Perché il lavoro deve uccidere?
di adminCi sono lavori, come il poliziotto ed il carabiniere, che seppur in misura remota implicano la possibilità di cadere sul lavoro. Ci sono altri lavori, come fare il muratore, che non implicano la morte, eppure sono tanti nel settore edilizio che si infortunano e qualcuno anche muore. Ci sono altri lavori rischiosi in cui per imperizia, per eventi straordinari ma soprattutto per inosservanza delle normative antinfortunistiche si muore. Uno sceglie di non fare il soldato, di non partire volontario, eppure è un volontario della morte a sua insaputa. In linea del tutto generalissima ogni lavoro può comportare la morte, ma ci sono episodi ed occasioni che moltiplicano all’ennesima potenza questo rischio. Si può e si deve intervenire, non con carte e cartelli, ma con una cultura antinfortunistica che ancora è assai carente. Questo però comporta costi, costringe le aziende a sobbarcarsi oneri che dovranno poi trasferire sui prezzi; la maggior produttività solo in parte può aiutare, la realtà è che il sistema concorrenziale di libero mercato porta con se questi germi omicidi. Per lavorare qualcuno deve rischiare; e non mi riferisco al rischio di impresa, ma a chi mette le mani nel cemento, chi cammina sui ponteggi, chi fa la manutenzione degli ingranaggi. Questo qualcuno è la cosiddetta “povera gente”, meglio se extracomunitaria. Il cosiddetto “lavoro sporco” lo fanno per “milleuro” al mese perché occorre competere, abbattendo tempi e costi, poi se scappa il morto , sono gli effetti del lavoro amico. No, non può andare, occorre rivedere in nuce il sistema della concorrenza globale. Già paghiamo un forte tributo al sistema di libero mercato o forse qualche economista se ne è belluinamente dimenticato? Quando ci si appresta a dire che occorre più produttività, occorre lavorare di più per stare al passo con gli altri Paesi ricordatevi il generale che dice ai soldati muovetevi, all’attacco per la gloria e per la patria (una volta anche per il re?!?). Se non si investe in tecnologia, si investe di rischio il lavoratore. Nel terzo mondo non si contano i morti e si mantiene la competitività; da noi ormai la china presa è questa, e la difesa di certi status per alcuni, comporta per altri rischi crescenti.
Accelerare i ritmi di produzione a parità di tecnologia ( ricordo che la tecnologia deriva dagli investimenti in cultura) comporta più rischi; ridurre i rischi comporta più costi. Avere prodotti più costosi rende meno appetibile la merce che, così, si importa dall’estero. Un paio di calze che avesse comportato cinquant’anni un mese di lavoro (equivalenti a 2000 euro) oggi, importandola, costa 2 euro. E il ciclo continua, minori prezzi maggiore competitività. L’importazione dall’estero riduce le fabbriche e crea disoccupazione, con minore capacità di spesa e richiesta di minori prezzi. All’estero, dove invece la sicurezza è un lusso che non possono permettersi per svilupparsi, i morti non fanno particolare notizia. Se qualcuno perisce per la gloria di altri è un caso , una sfortuna, come in guerra, e se va bene alla vedova, ai supertesti una misera pensione!
Ma non pensate che è ora che questo sistema venga un po’ rivisitato? Non credete sia ora che il benessere fatto sulla pelle degli altri , italiani o extracomunitari, vada un pochettino ridimensionato? In una società evoluta, si richiede maggior equilibrio. L’unica cosa che si attiva, è invece il coro dell’indignazione e la caccia delle responsabilità minute e dirette. Palesata l’indignazione, acciuffato il colpevole, nessuno fa nulla, troppo difficile pensare e si resta in attesa del prossimo cadavere da mostrare in televisione, confidando ognuno nel cuore: Speriamo che io me la cavi!
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