Importante testimonianza agricolo-storico-linguistica, raccolta dallo studioso Lucio Martinelli, Vangadizza, Verona.

di admin
"Da ci si-to, a giornàda"? "Són, sóto Trèvese..."! - "Presso chi, sei a giornata"? "Sono alle dipendenze di Tréves..."!

È alquanto interessante conoscere la storia del passato, specie quando questa è raccontata da testimoni diretti, quale fu la madre del ricercatore e studioso Lucio Martinelli, che cura minuziosamente il passato e la storia del suo Paese, Vangadizza, Verona.
Ma, la cosa diventa ancora più attraente, quando, come in ciò che segue, non solo si vengono a conoscere usi e costumi – in questo caso, rurali – del tempo, ma, anche lo stesso ampio vocabolario, che gli agricoltori, capi o dipendenti, usavano nei loro più semplici colloqui o conversazioni, necessariamente legate all’attività lavorativa, in campagna.
Era il barone ing. Gastone Treves (1877-1967) – detto Trèvese, in dialetto legnaghese della zona – uno dei maggiori proprietari di terra, in quel di Vangadizza, ci fa sapere l’Autore. L’ingegnere era, infatti, titolare di circa tremila campi – un ‘campo’ veronese corrisponde a circa 3046 mq – e di decine di fattorie, solo nell’area di Vangadizza. Risiedendo il barone, tuttavia, a Padova, faceva condurre e amministrare le sue proprietà da fatóri, fattori, castàldi e capi-òmeni, ossia, capi-uomini, uomini, che erano, poi, i braccianti del luogo. Fra parentesi, segnaliamo, n.d.r., che solo 400 famiglie veronesi possedevano, al tempo di Treves, tutti i terreni coltivati della provincia di Verona e che, quindi, quanto ci racconta dettagliatamente Martinelli, era un diffusissimo complesso di elementi, di usi e di costumi, anche di vocaboli particolari, usati nelle conversazioni fra br agricoltori-proprietari e collaboratori, coinvolti, appunto, nell’ampio mondo agricolo. Termini dialettali, dicevamo dianzi, che Martinelli accortamente e puntualmente riporta e che, in questo caso, grazie al suo presente contributo, tornano alla luce, per nostra maggiore cultura.
A Vangadizza, continua Martinelli – che aveva fatto rivedere il presente testo all’amico, allora ancora in vita, Luciano Rossi, pure di Vangadizza ed esperto, quindi, in temi locali – Treves possedeva i fondi Cannavecchia, Rosta, Cavalle, Tezzon, Fioretta e Bragadina. Ma, tornando a temi strettamente legati al linguaggio bracciantile d’ogni giorno – elemento molto importante in questo racconto – l’Autore segnala numerosi vocaboli, dandone esatta traduzione o spiegazione. Nàre a giornàda era come dire laoràre sóto parón, ossia, lavorare alle dipendenze di un proprietario, in questo caso, di terreni. Nàre significa, andare, e parón vale per padrone.
Alla sera, prima di tornare a casa, el castàldo ‘l’ordenàva, ossia, ordinava, dava gli ordini sul da farsi nel giorno dopo e suggeriva quali arte, di quali attrezzi, bisognava essere provvisti. La giornàda la scómiziàva, cominciava, al sorgere del sole e la finéa, terminava, al tramonto. Bisognava presentarsi al mattino presto, in anticipo sull’orario di lavoro, nella córte – grande spazio, davanti alla casa rurale – presso el fatór, fattore, appunto, muniti delle citate arte. Il fattore chiamava gli uomini, che servivano e indicava l’arte necessaria, per il lavoro del giorno. Chi era sprovvisto dell’arte richiesta, perdéa, perdeva, la giornàda.
Con la voce arte s’intendeva, in linea di massima, un complesso di attrezzi: el baìle, badile, la vanga, la zàpa, la fórca, el restèlo, il rastrello, el fèro da segàr, o falce fienaia.
Tuttavia, esistevano, altre decine di arnesi da lavoro, che ogni contadino conservava in casa propria, nel cantón de le bèle arte, cioè, nell’angolo, ubicato dietro la porta dell’allora cucina-soggiorno, in modo che le stesse fossero sempre a portata di mano. Moltissimi erano gli abitanti di Vangadizza e dei paesi vicini, che prestavano il loro lavoro alle dipendenze del barone Treves, perché, oltre a coloro, che erano addetti ai lavori di giornata, c’erano i salariati o braccianti agricoli, stipendiati in base a contratto annuo. Comunque, andavano a lavorare a giornàda – per, restare in tema – uomini, donne e ragazzi…
Centinaia erano i lavori da eseguire manualmente. I giovani erano impiegati, quasi sempre, a paràre le bestie, cioè, a guidare gli animali da tiro, tenendoli per la brìja, briglia, mentre si arava, si seminava, si passavano sul terreno gli àrpeghi, èrpici, el diaoléto o èrpice snodato, el rùgolo o pesante rullo di pietra, tirato da un cavallo, usato per compattare il terreno, dopo averlo seminato, nonché la zapacavàlo o zappacavallo, impiegata per sarchiatur d’un terreno, che aveva precedentemente ospitato un’altra coltura. Tali lavori si effettuarono con l’ausilio di bovini o cavalli, fino all’arrivo della cosiddetta aratura elettrica. Fu il barone Treves, infatti, uno dei primi agrari a introdurre, per l’aratura della sua terra, questa innovazione tecnologica, producendo egli in proprio l’energia elettrica, attraverso lo sfruttamento delle acque del fiume Bussè, che scorre in località Bragadina. Come si realizzasse tale aratura innovativa, non abbiamo notizie, ma essa era già nota nel mondo agricolo del tempo.
Le donne erano addette a médare o mietere il frumento con la méssóra, o falce a mano, a fare le manà o piccoli fasci di steli di frumento, da unire in covoni, che, detti coéte, venivano legati con i balzi, ossia, con resistenti legacci d’erba d’acqua… Le donne s’occupavano, poi, di restelàre, rastrellare, el fién (fieno) o le strépole (residui con radice, che restavano sul terreno, dopo la falciatura del frumento o de mais), di raccogliere la bula o pula, di alimentare di fili di ferro la prèssa, per la legatura meccanica delle balle di paglia, formate dalla prèssa stessa, che era collegata alla trebbiatrice, della raccolta del tabacco, di seguire i lavori della sua essiccazione e, quindi, del relativo imballo, nei relativi sécatòi o essicatòi.
Agli uomini eseguivano i lavori pesanti, che, ovviamente, erano senza numero. Tutto questo continuò fino agli anni Cinqunata, quando con l’arrivo della più progredita meccanizzazione, non ci fu più bisogno della numerosa manodopera in parola.
La modesta descrizione dei lavori di coloro, che andavano a giornàda, sopra riportata, è solo una piccola parte del tanto, che ci è stato trasmesso dai nostri nonni o padri, circa lavoro, fatiche, sacrifici, umiliazioni, ecc., nel mondo agricolo del passato, per cui, per essere più precisi ed esaurienti, non basterebbe un libro – sottolinea Martinelli.
Giustamente, l’Estensore, molto attento al dettaglio, lamenta l’impossibilità di maggiore precisione nella descrizione, di cui sopra, ma deve dirsi contento, non solo di avere potuto registrare il tutto, ma anche di avere avuto la costanza di metterlo chiaramente per iscritto. Egli offre, così, anche a noi l’opportunità di conoscere usi e costumi del mondo rurale d’un tempo, non certo granché rispettoso, in generalòe, della dignità umana, e, al tempo, di venire a conoscere, in modo esatto, un vocabolario a molti non noto e che, con tale descrizione, resterà ben custodito.

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