Vinitaly capitale del vino e della diplomazia: quando il business anticipa la politica
di Matteo ScolariProprio nei giorni scossi dall’imprevedibilità dei mercati e da un ritorno all’unilateralismo economico, Vinitaly 2025 ha fatto qualcosa che pochi eventi fieristici riescono a fare: ha offerto una risposta di sistema a una crisi globale prima ancora che si delineasse pienamente. Nelle ore in cui l’amministrazione Trump annunciava dazi generalizzati su prodotti agroalimentari, il salone internazionale del vino a Verona non solo ha registrato numeri record – 97.000 presenze, oltre 32.000 buyer, un terzo dei quali esteri – ma si è imposto come snodo diplomatico ed economico per il futuro del Made in Italy.
Non è esagerato dire che Vinitaly si è trasformato in un hub geopolitico, dove commissari europei, ministri, sottosegretari e leader di filiera si sono confrontati sul destino di un comparto che vale oltre 8 miliardi di euro in export. Il brindisi simbolico del commissario europeo alla Salute con i produttori italiani non è stato solo un gesto mediatico: è stata una presa di posizione chiara contro gli allarmismi sull’alcol e un’affermazione del vino come bene culturale e sociale oltre che economico.

Il mercato americano: nodo strategico, non solo commerciale
La sospensione dei dazi da parte di Donald Trump, annunciata il 9 aprile, per ora è una tregua di 90 giorni, non una soluzione. Ma è significativo che nel pieno della tensione, a Verona nessuno abbia fatto marcia indietro: né i buyer, né i produttori, né le istituzioni. Il messaggio lanciato dal presidente di Veronafiere Federico Bricolo è stato netto: “Il vino italiano ha risposto con unità e visione”. E le imprese, in particolare quelle venete, hanno rilanciato. Progetti di espansione negli USA, nuovi prodotti a bassa gradazione, packaging sostenibili, e un’enfasi sempre maggiore sull’enoturismo come asset economico.
Il mercato statunitense non è sostituibile nel breve periodo: vale quasi un quarto dell’export vinicolo italiano. Ma le aziende presenti a Vinitaly hanno dimostrato una maturità sistemica, capace di guardare anche oltre l’Atlantico, con aperture su Canada, Sud-est asiatico, Cina e America Latina. La globalizzazione non è finita, ma sta cambiando pelle: meno dipendenza, più pluralità di sbocchi.

Il ruolo della politica? Non rincorrere, ma accompagnare
Vinitaly ha anche mostrato, con chiarezza, il rischio dell’asimmetria tra tempi della politica e tempi dell’economia reale. Mentre Trump colpiva duro con annunci a effetto e l’Europa cercava una mediazione, le imprese del vino erano già in fiera a negoziare, vendere, resistere. La politica ha bisogno di strumenti più rapidi e di un dialogo costante con i settori produttivi, come ha sottolineato anche il viceministro all’Economia Maurizio Leo, ricordando la necessità di coinvolgere i privati nella difesa dell’Europa economica.
In questo senso, la presenza dei vertici dell’Agenzia delle Entrate, del MEF, del Ministero dell’Agricoltura e persino dell’opposizione (con un intervento al vetriolo di Matteo Renzi) è stata un segnale incoraggiante. La diplomazia commerciale invocata da Tajani non può più essere una voce fuori campo: deve diventare parte integrante della strategia economica nazionale.

Vinitaly come modello fieristico nuovo
In un’epoca in cui molte fiere arrancano o si digitalizzano per sopravvivere, Vinitaly rilancia con nuovi format ibridi (come Vinitaly and the City, Ra-Wine, Vinitaly Tourism), creando valore non solo B2B, ma anche culturale e territoriale. È il segno di un modello fieristico che non si limita a “ospitare” ma produce contenuti e influenza agende politiche.
In questo senso, Verona è diventata molto più che una location: è un laboratorio geopolitico del Made in Italy, dove il vino è la lente attraverso cui leggere le contraddizioni della globalizzazione e le opportunità del futuro.

Il brindisi (temporaneo) della diplomazia
Certo, i 90 giorni di sospensione annunciati da Trump sono un sollievo, ma non una garanzia. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se prevarrà una logica di scambio o di chiusura. Ma se c’è un messaggio che da Vinitaly è uscito forte e chiaro, è questo: il vino italiano non aspetta. Ha le sue rotte, i suoi mercati, la sua visione.
E, soprattutto, ha imparato a parlare la lingua della politica prima ancora che la politica abbia deciso cosa dire.

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