Appalti pubblici, per il 55% dei RUP il nuovo Codice ha complicato le procedure
di Matteo ScolariA oltre un anno dall’entrata in vigore del nuovo Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), la promessa di una Pubblica Amministrazione più veloce ed efficiente fatica a tradursi in risultati concreti. È quanto emerge dal RUPort 2025-2026, l’analisi strategica dell’Pronext basata su un’indagine nazionale che ha coinvolto un ampio campione di Responsabili Unici del Progetto (RUP), in prevalenza operanti in Comuni ed enti locali.
Il quadro che ne deriva è quello di un sistema amministrativo sotto pressione, stretto tra l’ambizione normativa di semplificazione e una realtà quotidiana segnata da organici ridotti, competenze insufficienti e strumenti digitali non ancora maturi. Nonostante il Codice sia fondato sul cosiddetto principio del risultato, il 55,5% dei RUP intervistati dichiara che le nuove norme hanno complicato ulteriormente le procedure, mentre solo il 22,2% afferma di aver riscontrato un miglioramento effettivo dell’efficienza.

Il vero nodo critico, però, non è tanto la norma quanto il capitale umano. Per il 66,7% dei rispondenti, infatti, la carenza di personale qualificato rappresenta il principale ostacolo operativo alla corretta applicazione del Codice e alla capacità degli enti di portare avanti investimenti complessi. Una difficoltà che pesa in modo particolare sui piccoli enti, chiamati a gestire un livello di complessità crescente con risorse spesso insufficienti.
Anche il capitolo della digitalizzazione, pilastro della riforma, evidenzia forti criticità. L’obbligo di digitalizzare l’intero ciclo di vita dei contratti pubblici si scontra con piattaforme che non dialogano tra loro e con processi ancora frammentati. Il 51,9% dei RUP giudica insufficiente l’interoperabilità tra i sistemi, mentre il 59,3% considera inadeguata l’efficacia complessiva delle soluzioni oggi disponibili. Quello che avrebbe dovuto rappresentare uno strumento di accelerazione viene spesso percepito come un ulteriore appesantimento burocratico, con duplicazioni e inserimenti manuali ridondanti.
In questo contesto, resta largamente inespressa anche la leva del Partenariato Pubblico-Privato (PPP). In una fase storica caratterizzata da un forte bisogno di infrastrutture e investimenti, il PPP continua a occupare un ruolo marginale: il 37% degli enti non ha alcuna esperienza in materia e non prevede di utilizzarlo. Le barriere principali sono la complessità delle procedure (indicata dal 70,4% dei rispondenti) e la mancanza di competenze interne per gestirle (66,7%).

«I dati del RUPort 2025-2026 ci dicono chiaramente che la norma, da sola, non basta a riformare il Paese», afferma Stefano Lappa, amministratore delegato di Pronext. «Siamo di fronte a una Pubblica Amministrazione a due velocità: una minoranza strutturata che corre e una maggioranza di piccoli enti che rischia di arenarsi». Secondo Lappa, per sbloccare davvero gli investimenti «non servono nuove leggi, ma un piano straordinario di formazione specialistica e un cambio di passo nel Partenariato Pubblico-Privato, dove le imprese devono imparare a proporsi non più come semplici fornitori, ma come partner strategici in grado di supportare l’ente pubblico fin dalle fasi preliminari».
L’Osservatorio Pronext 2025-2026 mette in evidenza alcune priorità strategiche per il prossimo futuro: investire in formazione continua e altamente specializzata, soprattutto sulle competenze tecniche e digitali; passare da una digitalizzazione subìta a una digitalizzazione governata, con una regia chiara e risorse dedicate; e rilanciare il Partenariato Pubblico-Privato come strumento ordinario, colmando il gap di competenze interne alla P.A. attraverso attività di advisory qualificata da parte del mercato.
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