Francesca Tornieri, Segretaria Generale CGIL Verona.
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Francesca Tornieri: «Welfare, sanità pubblica e politiche industriali per un Veneto più giusto»

di Matteo Scolari
La segretaria generale della CGIL Verona presenta le priorità del sindacato: welfare, sanità territoriale, politiche industriali e diritti del lavoro per affrontare transizione demografica, crisi produttive e carenza di servizi.

Nel confronto di Focus Verona Economia, che ha visto la partecipazione di Giampaolo Veghini (CISL), Francesca Tornieri (CGIL) e Giuseppe Bozzini (UIL), la segretaria generale della CGIL Verona ha illustrato i contenuti del documento elaborato dal sindacato regionale in vista del voto. Un lavoro approfondito, dedicato a welfare, sanità, politiche industriali, trasformazioni tecnologiche e condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori.

Segretaria generale, il documento CGIL per il voto regionale è molto articolato. Quali sono i punti chiave?

È un elaborato molto ampio, che contiene un’analisi dettagliata e proposte concrete rivolte alla politica regionale. L’obiettivo è migliorare la vita delle cittadine e dei cittadini, delle pensionate e dei pensionati, e le condizioni di chi lavora. Viviamo una fase di grande transizione: quella tecnologica, quella energetica e quella ambientale. Tutte incidono sulla struttura sociale ed economica del Veneto. Il documento si concentra su tre filoni: il welfare legato alla trasformazione demografica; la salute, intesa sia come sanità sia come sicurezza nei luoghi di lavoro; e le politiche industriali.
La popolazione anziana è un quarto del totale e le nascite continuano a calare: questo richiede interventi su non autosufficienza, istruzione, abitare e servizi territoriali. Sul fronte industriale, viviamo stagnazione del PIL, crisi manifatturiere e rischio di deindustrializzazione. Serve una strategia coerente con le esigenze produttive e ambientali della regione.

Molti candidati hanno parlato di sanità. Qual è la vostra posizione?

La Regione ha piena autonomia in materia sanitaria e potrebbe fare molto di più. Gli ATS sono stati istituiti tardi e in modo non omogeneo, con dimensioni che per noi sono eccessive: un ATS dovrebbe rappresentare circa centomila cittadini, non duecentomila o più come avviene nel Veronese.
Se si vuole una presa in carico reale, bisogna avvicinare i servizi alle persone, soprattutto quelle fragili. La pandemia ci ha mostrato quanto sia fondamentale la medicina territoriale.
Noi difendiamo il ruolo della sanità pubblica. La sanità è un diritto universale previsto dalla Costituzione: se il pubblico non garantisce i servizi, le persone sono costrette a pagare di tasca propria. Questo pesa soprattutto su pensionati, lavoratori e famiglie con redditi bassi.
Se mancano risorse, si deve intervenire sul piano fiscale, redistribuendo meglio e tassando dove ci sono rendite e capacità contributive maggiori.

Gli ATS sono uno dei temi più discussi: perché secondo voi presentano criticità così rilevanti?

La regia della Regione avrebbe dovuto essere molto più stringente, a partire dalle forme giuridiche. Come CGIL avevamo già segnalato che gli ambiti erano troppo vasti e difficili da gestire in modo uniforme.
Inoltre manca certezza dei finanziamenti. Senza risorse programmate sul lungo periodo si rischia di costruire contenitori senza la capacità operativa per svolgere le funzioni assegnate.
C’è poi il tema della disomogeneità tra comuni: alcuni hanno assistenti sociali, altri no. Mettere insieme realtà così diverse non è semplice. Questo processo richiede una governance chiara e finanziamenti stabili, altrimenti si rischia di creare strutture che poi non possono rispondere ai bisogni reali del territorio.

Dal welfare all’industria: quali sono le principali sfide economiche per la Regione?

Il Veneto ha puntato per anni sulla terzizzazione e sull’export. Quando un Paese come la Germania rallenta, il nostro sistema produttivo ne risente immediatamente.
Negli ultimi quindici o vent’anni molte imprese storiche sono state acquisite da multinazionali e fondi che hanno un legame meno radicato con il territorio. Questo ha effetti su occupazione, tenuta produttiva e responsabilità sociale delle imprese.
Non possiamo intervenire solo quando le aziende chiudono: serve una politica industriale vera, con una regia regionale. Per questo proponiamo la creazione di un’agenzia per lo sviluppo, che coinvolga imprese, sindacati, enti locali, università e centri di ricerca.
Le crisi aziendali non si affrontano solo con l’unità di crisi. La Regione deve anche sostenere i redditi dei lavoratori nei periodi di sospensione e puntare su formazione, innovazione e qualità del lavoro.

Temi come precarietà, salari bassi e appalti tornano spesso nelle vostre analisi. Quanto pesano oggi?

Salari bassi significano pensioni basse, ed è un’equazione che riguarda soprattutto i giovani, che entrano nel lavoro con contratti precari e carriere discontinue. È difficile costruire autonomia personale e progettualità con lavori frammentati.
Sul fronte degli appalti, va invertita la logica del massimo ribasso. Gli enti pubblici devono garantire che chi lavora negli appalti abbia diritti, sicurezza e contratti adeguati. Negli appalti a cascata si annidano illegalità e sfruttamento, e la Regione può intervenire imponendo criteri più stringenti.
Serve una visione complessiva che metta al centro qualità del lavoro, equità e diritti.

C’è un tema generazionale fortissimo: come si può evitare che i giovani lascino il Veneto?

Dobbiamo evitare di costruire un Veneto dove la popolazione invecchia e i giovani se ne vanno. Per trattenerli bisogna lavorare su formazione accessibile, casa, mobilità, servizi e stabilità lavorativa.
Il tema dell’abitare è centrale: se un giovane stagionale sul Lago di Garda guadagna mille o milleduecento euro e deve pagarne ottocento di affitto, quel giovane non resterà. Lo stesso vale per gli studenti: servono studentati pubblici e politiche abitative che non trasformino il bisogno in un business.
Negli ultimi vent’anni abbiamo offerto ai giovani precarietà e salari insufficienti; oggi che hanno finalmente possibilità di scelta, spesso scelgono di andarsene. È necessario ricostruire condizioni di stabilità, diritti e prospettive.

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