No al referendum?

di admin
Ieri sera a San Bonifacio in Sala Civica si è tenuto un incontro organizzato dai ragazzi del comitato Kira del partito “ Possibile”, con il Professor emerito Gianfranco Pasquino, politologo tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, incentrato sul tema del referendum costituzionale di Ottobre riguardante le modifiche alla Costituzione.

Tra gli organizzatori, di fronte a una sala gremita, Andrea Pedrollo ha sottolineato quanto siano importanti serate di informazione che parlino di ciò che i media sembrano nascondere.
L’intervento di Pasquino è iniziato cercando di inquadrare, prima ancora delle modifiche della nuova riforma, cosa sia la Costituzione stessa. La costituzione non è la più bella del mondo, come qualcuno dice, ma nemmeno la più brutta: è un documento storico politico che rappresenta la visione che i costituenti avevano dell’Italia, non pretende assolutamente di essere un documento perfetto, e nei testi di diritto costituzionale, viene definita come “programmatica” proprio perché rappresenta un programma da realizzare.
Uno dei punti deboli, se così vogliamo dire, è rappresentato dalla legge elettorale che, nonostante Antonio Giolitti in sede costituente, avesse sottolineato l’importanza di farla inserire in Costituzione, per pasticci vari (chi redige il verbale non la inserisce) non venne aggiunta. Ecco perché è possibile intervenire su di essa tramite referendum, come si è già fatto nel ’91 nel ’93. Dovremmo riflettere su questo punto: la legge elettorale non è una legge qualsiasi, ma trasforma il voto di noi elettori in seggi. Come è possibile che possa essere cambiata così facilmente?
Altro punto delicato è quello relativo al bicameralismo, ereditato dal Regno della Sardegna e del Piemonte. In sede costituente i comunisti si batterono per il monocameralismo perché se la sovranità era unica, allora unica doveva essere la camera. Ricordiamoci però che all’epoca in Europa non c’era nessun paese monocamerale, e poteva quindi sembrare una scelta azzardata. Infatti i democristiani sostenevano invece il bicameralismo perchè in una situazione di instabilità, se esiste una sola camera è più facile sbagliare, cosa più difficile se le camere sono due.
Ma venendo al punto, qual’è il punto di questa riforma?
C’è stato detto che si vogliono risparmiare soldi. Questo va bene, ma entro certi limiti, perché se si spingiamo all’estremo quest’idea del risparmio, allora dovremo per es. togliere le immunità, che invece costituiscono un grande vantaggio perché se in Parlamento viene eletto qualcuno che per onorare la carica è costretto a lasciare il lavoro, come può mantenersi? Pasquino fa l’esemio dell’operaio che eletto, non può di certo lasciare il lavoro se la carica parlamentare non lo mantiene economicamente. In verità quindi aveva e continua ad avere una sua motivazione. Il punto è che non si può fare una riforma di questo tipo solo perché si devono risparmiare soldi, perché è una scelta apolitica e antiparlamentare.
Ma se anche fosse solo questo l’unico motivo per cui riformare la Costituzione che cosa otterremmo? I senatori escono dalla porta e rientrano dalla finestra: è prevista infatti comunque una seconda Camera, che si chiamerà Senato e che sarà costituita dai nominati/designati dei Consigli Regionali (che potranno anche nominare se stessi). Ne nominano 74, ma non sappiamo ancora in che modo. Poi ci sono 21 sindaci, che però non sono quelli dei capoluoghi, ma che verranno scelti. Poi ci sono 5 senatori a vita nominati dal Presidente della repubblica, che non c’entrano nulla, perchè non dovrebbero esserci più. La Costituzione afferma che per essere nominati senatori a vita sono necessari altissimi meriti “artistici, scientifici e culturali”, ma già con Cossiga sono stati nominati senatori a vita soggetti, non per meriti culturali, ma politici.
Il senato inoltre elegge due giudici costituzionali, ed è una assurdità in quanto 100 persone non elette scelgono due giudici e 630 persone elette (Camera) scelgono 3 giudici costituzionali.
Si tratta quindi di una riforma pasticciata per quanto riguarda la composizione e confusa per quanto riguarda le materie, in cui il Senato potrà richiamare le leggi della Camera e nel caso in cui quest’ultima lo scavalchi, il Senato comunque potrà rifarsi alla Corte Costituzionale, bloccando ancora una volta tutto il sistema.
Un punto di forza della riforma renziana che viene propagandato è questo: avendo cambiato il Senato, si potranno fare delle leggi molto veloci. In realtà, a seguito di una ricerca compiuta da Pasquino, in collaborazione con un altro professore ordinario, che attualmente insegna ad Astana, il parlamento italiano, così come lo abbiamo conosciuto, ha regolamentato e proposto più leggi del bicameralismo tedesco, francese, inglese e persino degli Stati Uniti. Quindi non è una giustificazione corretta. Si potrebbe dire che però le leggi approvate dal nostro sistema, vengono fatte in un tempo maggiore: mediamente le leggi approvate dal bicameralismo italiano, lo sono con 10-15 giorni in meno della media degli altri paesi. Inoltre se il governo italiano ha urgenza ricorre ai decreti e quindi la giustificazione della rapidità è sbagliata .
Ma soprattutto, è legittimo pensare che la misura della efficienza del parlamento si misuri in quante leggi vengono approvate? Tacito stesso nei suoi Annales diceva Corruptissima re publica plurimae leges.
Se poi l’esigenza di questa riforma nasce dal rispettare quanto è chiesto dai grandi investitori, cadiamo nuovamente in errore. Sono solo tre le cose che sono chieste all’Italia: una pubblica amministrazione che non sia corrotta, una giustizia civile efficiente e lo stop alla criminalità organizzata. Questi sono gli ostacoli da superare, piuttosto che riformare il Senato.

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