra il 10%, indica che il percorso verso il consolidamento passerà per una trattativa serrata tra soci pubblici e privati, con l’obiettivo di valorizzare al meglio le potenzialità della banca senese.

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