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“Sopralluogo”a vigneti e cantine nella Wachau, Austria.

di admin
Un viaggio culturale, fra gente, natura ed arte…

Non si può sapere tutto, talché ogni notizia merita attenzione, sebbene debba essere verificata. Che l’Austria producesse vino ed ottimo, non era una novità, anche per il fatto, molto semplice, che, già negli anni Sessanta, ricevetti in omaggio qualche bottiglia di vino dalla Delegazione austriaca, presente alla Fiera Internazionale dell’Agricoltura di Verona: vino bianco, bottiglie formato “renano” verdi, con turacciolo a vite, raffigurante la bandiera austriaca – colori rosso, bianco, rosso, riprodotti in orizzontale e portanti, nel mezzo della striscia bianca l’aquila dell’Austria democratica. Come prescrive la normativa ufficiale, i vini d’Austria, portano, quando previsto, la sigla latina DAC, con il significato di Districtus Austriae Controllatus, ossia, Distretto d’Austria controllato. Un DAC, quindi, che corrisponde al nostro DOC.
L’interesse per l’agricoltura e per la vite in generale, nonché la curiosità di conoscere de visu la realtà vitivinicola austriaca, hanno portato Paolo, mio fratello, ed il sottoscritto, in varie zone della Bassa Austria, bagnate dal Danubio. Esse godono di una temperatura adattissima alla viticoltura e, pure, con ottimi risultati, a quella dell’albicocca: due colture irrealizzabili in altre zone austriache. La Bassa Austria (così definita, sebbene situata a nord dell’Austria orientale, presenta una configurazione piuttosto piana del territorio, mentre l’Alta Austria è data da territorio molto montagnoso) costituisce il maggiore Land (Land = una specie di Regione italiana) della Federazione austriaca. Essa si trova nei dintorni di Vienna, confina a nord con la Repubblica Cèca e la Slovacchia ed ha per capitale la città di Sankt Pölten, che si trova pure sul Danubio e a sinistra di Vienna. Un territorio, quello della Bassa Austria, che offre un buon “terroir”, ossia, un complesso di elementi, dati dal già citato ottimo clima determinato dal Danubio e, in parte, denominato pannonico, e dallo stesso terreno, che, tuttavia, varia ovviamente da località a località, formando un’ampia striscia, che ospita circa 45.600 ettari di suolo a vigneti. Tale territorio vitivinicolo, è denominato “Wachau” e si trova nella valle del Danubio, che scorre in direzione di Vienna, si estende in lunghezza per oltre 33 km, fra le città di Melk e di Krems, e si prolunga anche verso zone, site sotto la città di Wiener Neustadt, a sud di Vienna. Fra Melk e Krems, come località meritevoli d’attenzione, non si potevano trascurare Ybbs – la romana “Ad pontem Isidis” – Spitz, Langenlois, Dürnstein. Cittadine in precedenza selezionate, del resto, per il motivo centrale del nostro viaggio: la visita ai folti vigneti, che caratterizzano il paesaggio dei loro dintorni. Vigneti, che hanno destato in noi molto interesse e, al tempo, sorpresa, in quanto, in verità, non si pensava che l’Austria disponesse di una sì ampia superficie coltivata a vite. La cui produzione in prodotto finito, un po’ inferiore ai 3 milioni di ettolitri, è data da vini bianchi secchi – per lo più, Grüner Vetliner e Riesling renano –, ma anche dolci. Vini, in vero, non molto bevuti nell’Austria stessa, ma in buona parte esportati – un 35% soprattutto in Germania. Non molto bevuti… Infatti, in Austria non si beve che raramente vino a tavola, se non nelle zone di produzione, mentre qualche bicchiere è goduto in momenti di festa fra amici o davanti al televisore, gustando i sapori ed i profumi, in riflessione, di un prodotto eccellente… Il vino austriaco medio, sempre d’alta qualità, ha un prezzo medio, che va dai 4 agli 8-€, per salire a quotazioni molto consistenti. Tali prezzi si giustificano per la difficoltà dell’impegno che richiede la vite, coltivata per lo più in terreni molto scoscesi – con i metodi d’allevamento a ritocchino, a guyot, e a girapoggio – in buona parte, di difficilissima praticabilità, la quale, tuttavia non impedisce, al viticoltore, di seguire le proprie viti con impegno ed assiduità.
Numerose sono le cantine, private ed a cooperativa – una, fra le visitate, conta più di 1100 soci – tutte sorte secoli orsono, visto che la tradizione vinicola locale risale addirittura a prima del Mille… Altro che meravigliarsi della straordinaria estensione della grande superficie a vite della vicina Austria… Quasi tutte le cantine, anche molto profonde – una di esse dispone d’un percorso di oltre tre chilometri – organizzano visite guidate e a pagamento nelle stesse, introducendo il visitatore in un mondo del vino, descritto dalla guida con un calore particolare, reso più intenso da studiati effetti sonori, da proiezioni, nonché, talvolta, addirittura da un certo vento artificiale, portatore di profumo di buon mosto e da assaggi, atti a invitare il visitatore a farequalche acquisto nei rispettivi ed estesissimi negozi interni, che si trovano alla fine del percorso. Da notare che, accanto al vino, tali cantine propongono olii di semi d’uva o di albicocca, considerati molto salutari. Quanto sopra, senza volere glorificare la vitivinicoltura austriaca, ma esclusivamente per dare un’idea più completa possibile di una realtà importante, a molti sconosciuta, così com’era per il sottoscritto.
Quanto al viaggio in sé, raggiunto Innsbruck da Verona, verso mezzodì del 9 agosto 2013, si è proseguiti per Salisburgo, e continuando, oltre Linz, sino a Traun, cittadina che porta tale nome, derivante da quello del fiume che la bagna, a suo tempo, denominato dai celti “dru”. Il suo lago porta il nome di Traunsee. Fu qui che, alla sera, cenando presso il tradizionale Gasthof Kirchenwirt, il titolare, Reindl, non solo si è intrattenuto a lungo con noi offrendoci, molto amichevolmente, dati sul proseguimento del viaggio, ma ci ha anche fatto abbondantemente assaggiare un ottimo bianco austriaco, il Grüner Vetliner….
Dopo circa 83 km da Traun, in direzione Est, iniziammo ad entrare nella citata Wachau, verdissima zona vitivinicola da visitare a poco a poco, accompagnati dal silenzioso Danubio. Raggiungemmo la graziosa Grein, terza più antica cittadina del Mühlviertel e custode, ancora oggi, dell’ormai antico ed ottocentesco stile “Biedermeier”. Vi arrivammo solo dopo diverse soste, effettuate, durante il percorso, per prendere il necessario, diretto contatto con i vigneti – entrando in essi, osservando i metodi di coltura, l’ordine con il quale sono curati, senza trascurare la bellezza dei numerosi albicocchi, la cui presenza era a noi sconosciuta. Oltre ad inoltrarci fra le viti, piacevoli furono, quindi, le soste anche sotto i verdissimi alberi d’albicocca, denominata in Austria, “Marille”. Essa è molto utilizzata per la preparazione di liquori – notissima è in merito l’antica distilleria austriaca Bailoni di Krems-Stein – nonché di marmellate e, con i suoi semi, di olio, molto usato in cucina. Grein ci ha fatto pernottare eccellentemente presso la “Pension Martha”, un vero hotel di classe, ma molto favorevole dal punto di vista del prezzo, che dispone persino di un garage per biciclette, con tanto di attrezzi d’ogni tipo per chi dovesse risistemare, nonché lavare, il proprio velocipede… Visto che da Grein, si potevano raggiungere in bici diverse mete, costeggiando abbondantemente padre Danubio, chiedemmo ai titolari se ci avessero affittato un paio di dueruote… Neanche dirlo: subito ci diedero due mezzi, ancora prima di assegnarci le camere, senza chiederci documenti d’identificazione e a costo zero. Per circa tre ore pedalammo lungo il Danubio su pista asfaltata perfetta, rendendoci conto, fra l’altro, che il Danubio stesso, qualche mese prima, aveva raggiunto la paurosa altezza di almeno quattro metri… Domenica 11 agosto, avemmo la grande opportunità di partecipare alla messa delle 10, nella chiesa parrocchiale tardo-gotica di Grein, dedicata a Sant’Egidio. Ancora un volta dovemmo costatare, con soddisfazione, l’attenzione e la compostezza dei fedeli presenti, la loro affezione al canto, nonché la studiatezza d’ogni movimento del celebrante e dei chierichetti. Tale attenzione, tuttavia, non riuscì, purtroppo, accordare il sottoscritto, attratto come fu, durante tutta la funzione, dalla presenza – sembra impossibile, proprio sull’altare maggiore! – di una bellissima farfalla “Ammiraglio rosso”, guarda caso, amante dell’uva, la quale continuava a svolazzare da un lato all’altro del presbitero, poggiandosi, di tanto in tanto, laddove, su un variopinto tappeto, che copriva la parte anteriore dell’altare, meglio arrivavano alcuni raggi di sole… Una meraviglia d’insetto, che, temevo, potesse o prima o poi perdere la vita, per mancanza di alimentazione… Quando si è vecchi, càpita anche questo…! Ma, la Provvidenza ci perdonerà, perché – pensiamo – ammirando la natura, onoriamo Essa stessa… Da Grein, abbiamo raggiunto Melk, dopo soli 36 km di strada, fiancheggiante il Danubio, visitando, quindi, come citato Ybbs, ma tralasciando Pöchlarn. Melk è una cittadina che – molto movimentata di giorno e tranquillissima alla sera, quando la massa dei turisti da tutto il mondo la lascia – si segnala orgogliosamente a chi le si avvicina, attraverso il grande suo settecentesco monastero, noto come “Stift Melk”, che appare come un giallo gigante, emergente mastodonticamente sopra un monte… Un breve percorso, in salita, a piedi, essendo alloggiati presso il centrale Hotel Post – ovviamente, osservando il bello che il percorso stesso offriva – ci ha condotti al grandioso monastero dei Benedettini, tuttora presenti, circondato da un immenso parco – anche con alberi di centinaia d’anni – in parte molto curato ed in parte lasciato alla natura. Il quale riserva al visitatore anche la grande sorpresa di un meraviglioso orto botanico, in cui ogni pianticella è curata con l’attenzione da essa specificamente richiesta. L’amplissimo complesso del monastero di Melk, se attrae per la sua immensità e per la sua posizione elevata, fa godere l’occhio e l’appassionato d’arte per la sontuosità del suo aspetto non pesantemente barocco e per la già segnalata tinta giallo-arancio – caratteristica del barocco austro-tedesco – di tutto l’edificio. Il quale, se deriva dal castello del marchese Leopoldo II, che nel 1089 lo cedette ai Benedettini di Lambach, prese il suo attuale aspetto negli anni 1702-1736. Sale, chiesa, corridoi, biblioteca e parchi fanno del monastero un vero unicum, che va visto di persona, per rendersi conto della sua imponenza artistica.
Prima di visitare, nel proseguimento del viaggio, la piccola Dürnstein, in posizione incantevole sul Danubio, abbiamo fatto sosta a Spitz e, quindi, nei i suoi dintorni collinari, coperti di viti e dai quali straordinaria appariva la visione del Danubio e della sua valle. Avviatici in direzione del centro, attraverso una viuzza, che s’arrampica verso la chiesa parrocchiale, notammo una signora anziana, seduta su un muretto ed avente nella sinistra un bastoncino e, vicino a sé, una grande borsa, che la donna molto evidentemente avrebbe faticato a portare. Chiestole se abbisognasse di un pur modesto aiuto, la signora, dotata di un’eleganza modesta, ma molto visibilmente viennese – cosa che ci piacque – accettò l’offerta, per cui, l’accompagnammo a destinazione, per un chilometro e mezzo, non trascurando d’osservare, nel frattempo, il bello che la cittadina ci proponeva. Segnaliamo la cosa fra parentesi, non per porre in evidenza una modestissima azione di aiuto, peraltro dovuta e più che spontanea, ma perché la signora – che ci chiese da dove fossimo e che ci raccontava fatti locali – parlando due volte con passanti che la stessa conosceva, fece loro presente d’essere fortunatamente accompagnata, in quel momento, da due “Samariter”, samaritani: cosa che, in qualche modo, ci fece sorridere, dato il vocabolo tedesco scelto…
Attraverso meravigliose stradine, tutte fiori e verde, nonché dotate di segnalazioni di diverse cantine, che offrivano vini al dettaglio, proseguendo la visita, giungemmo quasi al sommo d’una collina, dove la vite prospera ottimamente, già presentando i primi grappoli in divenire e dove ci si rese conto – pur rallegrati dal sorridente paesaggio – della difficoltà, che l’agricoltura locale deve superare, dati i terreni, per lo più molto ripidi e, spesso, pericolosi, sui quali è coltivata la madre dell’uva. La considerazione ci ha permesso di giustificare nei fatti il costo citato di una bottiglia di buon vino austriaco… Comunque, la nostra attenzione era completamente attirata dall’incredibile estensione di piantagioni viticole, dalla perfetta loro coltivazione – del resto tale anche nelle fertili e ben lavorate terre veronesi – e dalla bellezza del paesaggio…, che ricordava le nostre benedette terre della Valpolicella e di Soave… Nel quale paesaggio, dicevamo, fra l’altro, emergeva, al centro, l’immancabile campanile bianco della parrocchiale di Spitz, impreziosito da un grande orologio dalle lance dorate, così com’è per tutti gli orologi delle chiese austriache e tedesche, e si mostrava meravigliosamente, un po’ più lontano a destra, il lento ed azzurro Danubio, coronato dalle sue rive, popolate da intenso verde e da paesetti che nelle acque si rispecchiavano.
Dopo esserci seduti sulla riva del Danubio, a contatto diretto con la sua acqua, osservando anche diversi natanti, ci avviammo verso Krems, attraverso una bellissima strada, costeggiando il Danubio stesso, sul quale, di tanto in tanto, appariva una veloce, silenziosa e grande chiatta. Ci fermammo a Stein, sempre sul Danubio, alloggiando in un albergo della piazza centrale, per entrare nel quale, dovemmo suonare un campanello, posto al fianco d’un antico portone. La titolare rispose dall’alto, parlandoci dall’angolo d’un poggiolo, ornato da una bellissima vite. L’entrata, antica e non proprio in ordine, ci riservò la piacevole visione di un colonnato a forma quadrata, sormontato da un lungo corridoio, ornato da fitto e meraviglioso fogliame. Ci fu assegnata una camera, nella quale entrammo dal detto corridoio. Essa apparì subito come la camera di un principe, arredata com’era da piacevoli mobili ottocenteschi e munita dei normali servizi. In attesa della sera, visitammo in modo particolareggiato Stein, non trascurando la parrocchiale, sita su un monte, dietro il centro. La visita alla chiesa, ci fece soffermare dinanzi al monumento ai caduti delle guerre 1914-1918 e 1939-1945, osservando il quale, spontanea ci venne l’osservazione, come sempre venga evidenziato, tanto in Austria, in Germania, nonché in Italia, che tali povere, numerosissime vittime, sarebbero morte da eroi per la “Patria”. Da ciò ci è venuta altrettanto spontanea la domanda – del resto sempre pronta ad emergere, dinanzi a tali monumenti – relativa al come tali vittime abbiano potuto essere scese in guerra, convinte ad andare a perdere la vita, lasciando famiglie e terre, a loro care, quando a ciò sono state “costrette”, con ferree normative, da Stati e da martellante propaganda, miranti solo a giustificare aggressioni, conquiste ed eliminazioni di popoli senza colpa, come avvenne ed avviene in tutte le guerre e, particolarmente nelle due sopra citate. Per la Patria… La considerazione non poteva concludersi che con un “requiem”, recitata con la massima pietà… Giunti a Krems, ci apparve, nel suo centro, una lunga ed ampia strada, disegnata come tale, ai lati, da due file di edifici di età diverse e restauratissimi e accortamente chiusa al traffico. La stessa è impreziosita, come è in numerose cittadine austriache, da una seicentesca statua della Vergine, posta su una colonna, nonché delimitata, sia al suo inizio, che alla sua fine, da due grandi ed antichi edifici, quali portoni di accesso e di uscita dalla città. Nella quale visitammo un bene coordinato Museo del Vino, che non poteva mancare in una terra feconda di viti, quale quella che stavamo visitando. Fu qui anche che, andati a riprendere la macchina, posteggiata nella parte inferiore della città, sull’alberata riva dell’omonimo fiume Krems, la stessa presentò qualche problema… Un gentile signore del luogo, chiamò, attraverso il telefonino, l’ÖAMTC (= Österreichische Automobil Motorrad und Touring Club, ossia, il Club Austriaco dell’Automobile, della Moto e del Turismo), che, nel giro di venti minuti, mandò un suo collaboratore, il quale ci risolse rapidamente il guasto. Nel frattempo, una coppia di sposi austriaca, di ritorno verso la sua città d’origine, c’indicò dettagliatamente, con molta simpatia per il Veneto, il percorso per la successiva visita ad altre cittadine interessanti e per raggiungere la nostra meta finale, questa volta, non vitivinicola, prefissata, ossia Petronell-Carnutum, della quale tratteremo in seguito.
In precedenza, ci fu suggerito di non trascurare, volgendoci verso nord, la cittadina di Langenlois, nella Kamptal, ossia, Valle del fiume Kamp, nota per il suo clima “pannonico”, com’è definito dai residenti, caldo e secco d’estate, e talvolta abbondantemente freddo d’inverno, ma adatto alle rigogliose viti, coltivate in loco. Dovendo, ovviamente, eseguire il dovuto sopralluogo ai locali vigneti, pernottammo presso la pensione “Marianne Weingartner”, che trovasi nel centro della cittadina. L’edificio, antico, era in passato un Gasthof, ossia, una birreria con camere, ora destinata solo a pernottamenti. Come avvenne precedentemente a Stein, dovemmo suonare un campanello. Da un grande portone antico, uscì una gentile e simpatica signora, che aprì completamente il portone e ci fede entrare in un bellissimo cortile, pure antico, dominato da fiori e piante d’ogni tipo, ma soprattutto di oleandri e da viti. C’invitò a vedere la camera, che raggiungemmo attraverso una scala di legno, che dava su un corridoio, pure in legno e dal quale si potevano ammirare le cime degli oleandri… Alla gentile donna piacque subito sapere che provenivamo da Verona e ci consegnò le chiavi d’una bellissima camera moderna. Usciti, non potendo avviarci, essendo quasi sera, in visita alle viti della Kamptal, raggiungibili a piedi, perché site appena dietro all’alloggio, demmo ufficialmente inizio all’irrinunciabile visita alla cittadina di Langenlois. Vista la piazza centrale con le immancabili colonna e statua dedicata alla Vergine – segno della grande e radicata religiosità austriaca –, ci volgemmo alla chiesa parrocchiale ed una chiesetta laterale, che, guarda caso, si trova proprio dinanzi all’alloggio da noi scelto. La chiesetta, nel suo interno, appariva spoglia al punto di farci pensare ad un tempietto evangelico, dominando sull’altare maggiore solo una grande croce… Ma – sorpresa e incapacità di bene comprendere la cosa – ci apparvero, ai lati dell’interno tre bare, conservate in altrettante vetrine… Pensammo…, riflettemmo…, ma non riuscimmo a spiegarci la cosa, in sé complicata, per non avere mai visto un tale tipo d’esposizione… Comunque, onde venisse il momento di sederci a tavola per la cena, momento sempre interessante per la romanticità degli ambienti, per la curiosità di vedere il sempre piacevole aspetto delle pietanze locali, nonché di gustare birre appena prodotte, ci inoltrammo per almeno tre ore in viali alberati, osservando attentamente anche la struttura e la pulizia di strade, canali ed edifici… Mentre camminavamo, l’occasione volle che incontrassimo la titolare dell’alloggio, che, in bicicletta, ci riconobbe e ci salutò con molta simpatia… Dopo cena, in attesa dell’ora di rincasare, non mancò una seconda lunga passeggiata al fresco “pannonico”… Al mattino seguente, al momento della colazione, avemmo un lungo colloquio con la signora Marianne, che, sempre entusiasta della nostra presenza, ci diede molte spiegazioni sulla sua terra e anche sulla presenza delle bare nella vicina chiesetta… Del resto, non potevamo andarcene, senza avere dato una soluzione a tale mistero. Mangiavamo ed ascoltavamo, gustando marmellate casalinghe – prima fra tutte, quella di albicocche – e godendo di una preparazione della tavola, studiatissima e tutta viennese: il marito di Marianne, non solo portò due uova sode, ma le coprì con un copri-uovo in tessuto, eseguito a mano, e raffigurante un variopinto galletto… Un atto, uno stile che non sfuggì alla nostra attenzione, perché segno dell’alta considerazione, riservata all’ospite, in generale.
Oltre a diversi dati su vite e vino, Marianne spiegò che le bare da noi viste, il pomeriggio precedente, erano nella chiesetta, perché la gente del luogo potesse più facilmente rendere omaggio
a parenti ed amici defunti – “non è carità”, disse Marianne, “tenersi alla larga” da coloro che in vita ci sono stati vicino, solo perché temiamo la morte! – e perché, in fine, tale santo luogo di custodia, permette un più rapido trasporto delle bare nella vicinissima parrocchiale, in cui avrà luogo la funzione del commiato finale…
Terminata la colazione, dopo avere ricevuto un saluto cordiale da Marianne, che volle regalarmi un vasetto di “Marillenmarmelade” di sua produzione per mia moglie, visitammo grandi estensioni di vigneti ed un’ulteriore cantina antica, ovviamente, restaurata. Nella quale, non solo non mancò un pur modesto assaggio d’ottimo vino, ma addirittura, per la necessaria e prolungata osservazione dell’ambiente da parte nostra e data la tortuosità
del percorso, per qualche momento, ci sembrò di avere perduto la direzione per l’uscita…
Sempre non perdendo di vista il paesaggio vitivinicolo danubiano, proseguimmo in direzione di Vienna-Schwechat – zona aeroporto internazionale – su un’autostrada dal traffico terribile, che non permetteva assolutamente una velocità moderata: i veicoli marciavano a 150 km all’ora e, talvolta, oltre, non dando pace a mio fratello alla guida, spingendolo, quindi, a
tale costante ed esagerata velocità e creando in noi il timore di non uscire al posto giusto, come avvenne, in direzione di Petronell-Carnutum. Il focoso traffico su tale arteria si spiega con il fatto che, se, vent’anni orsono, rarissimi erano coloro, che, provenendo da est, ossia, dalla Cortina di ferro comunista, la frequentavano, oggi vi sono migliaia di utenti, che si aggiungono ai locali, nel nostro caso, diretti in Slovacchia, in Ungheria, nella Repubblica Cèca, in Polonia, nei tre Paesi Baltici, in Bielorussia, in Ucraina e in Russia….
Quanto a Petronell-Carnutum, tale località dista da Vienna circa 60 km e può essere raggiunta, con traffico normale, in non oltre 40 minuti. Ebbene, a causa di avversa fortuna, perdemmo inutilmente circa 3 ore, per arrivare alla meta, non avendo potuto individuare tempestivamente la corrispondente uscita. Nel tentativo, infatti, di rimediare alla cosa – corremmo il rischio di trovarci in breve tempo in Ungheria – uscimmo alla prima uscita disponibile, senza poi trovare la soluzione al problema, per mancanza d’indicazioni stradali. Ci trovammo in aperta campagna, con il pericolo di dirigerci non più in Ungheria, ma verso sud-est…, con chissà mai quale allungamento del percorso in terre sconosciute. Ad un tratto, tuttavia, dopo avere rifatto vari percorsi senza risultato, ci si presentò un bar per birra e vino, dove interpellammo una signora, per avere lumi sul come raggiungere la nostra introvabile meta. Intervenne gentilmente il marito della donna – che trovava qualche difficoltà a darci precisazioni – il quale, pur avendoci indicato un certo percorso, ci disse, che una volta bevuto un bicchiere di vino, ci avrebbe indirizzato lui stesso verso la località ricercata, dopo averlo seguito per un buon tratto di autostrada. Ad un certo punto, ci avrebbe fatto segno di dove uscire. Lo seguimmo – egli viaggiava disinvoltamente sull’autostrada ad oltre 150 km l’ora, superando auto e camions – fino a quando, ad un certo momento, sparì, data la sua esagerata velocità… Uscimmo, finalmente, di nostra iniziativa, dall’autostrada e Dio volle che avessimo trovato l’indicazione, che cercavamo, “Petronell-Carnutum”… Non si tratta i una grande città, ma di un piccolo, elegante paese, sito a destra del Danubio, a 182 m sul livello del mare, la cui chiesa parrocchiale, risalente al 1200, è dedicata a Santa Petronilla martire. Carnutum, dove le prime costruzioni, opera dei soldati della XV legione romana, risalgono agli anni 40/50 d.C., era diventata, in un secondo tempo, la capitale della provincia della Pannonia superiore. Oggi, vi possono ammirare un battistero rotondo, risalente al 1200, costruito in stile romanico dai Templari, in onore di San Giovanni Battista, ed ora, dal 1700, tomba della famiglia Abensperg-Torn. Ma la notorietà di Petronell-Carnutum e della vicinissima Bad-Deutsch Altenburg, deriva soprattutto dal fatto che già nell’anno 200 vi risiedevano 60.000 persone, per lo più, soldati di Roma, con le famiglie, guidati – a presidio dei confini nordorientali dell’Impero, al di qua del Danubio, sull’antica Strada dell’Ambra, che attraversava il Danubio stesso – da Marco Aurelio, Settimio Severo e Diocleziano. Poco distante dall’hotel Marc Aurel, in cui pernottammo, non solo si trovano i resti del grande insediamento, ma anche l’Heidentor, ossia, la “Porta pagana”. Una costruzione trionfale quadrangolare, eretta a ricordo delle vittorie di Costantino II, sui cosiddetti barbari. Ora, a livello di resto, essa conserva l’aspetto di grande porta, sorge nel mezzo di un’estesa campagna, la quale ospita, a poca distanza, anche numerosi aerogeneratori. Se Carnutum presenta scavi importanti su 10 km2 di superficie e ricostruzioni parziali recenti – ottimamente concepite a scopo didattico e basate sulle rovine sottostanti – di edifici romani, dotati all’interno di un importante complesso di oggetti, usati nella vita quotidiana dagli allora abitanti, nella vicina Bad-Deutsch amplia la visione della presenza romana nella zona il “Museum Carnutinum”, costruito nel 1904 da Francesco Giuseppe I. Un insieme di portata mondiale, che merita d’essere visitato e che dimostra perfetta ed indovinata intuizione di ottima valorizzazione turistica di quell’importante eredità romana. La cosa ci ha fatto pensare a Verona, con la sua arena…, dove, a scopo turistico, potrebbe essere organizzato un gruppo di milites romani, nelle loro uniformi, che sfilasse, ogni tanto, in piazza Bra…, creando un po’ di quell’atmosfera, caratteristica, un tempo, della Verona romana… Una breve pellicola, infatti – che introduce alla visita al Museo all’aperto di Carnutum, presenta molto opportunamente, fra l’altro, un’unità romana in uniforme ed in armi, procedente nei boschi, essendo preceduta da un possente apristrada, con tanto d’accetta fra le mani per il taglio di ramaglie – fa, rivivere momenti della penetrazione degli eserciti di Roma in nuovi territori, di vita economica e di movimento di cariaggi, con tanto di orme, dagli stessi incise nel basalto, nonché di vita familiare-popolare e, quindi, di tutto un insediamento… Orme, che subito ci hanno ci hanno ricordato quelle scoperte e, quindi, ricoperte a Verona, in corso Cavour, anni orsono… e che avrebbero potuto costituire uno straordinario museo all’aperto d’altissimo spessore.
Lasciata Carnutum, meta raggiunta, gratia meo fratri Pauli, peritissimo regendi carri motorii (grazie a mio fratello Paolo, più che esperto nell’arte della guida), avrebbero detto i romani delle due eccezionali località museali visitate, l’attenzione fu volta alla casa natale di Joseph Haydn (1732-1809), grande compositore austriaco, creatore del classico musicale viennese e del quartetto d’archi. Ci si avviò verso sud, per raggiungere il museo del compositore, nel paese di Rohrau. L’occasione ci fu propizia per vedere, sempre in Rohrau, anche il grande Castello Harrach, ossia, di una famiglia proveniente dalla Boemia, dove la stessa ebbe origine nel lontano 1300. Essa, però, visse nel castello, inserito in un immenso mare di verde, dal 1520 al 1945, raccogliendo numerosi ed imponenti dipinti, la maggior parte dei quali di maestri italiani, e creando, quindi, una delle maggiori collezioni private austriache. Gli Harrach aiutarono molto il giovane Haydn…
Verso sera, interrompemmo il viaggio presso il paesetto di Pöttsching, nel Land Burgenland. Trovammo alloggio presso il Gasthof zur Grenze, o Birreria-alloggio al confine, intendendo con confine, quello verso l’Ungheria. Il Gasthof si trovava immerso in un grande bosco di abeti, che essendo sera, non poté godere, purtroppo, di un nostro sopralluogo… Dopo cena, una lunga passeggiata sui lati della strada principale, ci permise di riepilogare, in parte, quanto visto sino a quel momento, e quanto imparato… Imparato, perché chi viaggia con l’interesse di conoscere e di sapere, trova sempre un’occupazione mentale, che lo rende soddisfatto… Al mattino seguente, la colazione ci fu servita dal padre dei giovani che guidavano il Gasthof: una persona molto distinta, corretta, dall’aspetto viennese ed aulico, che per avere una folta barba, sembrava Francesco Giuseppe I… Una vera soddisfazione a vederlo ed a sentirlo parlare, anche per il modo signorilissimo, con il quale trattava gli ospiti. Appena vistomi seduto al tavolo, dopo un rispettosissimo ‘guten Morgen’, mi si rivolse, dicendomi: “Posso proporle un meraviglioso caffè alla viennese”? Accettai la proposta, anche per la giovialità con cui l’anziano signore prese contatto con me… Il comportamento del nostro Francesco Giuseppe I piacque moltissimo anche a mio fratello Paolo, che, in fatto, di comportamenti corretti e gentili, sa apprezzare ogni particolare… Si tratta, qui, dell’Austria dell’ospitalità…
Proseguimmo, poi, il viaggio di ritorno. Ci volgemmo verso sud-ovest, in direzione di Klagenfurt, in italiano, Clanforte, capoluogo della Carinzia, trascurando necessariamente Wiener Nustadt, Eisenstadt, capoluogo del Burgenland, Ternitz, Bruck an der Mur, Leoben, Judenburg e St. Veit an der Glan. Klagenfurt, raggiunta verso le 15, ci ha subito meravigliato, anche se già vista diverse volte, per la novità, costituita da un grandissimo garage centrale, la cui uscita principale porta immediatamente in un imponente e moderno centro commerciale a quattro piani, costantemente affollato, dimostrando e confermando, assieme al movimento notato nelle vie del capoluogo, come l’Austria gode di un livello di vita, addirittura superiore a quello tedesco. I monumenti cittadini hanno, poi, fatto la loro parte, dando l’impressione di un mondo da leggenda… Andando oltre, dopo 36 chilometri, fummo a Villach, che bagnata dal fiume Drau, o Drava, è la seconda città della Carinzia. Non fu difficile trovare alloggio. In centro ed a ottimo prezzo, trovammo una camera presso l’Hotel Bacchus. Da questo, si raggiungeva in qualche minuto, a piedi, il Duomo di San Giacomo, in stile tardo-gotico, e, al tempo, la strada principale – con la sua bella statua della Madonna al centro – che porta alla Drava, poi, da noi piacevolmente osservata, anche di notte. Il giorno seguente, domenica, assistemmo alla messa delle ore 10 in San Giacomo…, cercando, ove possibile, di seguire con attenzione almeno i canti eseguiti durante la funzione, visto che ne erano a disposizione i testi… Ci avviammo, quindi, ancora verso sud, coscienti che avremmo dovuto, tuttavia, superare diverse curve di montagna, per poter visitare il “Museo del Bunker” di Passo Wurzen (1073 m), sempre in Carinzia, passo che, una volta superato, apre la strada per Tarvisio… Il Museo non mira a ricordare guerre o fatti ad essi collegati, ma a mostrare come l’Austria – liberatasi dall’occupazione sovietica, con il Trattato di Stato del 1955 – temendo d’essere coinvolta in una possibile guerra fra Patto di Varsavia e NATO, avesse predisposto in punti strategici del suo territorio una rete segreta di bunker, destinati a risparmiare alla piccola e neutrale Repubblica delle Alpi un attacco diretto o un transito militare. Costruiti, tali bunker, fra il 1955 ed il 1991, non sono fortunatamente mai stati utilizzati, ma sono la reale dimostrazione del timore che incutevano le dittature comuniste di Bulgaria, Cecoslovacchia, Repubblica Democratica Tedesca, Polonia, Romania, Ungheria ed Unione Sovietica, unite nel Patto di Varsavia, creato nel 1949, a tutela e per la diffusione del comunismo. Il bunker presenta, all’aperto e nel mezzo d’un bosco – la cui prima parte è straordinariamente popolata da giganteschi e intonsi abeti, cui non potemmo evitare di fare loro una dettagliata visita – una sessantina fra armi e percorsi sotterranei.
Poiché, una volta visitato il bunker, sulla strada che avevamo lasciato, era indicata anche la possibilità di entrare, dopo pochi chilometri, circa 55, in Slovenia, prendemmo la via per Lubiana, meritevole d’essere rivista e che raggiungemmo facilmente, attraverso un paesaggio meraviglioso. La permanenza a Lubiana, per qualche ora, visto l’utilizzo del fiume Ljubijanica per una pur modesta navigazione turistica, ci ha fatto pensare che la stessa cosa si potrebbe fare con l’Adige a Verona, innalzando, con i dovuti accorgimenti, il livello delle sue acque. Il “Triplice ponte” di Lubiana del 1931 in pietra bianca, il bellissimocolonnato, lungo il fiume citato, il maestoso duomo, dedicato, dal 1713 a San Nicola, con tanto di cupola e campanili, nonché edifici in stile barocco e liberty, testimonianza di amore per l’arte, d’un’ottima attività commerciale e della presenza austriaca del passato – in tedesco, ‘Lubiana’ corrisponde a ‘Laibach’ – esercitano sul visitatore attrazione e voglia di permanenza. Ma, la visita alla capitale slovena ci fece anche pensare a quanto dovette provare Lubiana fra il 1941 ed 1943, sotto il Governo fascista italiano, quando la città con i suoi dintorni fu denominata “provincia”, per Decreto Reale e su proposta del Duce del Fascismo…, a quanto essa dovette sopportare dal 1943 al 1945, sotto la dura mano nazista… e a quanto ancora dovette soffrire sotto il governo di Tito…, sino al 1991… Riflessioni che vanno e che vengono… Prevedemmo, quindi, anche ad una sosta successiva a Postumia – 53 km da Lubiana e 45 km da Trieste – italiana dal 1919, jugoslava dal 1947 e slovena dal 1991… Si tratta di una bella cittadina, dall’aspetto italiano, dotata di una decina di hotels, uno dei quali, dall’aspetto modernissimo, il Proteus, si trova nella piazza centrale, molto accogliente e dedicata tuttora a Tito. Per mancanza di camere – il Proteus era tutto occupato – trovammo possibilità di pernottamento nell’Hotel Epicenter, a due chilometri da Postumia-centro. Cenato ottimamente ed a buon prezzo in piazza Ttito – facemmo un particolareggiato sopralluogo alla cittadina, inoltrandoci, dopo averne visto la piccola chiesa parrocchiale, anche in una strada dominata dal verde e rischiarita dalla luna…
Il mattino del 10 agosto, andammo in visita alle “grotte”, il biglietto d’ingresso alle quali fu di 22,90-€ per persona. Grande folla di visitatori, che, a detta di esperti locali, raggiungono il numero giornaliero anche di 5000 persone e di 500.000 l’anno… Affluenza da tutto il mondo, che giustifica la presenza dei 10 hotels attivi in Postumia…
La visita alle grotte – circa 10 km, percorsi in parte in trenino ed in parte a piedi con guida – è risultata molto importante ed istruttiva, perché ha permesso di raccogliere dati ed informazioni storiche ed idrogeologiche di somma validità. Le grotte, con temperatura media di 8°, già note nel 1300, sono state scoperte, nella loro complessità – 21 km di gallerie – nel 1818 da Luka Čeč e dotate di una bellissima entrata in marmo bianco dall’Italia degli anni Trenta… Un caratteristico animale, cieco e piccolissimo, peraltro, che vive nelle acque delle grotte, è denominato Proteus auguinus.
Partiti da Postumia verso le 14, fummo di ritorno nella bella Verona – nota ed apprezzata in ogni località visitata – nell’inoltrato pomeriggio.
Un viaggio, quello modestamente descritto, d’alto contenuto culturale, sotto tutti gli aspetti, e tale da dover confermare, come le cose da conoscere e da imparare siano senza numero, come le stelle dell’universo. Qualche bicchiere di buon vino veronese concluse felicemente il viaggio di ritorno a Verona!

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