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Paolo Fiorini: «Con il Garda Doc puntiamo su freschezza, curiosità e innovazione»

di Matteo Scolari
Il presidente del Consorzio Garda Doc racconta un’annata di cambiamenti: dalla revisione del disciplinare al primo vino low alcohol italiano, passando per mercati esteri, cambiamento climatico e l’immagine del Lago di Garda.

Il mondo del vino sta cambiando rapidamente e il Consorzio Garda Doc vuole restare protagonista di questa trasformazione. A pochi mesi dalla sua riconferma alla guida del Consorzio, Paolo Fiorini illustra sfide, novità e prospettive di una denominazione giovane, dinamica e sempre più internazionale.

Il Consorzio Garda Doc, giovane ma in forte espansione, sta vivendo un periodo di crescita. La revisione del disciplinare, pubblicata nel settembre 2024, ha introdotto per la prima volta in Italia un vino a basso tenore alcolico all’interno di una denominazione. Un cambiamento che dialoga con nuove generazioni di consumatori, con le esigenze dei mercati esteri e con un clima sempre più imprevedibile. Tra vendemmia, innovazione e strategie di comunicazione, il presidente Fiorini racconta cosa significa guidare oggi uno dei consorzi più dinamici del panorama vitivinicolo nazionale.

Cosa significa essere stato riconfermato presidente del Consorzio Garda Doc?

Per me è un motivo di orgoglio, perché la riconferma è arrivata da tutto il Consiglio di amministrazione. È un onore più che un onere: dedico molto tempo a questo ruolo e vedere che il lavoro svolto viene riconosciuto mi stimola ancora di più. I risultati, è bene ricordarlo, sono merito del Consorzio ma soprattutto delle aziende che ne fanno parte.

Che anno è stato per il Consorzio e quale importanza ha avuto la revisione del disciplinare?

È stato un anno eccezionale. Il 24 settembre è stata pubblicata la revisione del disciplinare, che inseguivamo da due o tre anni, e siamo stati il primo consorzio italiano ad avere un prodotto low alcohol: un vino da nove gradi. È un traguardo importante e frutto dell’intuizione del Consiglio, utile in particolare per i mercati anglosassoni.

Il vino low alcohol può attirare i consumatori più giovani?

Il mondo del vino deve cambiare atteggiamento. I giovani – ma in realtà tutti noi – cerchiamo sempre qualcosa di nuovo. Alcune denominazioni storiche manterranno per sempre un’identità forte, ma altre, come quella del Garda, più giovane, devono offrire opportunità diverse: prodotti low alcohol, contenitori alternativi, nuovi spunti di curiosità.

Come si è chiusa la vendemmia 2024, alla luce del cambiamento climatico?

Rispetto a vent’anni fa le vendemmie non sono più uguali l’una all’altra. Le premesse erano ottime, ma abbiamo dovuto anticipare la raccolta per via delle piogge e delle condizioni climatiche. Nonostante gli sforzi, i vini sono di ottima qualità. Il cambiamento climatico è un dato di fatto: dobbiamo programmare le attività agricole tenendolo in considerazione.

Tecnologia e innovazione possono aiutare i viticoltori in questo scenario?

Sicuramente sì. Oggi le previsioni meteo sono molto più precise rispetto a trent’anni fa e aiutano a programmare meglio la raccolta. Certo, non permettono di evitare gli eventi calamitosi, ma offrono strumenti in più per gestire le operazioni in campo.

Parliamo di export: che esperienza è stata Vinitaly USA a Chicago?

Il nostro mercato principale resta quello tedesco e quello inglese. La partecipazione a Chicago è stata un’opportunità data da Veronafiere. È un mercato enorme e non facile da approcciare, ma essere “Garda” aiuta molto perché il nome richiama immediatamente il territorio. La localizzazione è un elemento fondamentale per farsi ricordare.

Come si sono evoluti nel tempo i mercati tedesco e inglese?

La denominazione Garda Doc è cresciuta molto: nata nel 1996, fino al 2015 produceva 4-5 milioni di bottiglie. Dal 2016 è esplosa grazie al lavoro delle aziende, arrivando ai 20 milioni e quest’anno probabilmente a 22 milioni. La Germania è stata il primo grande motore di questo successo, seguita dal Regno Unito, anche grazie alla possibilità di proporre vini con gradazioni più contenute.

Avete già avuto feedback dagli Stati Uniti?

È presto per parlare di feedback. Il consorzio promuove il territorio, ma alla fine i consumatori cercano il brand aziendale. Negli USA il nostro focus principale è New York: da tre anni organizziamo eventi mirati, perché è importante partire da un’area precisa ed espandersi gradualmente.

Si avvicina Vinitaly 2025: quali novità ci saranno?

Il nostro stand avrà ancora l’impronta della limonaia, che negli anni è diventata parte della nostra identità visiva. Rievoca il Lago di Garda e lega immediatamente il prodotto al territorio. Lo scorso anno abbiamo collaborato con la giornalista Sissi Baratella per una serie di interviste e regalato limoni in fiera: è il nostro modo di comunicare un’immagine giovane e positiva della denominazione.

Qual è la sua visione per il futuro del Consorzio?

Credo che il Garda Doc debba interpretare al meglio le novità. Il vino low alcohol è già stato un successo nelle prime degustazioni, perché offre un approccio diverso, più fresco e immediato. Dobbiamo puntare su vini semplici da bere, che incontrino la richiesta di immediatezza dei consumatori. Continueremo a valorizzare Chardonnay, Pinot grigio e la produzione di spumanti, anche grazie alla nuova possibilità di produrre metodo classico Crémant. Sono tutte carte importanti per conquistare nuove fette di mercato.

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