Debito pubblico. Cos’è e quali pericoli nasconde. Risparmiamo, risparmiamo nel pubblico…

di admin
Bisogna partire dal concetto che qualsiasi Stato deve fornire servizi ai propri cittadini, laddove il privato, per propria iniziativa, non può o non intende intervenire.

L’intervento d’ogni Stato, però, non può avvenire, se lo stesso non dispone di fondi, che esso può raccogliere solo in due modi: attraverso l’emissione di prestiti o a mezzo dell’imposizione fiscale (imposte), realizzando il principio della ridistribuzione della ricchezza, in base al concetto della progressività delle aliquote. Essenziale è, tuttavia, che lo Stato non si trasformi in imperante, feroce impositore ed esattore – spesso sembra che questo sia il suo unico e specifico compito – per disporre di una liquidità, poi non sempre bene utilizzata, trascurando il mandato di amministratore esemplare, per una tutela più perfetta possibile del bene pubblico.
Le menzionate operazioni d’autofinanziamento trovano fondamento nel fatto che lo Stato è istituzione di per sé priva di risorse, destinata, come si diceva, ad intervenire a favore della popolazione, mai trascurando il concetto di solidarietà, anche creando organizzazioni pubbliche, dirette a produrre benessere per tutta la cittadinanza. Solidarietà che è tale, per esempio, anche quando lo Stato, fra altre iniziative di sua competenza, promuove l’occupazione nel privato, avendo attenzione alla massima dignità per il lavoratore e accantonando normative paralizzanti in fatto d’investimenti e di competitività.
Come prima possibilità d’autofinanziamento per uno Stato, abbiamo in antecedenza indicato l’emissione di prestiti, ossia, in breve, di BOT. Attraverso i quali però, se lo Stato da un lato raccoglie liquidità, dall’altro diventa debitore verso l’acquirente (non solo locale, ma anche estero – quasi il 40% del debito pubblico italiano si trova in portafogli stranieri) dei suoi prestiti, sia per l’ammontare dal compratore acquistato e, quindi, piazzato, sia per gli interessi, promessi all’atto dell’emissione del prestito stesso (detto anche obbligazionario, perché, come accennato, esso obbliga lo Stato a rimborsare quanto a suo tempo incassato, più interessi, a remunerazione dell’importo avuto in prestito). Fare uso di questo mezzo, richiede molta saggezza ed attenzione, perché, come visto, lo Stato emittente si accolla somme imponenti, comunque da restituire. Ciò, non dimenticando che ogni pubblica emissione significa sottrazione di liquidità all’economia (privata), fonte primaria per la creazione di occupazione e di ricchezza. Tutto questo c’introduce nella dannata questione dell’indemolibile debito pubblico italiano, dovuto all’allarmante spesa pubblica. Debito che, con i suoi oltre, 2074 miliardi, compresi i 33 miliardi aggiuntisi nello scorso maggio 2013, costituisce un ammontare che, a circa il 131% del Pil – nei primi anni Settanta, solo al 35% – è al terzo posto nel mondo, dopo il debito statunitense e giapponese. Quanto all’Italia, va ricordato che il funzionamento dello Stato, nelle sue diverse sezioni – difesa, pensioni, polizia, sanità, scuola, ecc. –, costa una media di 40 miliardi al mese e che esso deve pagare interessi sul debito pubblico in essere per circa 100 miliardi l’anno, senza, badiamo bene, che l’enorme ed infernale importo dei ricordati 2074 miliardi accenni a diminuire. In merito non va dimenticando che, rispetto ad un tempo, i tassi di riferimento d’oggi si possono considerare contenuti e che bisogna sperare che si mantengano tali, onde non appesantire ulteriormente la remunerazione dei BOT in emissione. Dalla capacità di rimborso degli stessi in scadenza, dipende la credibilità di solvenza dello Stato stesso, essendo ad essa strettamente legata pure l’entità dei tassi di remunerazione di prestiti futuri, oggi denominata differenziale o spread.
La seconda possibilità di autofinanziamento dello Stato è data dall’imposizione fiscale, la quale, se troppo alta, danneggia non solo i ricchi, ma soprattutto i poveri. Essa, in Italia, ha fortemente ridimensionato e ridimensiona gravemente la disponibilità delle famiglie (che hanno ridotto e riducono i consumi) e ha fortemente paralizzato e paralizza l’impresa (provocando licenziamenti e, quindi, disoccupazione). Siamo ad una pressione del 44% del Pil, la quale, se ha garantito sinora allo Stato entrate, volte anche alla riduzione – purtroppo non avvenuta – di un irriducibile debito pubblico, è insostenibile. Nuove imposte non permettono, quindi, d’essere considerate per l’ennesima volta – un vero macello provocherebbe l’aumento dell’aliquota IVA – come possibile ed ulteriore fonte d’entrata. Si aggiunga al complesso ora evidenziato che l’attuale pessima e soffocante congiuntura economica fa mancare la base-fonte essenziale, per l’applicazione delle imposte in essere, con caduta delle entrate nelle casse statali.
Il fatto che il debito pubblico abbia raggiunto i 2074 miliardi e che non via sia certamente prospettiva alcuna di ridurlo, “deve” preoccupare, e molto. Il drammatico ammontare, in pauroso aumento, potrebbe portare alla paralisi dello Stato che, anche nel breve termine, potrebbe venire a trovarsi nella difficoltà di pagare le cedole promesse o di rimborsare i BOT in scadenza, nell’impossibilità di trovare acquirenti per le sue nuove emissioni (non consola e non dà certezze il fatto che circa più della metà dei BOT in circolazione sia in mano italiana). Conseguenza: basta servizi, stipendi e pensioni…
Né servirà vendere stabili, quote azionarie pubblici o oro, o pur giustamente combattere l’evasione fiscale, se la spesa pubblica continuerà, come pare, a salire e ad alimentare il debito. Che andrebbe ridotto d’un tratto – ed è impossibile – per ridare fiato alla nostra credibilità finanziario-economica, la quale nemmeno attira, purtroppo, investimenti dall’estero, apportatori di liquidità. Unica via è quella del serio risparmio nella spesa pubblica e delle riforme strutturali, peraltro suggeriteci ripetutamente da autorevoli organi competenti internazionali. Per economia di tempo e data l’assoluta urgenza, copiamo, quindi, le migliori normative dai più avanzati Paesi d’Europa, avendo inchiodato nella mente che solo la buona volontà – non le chiacchere, i litigi di parte o il timore di perdere di consensi – può realizzare. Ascoltiamo gli accorati appelli del presidente Giorgio Napolitano e ricordiamo il grande concetto, mai vecchio e sempre valido, del latino Pater familias. I cittadini sono in costante, bruciante attesa di non essere più considerati il pozzo, cui attingere senza fine, ma di una radicale azione risanatrice, che rimetta in careggiata l’economia, soprattutto aiutando l’impresa – per troppo tempo combattuta – a creare occupazione. Risparmiamo e risparmiamo, nel pubblico. Saremmo visti meglio in Europa e nel mondo, mentre la montagna del debito, pur non riducendosi, farebbe meno paura.

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