Olio, l’oro verde che l’Italia non ha ancora imparato a raccontare
di Matteo ScolariL’olio extravergine di oliva è ancora largamente sottovalutato. Non nella qualità, che resta altissima, ma nella capacità di essere raccontato, vissuto e trasformato in valore economico e culturale. Ed è proprio qui che si gioca la partita dei prossimi anni e che riguarda il settore.
Le testimonianze raccolte nell’ultima puntata di Focus Verona Economia restituiscono un’immagine chiara: il settore è vivo, dinamico, ma ancora in fase di maturazione. Da un lato aziende come Fontanara, che investono in formazione, degustazioni e ricerca per diffondere la cultura dell’extravergine; dall’altro manifestazioni come Sol Expo, che segnano un passaggio storico, dando finalmente all’olio uno spazio autonomo e riconoscibile; infine, realtà come il Consorzio Turismo dell’Olio EVO, che stanno provando a costruire un ecosistema nuovo attorno al prodotto.

Tre prospettive diverse, un’unica direzione: far uscire l’olio dall’anonimato. Perché il nodo è proprio questo. L’olio, ancora oggi, è percepito come un prodotto indistinto. Lo si compra, lo si usa, ma raramente lo si comprende. Eppure, come ricordano gli operatori del settore, tra un extravergine e un altro ci sono differenze profonde, legate a cultivar, territori, tecniche produttive. Differenze che però non arrivano al consumatore, se non attraverso un lavoro costante di educazione e narrazione. E qui entra in gioco il primo grande tema: la cultura.
Non basta produrre qualità, bisogna insegnare a riconoscerla. Le degustazioni, i percorsi formativi, il coinvolgimento di ristoratori e scuole non sono attività accessorie, ma strumenti strategici. Perché senza cultura, il mercato premia il prezzo, non il valore. E in un contesto internazionale dove la concorrenza è forte – basti pensare al peso della produzione spagnola – questo diventa un rischio concreto per il sistema italiano. Ma la cultura, da sola, non basta.
Serve una piattaforma. E Sol Expo rappresenta, in questo senso, un passaggio chiave. Il fatto che l’olio abbia oggi una fiera verticale, autonoma rispetto a Vinitaly, è un segnale di maturità del settore. Significa riconoscere che l’extravergine non è un complemento, ma un protagonista. E significa anche creare un luogo dove domanda e offerta, produttori e buyer, cultura e business possano incontrarsi.

Accanto a questo, si apre un secondo fronte, forse ancora più promettente: quello dell’oleoturismo.
Qui il potenziale è enorme e, come sottolinea Mariagrazia Bertaroli, ancora in gran parte inesplorato. L’errore più comune è ridurre l’oleoturismo alle degustazioni in frantoio. In realtà, siamo di fronte a qualcosa di molto più ampio: un sistema di esperienze che può coinvolgere benessere, sport, paesaggio, cultura, perfino la cosmetica. L’olio, in altre parole, può diventare il perno di una nuova offerta turistica.
E Verona, con il suo territorio, la sua vocazione agricola e la sua capacità di attrarre flussi internazionali, ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo da protagonista. Non a caso, proprio qui nascono esperienze e modelli che vengono esportati anche in altre regioni, dalla Calabria in su.
Servono, però, competenze nuove. Non solo agronomiche, ma comunicative, relazionali, turistiche. Come sottolineato dagli operatori, non basta dire “questo olio è buono”: bisogna saperlo raccontare, contestualizzare, trasformare in esperienza. È qui che si gioca la differenza tra prodotto e valore.

Il cambiamento climatico, con stagioni sempre più imprevedibili, incide. I parassiti, come la mosca dell’olivo, che incidono sulla qualità. I costi energetici e logistici, legati anche alle tensioni geopolitiche. E ancora, un sistema normativo che in alcuni casi fatica ad adattarsi alle nuove esigenze del mercato.
Sono sfide reali, che impongono una riflessione profonda. Ma proprio queste difficoltà rendono ancora più urgente un salto di qualità. Perché se la produzione diventa più complessa e costosa, l’unica strada sostenibile è aumentare il valore percepito del prodotto. E questo passa inevitabilmente da cultura, innovazione e integrazione con altri settori, primo fra tutti il turismo.
In fondo, il messaggio che emerge da tutte le voci ascoltate è semplice: l’olio non è solo un alimento. È un sistema, fatto di territorio, imprese, conoscenze, relazioni. Un sistema che può generare economia, occupazione, identità. Ma solo se viene riconosciuto come tale.
L’Italia, e Verona in particolare, hanno davanti un’opportunità straordinaria: trasformare l’olio da prodotto silenzioso a protagonista consapevole. La materia prima c’è. La qualità anche. Le idee stanno emergendo. Ora serve il passo decisivo: crederci davvero.
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