Oro da investimento vs oro da gioielleria: cosa cambia davvero e quale vale di più
di RedazioneMolte persone pensano che “oro è oro”, e che il valore di un lingotto o di un anello sia più o meno lo stesso. In realtà, tra oro da investimento e oro da gioielleria c’è un mondo di differenza — fatta di purezza, finalità, tassazione e persino percezione del valore. Capire queste distinzioni non serve solo a chi compra o vende, ma a chiunque voglia comprendere come funziona davvero il mercato del metallo più affascinante del mondo. Vediamo insieme in questa guida grazie ai consigli di MVS Gioielli, negozio compro oro a Roma, come si distinguono e come vengono valutati.
Cos’è l’oro da investimento e come viene riconosciuto
Quando si parla di oro da investimento, si entra in un ambito regolato in modo preciso dalla legge. In Italia, la Legge 7 del 2000 stabilisce che rientrano in questa categoria i lingotti o le placchette di peso superiore a un grammo, con una purezza minima del 995‰, e le monete d’oro con purezza di almeno 900‰, coniate dopo il 1800, che abbiano avuto corso legale nel Paese d’origine e non siano vendute a un prezzo superiore dell’80% rispetto al valore del metallo puro contenuto.
In parole semplici: l’oro da investimento è quello che mantiene il suo valore come riserva, non come oggetto d’uso. È il metallo “puro”, destinato a essere custodito, non indossato.
Sul piano fiscale, è un mondo a parte: le operazioni su oro da investimento sono esenti da IVA, come previsto dall’articolo 10 del DPR 633/1972 e dalla Direttiva europea 98/80/CE, proprio perché non si tratta di beni di consumo ma di strumenti finanziari in forma fisica.
Il suo prezzo segue le quotazioni internazionali fissate due volte al giorno a Londra dal LBMA Gold Price. È quello il riferimento con cui si misura il valore di ogni grammo d’oro nel mondo.
Cos’è l’oro da gioielleria e perché vale in modo diverso
L’oro dei gioielli è un’altra storia. Quello che portiamo al dito o al collo non è oro puro, ma lega: un mix di oro e altri metalli che ne migliorano la resistenza e ne modificano il colore. L’oro puro (24 carati, 999‰) è troppo morbido per essere lavorato; perciò, nella gioielleria si usa di solito oro a 18 carati (750‰), ma esistono anche leghe a 14 carati (585‰) o 9 carati (375‰).
La combinazione con rame, argento, palladio o nichel dà origine alle diverse tonalità: oro giallo, bianco, rosa. Dietro ogni colore c’è una diversa “ricetta” metallurgica.
Ma la purezza più bassa significa anche minor valore al grammo: in un anello d’oro 18 carati, solo il 75% del peso è effettivo oro fino.
E poi c’è la componente che sfugge ai calcoli: la creatività. Il prezzo di un gioiello non dipende solo dal metallo, ma anche dal design, dalla manodopera e dal marchio. Le cosiddette making charges — cioè i costi di realizzazione — possono incidere fino al 25% sul prezzo finale.
In sintesi: il valore del gioiello sta tanto nella forma quanto nella sostanza.
Oro puro e oro legato: le differenze che contano davvero
Mettere a confronto i due tipi di oro significa confrontare due logiche opposte.
L’oro da investimento è pensato per preservare valore nel tempo, essere facilmente rivendibile e seguire fedelmente la quotazione di mercato. La sua purezza è altissima, la tracciabilità garantita da certificazioni e operatori professionali, e la fiscalità agevolata (esenzione IVA) lo rende interessante come strumento di riserva.
L’oro da gioielleria, invece, nasce per essere indossato, non conservato in cassaforte. È meno puro, più soggetto alle mode, tassato come un qualsiasi bene di consumo (IVA al 22%), e con una liquidità molto più bassa: chi lo rivende non ottiene mai l’intero valore del metallo, ma solo una frazione calcolata su peso × titolo × quotazione, meno i costi di lavorazione e raffinazione.
Per questo, il prezzo pagato in negozio e quello ricavabile in caso di rivendita sono spesso molto diversi.
Dire che un bracciale “è un investimento” è vero solo in senso affettivo o estetico, non economico.
Come valutare l’oro con consapevolezza
Che si tratti di un lingotto o di un anello, la chiave per capire quanto vale l’oro è riconoscerne la purezza.
In Italia ogni oggetto in metallo prezioso deve riportare due segni: il titolo in millesimi (per esempio “750” per l’oro 18 carati) e il marchio identificativo dell’operatore (un numero seguito dalla sigla della provincia). È la cosiddetta punzonatura, regolata dal Decreto Legislativo 251/1999 e vigilata dalle Camere di Commercio.
Per stimare il valore reale, il calcolo è semplice:
peso (in grammi) × titolo (es. 0,750) = grammi di oro puro,
poi si moltiplica per la quotazione ufficiale (consultabile sul sito della LBMA, espressa in once troy da 31,103 grammi).
Da quel risultato, chi compra sottrae una piccola percentuale per coprire i costi di raffinazione e margine operativo.
È importante distinguere tra prezzo di mercato e valore commerciale reale: un anello può essere stato pagato 500 euro ma contenere oro per 150. Il resto è lavoro, arte, e spesso anche un po’ di sogno.
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