Non ci sarà uscita dall’eurosistema. Solo la buona amministrazione garantisce la sostenibilità del pesantissimo debito pubblico.

di admin
Non possiamo esimerci dal trattare un tema scottante, quale, quello della permanenza o meno dell’Italia, nell’eurosistema. Ciò, perché, solo a causa di voci, su un possibile abbandono dell’euro, abbiamo assistito, qualche settimana fa, a crolli di borsa notevoli e paurosi, nonché all’aumento esplosivo del noto spread.

Aumento – sarà stata anche speculazione – che significa diminuzione, per forti vendite, del valore dei Bot, per lo più BTP, e corrispondente lievitazione dei tassi remunerativi delle future emissioni – a carico del Tesoro e con aumento ulteriore del debito pubblico: due fattori, per la situazione attuale italiana, da considerarsi molto negativi. Di ciò, avevano risentito, in particolare, le azioni di banche e di assicurazioni, ed il listino azionario, in generale. Tutto determinato, appunto, dalla serpeggiante idea di un’uscita dall’eurozona del nostro Paese, che, se realizzata, sarebbe motivo di perdite enormi per i risparmiatori – che non sono tutti miliardari, ma, in buona parte, modesti accantonatori, talvolta di miserie, nonostante i sacrifici sostenuti… Ebbene, tale idea d’abbandono dell’eurozona è stata definitivamente smentita, con sollievo di tutti. Del resto, la grave situazione economico-finanziaria, nella quale l’Italia si trova, non è dovuta né all’euro, né alla Germania, ambedue incolpati, ingiustamente, dei nostri malanni, dovuti essenzialmente, invece, a politiche italiane di spesa senza limiti, del passato, politiche mirate esclusivamente ad assicurare consensi… Se, infatti, all’inizio degli anni Settanta del 1900, il debito pubblico corrispondeva a circa il 35% del Pil, oggi esso s’aggira ntorno al citato 130% essendo, in tal modo, per volume e come peggiore, il secondo in Europa e terzo al mondo. 130%, segnalammo, derivante dal fatto che, ponendo a 100, ad esempio, il Pil, che, peraltro, oggi, stenta a salire, si è speso un 30% in più, che, quindi, rimane scoperto, con il pericolo, che tale scoperto aumenti. Una pessima eredità, quindi, accumulata in decenni e che, se fossero state rispettate le regole, previste dal Trattato di Maastricht – firmato anche dall’Italia, nel 1992, quando il debito pubblico era al 105% – oggi, non avremmo sulle spalle un debito di oltre 2300 miliardi di euro…, pari al citato 130% dello stitico, nostrano, Pil. Dunque, la nostra disgraziata situazione non è dovuta né all’euro, né alla Germania, ma solo ad uno ‘spendi e spendi’, ben oltre le possibilità, ossia, senza la necessaria copertura. Comprendiamo, quindi, le difficoltà del nuovo Governo, che si trova, di fronte all’esigenza di scelte, adatte e rapide, quasi impossibili, e non realizzabili, comunque, dall’oggi al domani, anche perché la ripresa stenta a farsi avanti, con numeri tali, da non permettere i necessari interventi. Intanto, dobbiamo dimostrare che stiamo impegnandoci, non solo nel nostro interesse, ma, anche in quello dell’Unione Europea. La quale corre il rischio, a causa del debito italiano, di subire gravi contraccolpi finanziari. Buona notizia è quella del non aumento dell’IVA al 25%…, anche perché non è con la maggiore pressione fiscale, peraltro a livelli soffocanti, che si si sistemano i conti… Certo, l’Italia non era pronta ad entrare – com’è avvenuto, poi, materialmente, dal 1999 – nell’area euro, schiacciata com’era, già allora, da un debito pubblico al 109%, quando il massimo, ammesso dal buon senso e da Maastricht, era ed è del 60%… Si sarebbe dovuto già allora, quindi, realizzare un abbassamento del debito, ovviamente, non con svalutazioni, ma, senza cedere alla voglia di consensi – i conti non perdonano – con risparmi, con taglio di spesa e di sprechi pubblici, privilegi compresi. La stessa cosa vale per oggi, con l’aggiunta delle necessarie, adatte riforme, senza delle quali, mai il Paese riuscirà a sistemarsi.
Pierantonio Braggio

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