Superbonus 2025: altri 1,8 miliardi di spesa in soli tre mesi
di Matteo ScolariNonostante la stretta normativa introdotta nel 2024 e il taglio dell’aliquota al 65%, il Superbonus continua a pesare sulle casse pubbliche. Nei primi tre mesi del 2025, la spesa aggiuntiva sostenuta dallo Stato è stata di 1,8 miliardi di euro, portando il totale degli oneri a 126 miliardi. Lo segnala l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, in un’analisi che mette in evidenza i numerosi aspetti critici del provvedimento.
Il Superbonus, introdotto per incentivare la riqualificazione energetica e sismica degli edifici, è oggi riservato a condomini, proprietari di edifici da 2 a 4 unità, ONLUS, Associazioni di Volontariato e APS, a patto che siano stati rispettati specifici requisiti entro il 15 ottobre 2024, tra cui la presentazione della CILA e la delibera assembleare per i condomini.
Nonostante queste limitazioni, i numeri restano impressionanti. Il Veneto è la regione con il maggior numero di interventi, pari a 59.846, che corrispondono al 5,7% del patrimonio edilizio regionale. Seguono Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Toscana. In coda, le regioni del Sud, come Sicilia, Calabria e Puglia, dove l’interesse verso la misura è stato minore.

Ma la CGIA pone l’accento anche sulle controindicazioni. Secondo alcune ricerche della Banca d’Italia, tra cui quelle firmate dagli economisti Accetturo, Olivieri e Renzi, solo il 4,1% degli edifici italiani è stato effettivamente ristrutturato grazie al Superbonus, con un costo medio per intervento di 252.147 euro. In Valle d’Aosta si arriva a un picco di oltre 402.000 euro per edificio, mentre il Veneto registra il costo medio più basso, con 197.017 euro.
Uno dei punti più critici riguarda la sostenibilità fiscale. Le stime della Banca d’Italia suggeriscono che, nel migliore dei casi, i benefici ambientali ed economici generati dal Superbonus coprirebbero i costi pubblici solo in un orizzonte di 40 anni. Inoltre, il 25% dei beneficiari avrebbe comunque realizzato gli interventi anche senza l’incentivo, determinando un aggravio per l’erario di almeno 45 miliardi.
Anche la Corte dei Conti ha espresso perplessità, evidenziando il carattere regressivo della misura: la maggior parte delle risorse è finita nelle mani di proprietari benestanti, sollevando dubbi su equità e giustizia sociale.
Nel biennio 2021–2022, il Superbonus ha comunque contribuito alla crescita del PIL italiano (+13,7%), secondo l’ISTAT, generando nuova occupazione e attivando migliaia di microimprese, in particolare nel comparto edile. Tuttavia, molte di queste realtà, spesso fondate da soggetti con scarsa esperienza, stanno oggi scomparendo, lasciando in eredità una filiera indebolita e interventi eseguiti frettolosamente, che potrebbero generare problemi strutturali a medio termine.
Infine, l’impatto si è fatto sentire anche sugli appalti pubblici: l’aumento dei prezzi dei materiali edili, spinto anche dal Superbonus, ha reso necessari rialzi generalizzati delle stime progettuali, causando rallentamenti o blocchi nei cantieri pubblici già finanziati.
Il futuro della misura sembra segnato: dal 2026 il Superbonus sarà abolito, salvo modifiche dell’ultima ora. Ma il dibattito resta aperto: è stata davvero una leva per la transizione ecologica o un esperimento troppo costoso e iniquo?
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