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Riforme o fallimento. Non le richiede solo l’Europa, ma l’economia nazionale ed internazionale.

di admin
I tempi cambiano e sono cambiati. Sino ad anni orsono, ad economia internazionle bloccata, ossia, strettamente regolamentata, il posto di lavoro era da considerarsi certamente sicuro. Anche perché un'azienda poteva contare quasi sicuramente e comunque sulla vendita del proprio prodotto, spesso aiutata, in Italia, da quasi biennali svalutazioni della lira. Svalutazioni che non erano per…

Tante uscite, tante entrate. Ora, sarebbe inutile dirlo, ma va ricordato, come l’esperienza negativa di settant’anni di comunismo sovietico e di quaranta di comunismo dei Paesi-fratelli dell’ex-Unione Sovietica, fra i quali l’ex-Repubblica Democratica Tedesca, dove “tutti” avevano un lavoro, talvolta senza lavorare, dimostri che un lavoro c’è quando e dove un’impresa non solo produce, ma, anche rende. E, se rende, è anche fonte di nuove entrate per lo Stato. Se vogliamo che le nostre imprese continuino a chiudere, continuiamo su questa strada, seguita da un conservatorismo in attrito costante con la realtà attuale e che non fa certo l’intetresse dei lavoratori. Alla luce di questo, ci si chiede perché una legislazione sul lavoro moderna, quale è quella in essere nella vicina Germania ­– andiamo a copiare anche in Austria o in Svizzera, nelle quali non sembra che le cose vadano proprio male – dove notoriamente i diritti di chi lavora sono massimamente rispettati e dove quelle riforme, che si chiedono all’Italia, sono state realizzate da un governo socialdemocratico e, quindi, non di destra, non possano venire recepite anche in Italia. E, diremmo, tali e quali, copiamole, senza perdercii in discussioni, perdendo prezioso tempo. Circola la voce, secondo la quale, se Italia e Francia non realizzeranno al più presto le dette anche sulle famiglie riforme, ne risentirà fortemnente anche l’euro, il quale potrebbe raggiungere, in breve, valori, nel cambio rispetto al dollaro, addirittura inferiori ad 1.1. Meglio dirà qualcuno, perché – giustamente – si esporterà molto, molto di più, ma, come ce la caveremo con l’importazione delle materie prime, delle quali avremo sempre assolutamente bisogno? Senza dimenticare che un’economia non può basarsi solo sull’export, ma deve bilanciare questo con i consumi interni. Che rivivranno solo con minore spesa pubblica, con meno imposizione fiscale, anche a carico delle famiglie, con meno burocrazia e con meno costi per l’impresa, fonte unica di creazione di lavoro.
P.B.

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