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Gerardo Santoli: «I dazi? Occasione per ripensare il rapporto tra impresa e Stato»

di Matteo Scolari
Il vicepresidente di Confimprenditori interviene ai microfoni di Focus Verona Economia richiamando a un senso di responsabilità e a un nuovo patto tra PMI e istituzioni nazionali ed europee.

Le nuove misure annunciate da Donald Trump sul fronte dei dazi commerciali stanno alimentando un clima di forte incertezza tra le piccole e medie imprese italiane. Il valore dell’export verso gli Stati Uniti sfiora i 71 miliardi di dollari, l’11% del totale europeo, e ogni scossone si riflette su comparti strategici come l’agroalimentare, la moda, la pelletteria. In collegamento con Focus Verona Economia, Gerardo Santoli, vicepresidente di Confimprenditori e sindaco di Santo Stefano del Sole in Campania, ha portato il punto di vista di chi vive quotidianamente il rischio di un’economia bloccata tra rincari, burocrazia e infrastrutture carenti.

Vicepresidente Santoli, com’è il clima tra i vostri associati dopo l’annuncio dei dazi USA?

C’è molta paura, siamo in una fase di tensione. Parlo anche da imprenditore di prima generazione: le preoccupazioni sono concrete. Mi trovo in un territorio che rischia di essere duramente colpito. Esportiamo vino DOCG in America e a pochi chilometri c’è un’importante filiera della pelletteria e dell’abbigliamento. Il Made in Italy ha resistito a molte sfide, ma ora abbiamo bisogno di sentire davvero vicine le istituzioni italiane ed europee.

I piccoli imprenditori rischiano più dei grandi?

Assolutamente sì. I prodotti di fascia alta, destinati a una clientela alto spendente, subiranno meno. Ma la fascia media americana farà più fatica ad acquistare i nostri prodotti se i prezzi aumentano. E sono proprio le piccole imprese che lavorano su quei volumi e quei margini a essere più esposte. Se cala la domanda, l’effetto domino è inevitabile.

Il vostro presidente, Stefano Ruvolo, ha parlato di un “nuovo patto tra politica e impresa”. È questo il momento di unire le forze?

Certo. I dazi non ci spaventano di per sé, ma lo fanno se si sommano a tutti gli altri problemi strutturali del Paese. Penso alle infrastrutture carenti, soprattutto al Sud, a una burocrazia esasperante, a tasse altissime. In certe aree manca persino l’acqua e le imprese sono costrette a fermare la produzione. Aggiungiamoci questo ulteriore ostacolo e capiamo quanto il quadro sia critico.

Potrebbe essere l’occasione per rimettere mano a questi problemi?

Esattamente. Il Festival dell’Imprenditore, il 13 e 14 giugno a Roma, può essere il contesto giusto per dire chiaramente che è il momento di agire. Le nostre aziende, soprattutto quelle del food e del fashion, hanno la capacità per affrontare i dazi. Ma serve un cambio di passo. Non possiamo più ignorare che la pressione fiscale sulle PMI italiane supera il 50%, mentre negli Stati Uniti è del 30%. E nessuno considera mai il costo della cattiva burocrazia: secondo il nostro centro studi, ammonta a 57 miliardi di euro all’anno.

E il costo dell’energia?

Altissimo. Le piccole imprese pagano due volte e mezzo in più rispetto alle grandi aziende. L’energia è il costo più alto d’Europa. Tutti questi fattori, combinati, mettono il sistema produttivo italiano in seria difficoltà. Ecco perché è fondamentale che il governo non si limiti a rispondere ai dazi, ma che agisca anche internamente per rafforzare il tessuto economico.

Un messaggio forte alla politica, quindi…

Sì, è il momento della responsabilità. Serve unità, visione e un’agenda concreta. I dazi di Trump sono una follia, ma possono diventare l’occasione per ripensare il rapporto tra impresa e Stato. E soprattutto per dare voce a chi lavora ogni giorno, spesso in silenzio, per tenere in piedi l’economia italiana.

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