Comunicazione. Sigle e voci incomprensibili.
di adminIl peggio è che, mentre l’ascoltatore non sa, comprensibilmente, di che si tratti – ripetiamo, non essendo del mestiere – per giorni, si torna in argomento, utilizzando lo sconosciuto vocabolo, senza dare spiegazioni, sul suo significato, spiegazioni, che dovrebbero, invece, essere alla base del discorso. Si aggiunga, poi, che, se, per esempio, da una parte della politica, una decisione è giudicata positiva, mentre è giudicata negativamente dall’altra, la notizia viene diffusa, senza, tuttavia, spiegare il perché della posizione assunta, per cui, se l’ascoltatore dovesse decidere in merito, non sarebbe, ovviamente, in grado di farlo. Peggiora, poi, la situazione il fatto che Il tutto è condito da una tale velocità di discorso, da non permettere quel secondo di concentrazione, atto a meglio percepire le diverse parole e a capire il significato delle voci sconosciute impiegate. Un complesso di motivi, per facilmente dedurre che, dell’insieme trasmesso, pochi capiscono qualcosa… Quanto alla citata velocità del discorso, poi, dobbiamo confermare, che nemmeno la nostra modesta esperienza di ascolti, iniziata, nei primi anni Quaranta del 1900 – quando l’allora fascista EIAR o Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, ricordiamo ancora, iniziava, baldanzosamente, la sua trasmissione, con l’espressione, maledetta e terribile – era in corso la seconda guerra mondiale, con le sue vittime e le sue distruzioni: ”Il Quartier Generale delle Forze Armate comunica”… – la nostra modesta esperienza, dicevamo, dovrebbe permetterci, oggi, di seguire, tutto comprendendo, quanto viene messo in onda e, quindi, proposto. Non è così. Non è così, perché viene praticata, nella trasmissione, una tale velocità di parola, da non permettere, alla mente ascoltante, di dovutamente seguire e, quindi, di correttamente captare il discorso, neanche dedicando, alla cosa, la massima concentrazione… Riassumendo: sono, spesso, impiegati sigle e vocaboli nuovi, dei quali l’ascoltatore non conosce il contenuto. Praticamente, si dà per scontato, ad esempio, che la voce “debito pubblico”, l’inglese “spread”, la sigla “MES” e il termine “quantitative easing” – del quale, neanche il corrispondente italiano “allentamento monetario” è facilmente comprensibile… – siano perfettamente conosciute, anche dal grande pubblico. Oggi, si aggiunge, ripetutamente, a completare l’incomprensibile, la denominazione “Stati Generali dell’Economia”… Ma, che significano queste quattro parole…? Qundi: spieghiamole, prima d’inoltrarci, nei relativi particolari…! Giusto è anche dire che la gente deve pure autocoltivarsi, per meglio capire, ma, l’affermazione vale, fino ad un certo punto, perché ci si pone davanti al televisore o accanto all’apparecchio radio, per essere informati ed apprendere, ed apprendere, da chi le notizie, anche nel dettaglio, si prende il compito di diffondere. Se aggiungiamo, come già accennato, che tutto ciò viene propinato con la massima velocità di parola, ne deriva che lo spettatore/ascoltatore apprende ben poco di quanto, dovrebbe costituire l’informazione, in trasmissione. Occorrono, quindi, parole semplici e ampie spiegazioni propedeutiche a quanto viene, messo in onda, evitando la fretta discorsiva e dedicando, alla trasmissione di notizie utili, creatrici di cultura, almeno parte di quel “più tempo”, riservato, purtroppo, alla diseducatrice cronaca nera, della quale non ha, certo, bisogno la vita. Aggiungiamo, inoltre: perché, per ottenere vari dettagli di una notizia, non basta l’ascolto d’una trasmissione, ma, occorre ricorrere alla lettura di giornali? Inutile è dire “MES” – valido o non valido, opportuno o non apportuno, ecc. – se, chi ascolta, non sa nemmeno cosa tale sigla significhi. Inutile è usare il termine, si diceva, “quantitative easing”, il cui significato è incomprensibile, se non agli addetti ai lavori… Ed è superfluo presentare, in sovraimpressione, sullo schermo, sempre, per un attimo, anzi, per mezzo attimo, talché non si fa nemmno tempo a leggere, la terribilmente aggiornatissima cifra del debito pubblico, recentemente salita a 2467 miliardi, pari a circa un 138% del Pil, se non ci si rende conto di cosa significhi, esattamente, “mila miliardi” di euro… – sottolineamo, nel caso in esame, “duemila quattrocento sessanta sette miliardi“, cifra enorme, da valutare, da meditare attentamente e con il fiato sospeso, mentre tale numero, così come appare, sullo schermo, non permette neanche d’essere osservato, sparendo esso d’improvviso… Si sa, poi, cosa significhi “Prodotto interno lordo” o Pil…? Ed oggi, quale sia il significato esatto, accennavamo, di “Stati Generali”…? Non vogliamo assolutamente criticare, ma, cortesemente e caldamente, suggerire maggiore chiarezza e studiata lentezza, nella trasmissione di tali voci e dati, in quanto, gli stessi sono essenziali, per una necessaria, cosciente, conoscenza dell’andamento economico-finanziario del Paese, anche con riferimento all’attività economica personale del cittadino. Una maggiore, dettagliata accessibilità di vocabolario, nelle trasmissioni, è, inoltre, alla base di più produttivi ascolti e di certa diffusione di cultura. Pierantonio Braggio
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