Sciopero alla AMMAN, spunta una bara con un manichino vestito da operaio
di Matteo ScolariUna bara di legno, un manichino vestito da operaio con sotto una bambola di un bimbo e decine di lavoratori in sciopero. È questa la potente immagine che si è presentata questa mattina davanti ai cancelli della Ammann Italy di Bussolengo, dove si è tenuto il presidio sindacale promosso da FIOM CGIL, dopo l’annuncio shock della multinazionale svizzera: 64 licenziamenti e delocalizzazione della produzione in Turchia, per motivi puramente economici. L’azienda, che opera nella progettazione e produzione di impianti per l’asfalto, ha ufficializzato l’avvio della procedura 223 di licenziamento collettivo, innescando una reazione immediata da parte dei lavoratori e dei sindacati, i quali denunciano una volontà da parte della governance aziendale di evitare il confronto.

Lo sciopero di oggi, 23 maggio, ha rappresentato la seconda tappa di una mobilitazione decisa e crescente. La prima protesta è scoppiata spontaneamente lunedì 19 maggio, quando la notizia dei tagli è stata comunicata all’interno dello stabilimento. Da allora, la tensione è salita vertiginosamente, culminando nell’azione simbolica di oggi.

L’iniziativa ha voluto richiamare l’attenzione su una dinamica sempre più frequente: quella delle delocalizzazioni selvagge, decise da gruppi industriali internazionali per inseguire il massimo profitto, indipendentemente dal valore delle competenze locali, dall’impatto sociale o dalle conseguenze occupazionali. Ammann, sottolineano i rappresentanti sindacali, non versa in stato di crisi, ma punta ad aumentare i margini riducendo i costi della manodopera, in barba ai principi di responsabilità sociale d’impresa previsti dalla Costituzione italiana.

«Siamo di fronte a un comportamento inaccettabile da parte di un’azienda che ha dichiarato ben 64 licenziamenti in modo unilaterale e senza alcuna volontà di confronto. Avevamo chiesto un tavolo presso l’Unità di Crisi della Regione Veneto per cercare soluzioni alternative e scongiurare l’apertura della procedura di esubero, ma l’azienda ha rifiutato ogni forma di dialogo, facendo saltare l’incontro e procedendo direttamente con l’avvio della procedura. – dichiara Devis Bonomini della FIOM CGIL – Abbiamo quindi chiesto l’intervento della Provincia, sollecitando almeno una sospensione della procedura per poter avviare un confronto serio e costruttivo. Anche questa possibilità ci è stata negata. I lavoratori stanno venendo accompagnati fuori dai cancelli nel modo più rapido e indolore per l’azienda, senza alcuna discussione o attenzione per le persone coinvolte. È una strategia fredda e cinica, che respingiamo con forza».

«Questa situazione deve far riflettere la politica nazionale. Mentre si parla di difesa del Made in Italy, qui stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma gravissima: il lavoro italiano viene sostituito dal Made in Turchia, in nome del mero profitto. È una scelta che ignora completamente ogni principio di responsabilità sociale d’impresa. – prosegue il sindacalista – Chiediamo con forza che venga riaperto un vero tavolo di confronto, serio e propositivo. Non accetteremo che decisioni di questa portata vengano prese sopra le teste dei lavoratori, senza alcun rispetto per le istituzioni e per il tessuto produttivo del nostro territorio.»
La protesta odierna si è tenuta dalle 8.00 alle 10.30 in via dell’Industria 1, sede dello stabilimento di Bussolengo, ma lo sciopero è stato proclamato per l’intera giornata lavorativa. I sindacati chiedono che le istituzioni locali e regionali intervengano con urgenza per salvaguardare i livelli occupazionali e la continuità produttiva del sito, evitando che un altro pezzo di industria veronese venga smantellato senza alternative concrete.

Il presidio ha visto la partecipazione di numerosi lavoratori, cittadini e rappresentanti istituzionali, uniti nel difendere un presidio industriale che per anni ha rappresentato un riferimento per l’economia locale. L’auspicio è che ora Regione Veneto convochi rapidamente un tavolo tecnico presso l’Unità di Crisi, per evitare che i 64 licenziamenti diventino effettivi e irreversibili.
La lotta, promettono i lavoratori e i sindacati, non si fermerà finché non verranno trovate soluzioni concrete per il rilancio dello stabilimento. Il simbolo della bara, potente e provocatorio, è solo l’inizio di una mobilitazione che punta a restituire voce, dignità e futuro a chi lavora.

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