Valorizzare la proprietà intellettuale dell’impresa: il possibile ruolo della banca

di admin
L’analisi dell’impresa, o diagnosi aziendale, ha raggiunto livelli di sofisticazione elevati e una notevole articolazione e differenziazione in relazione agli obiettivi, alla dimensione e complessità dell’«oggetto» della valutazione, all’eventuale status di società quotata.

In quest’ambito, anche le valutazioni del merito di credito hanno beneficiato degli sviluppi analitici derivanti dalla stratificazione e sedimentazione dell’esperienza professionale, degli approfondimenti dottrinali nazionali e internazionali, della crescente osmosi fra culture economico-aziendali europee continentali e anglo-americane, degli stimoli derivanti da normative di vigilanza prudenziale, dell’innalzamento del livello qualitativo dell’informativa finanziaria.
Soprattutto nel caso di finanziamenti a medio-termine, eventualmente a fronte di specifici progetti di investimento, o nel caso di ristrutturazioni finanziarie, all’analisi finanziaria su dati storici si è affiancata un’analisi prospettica, con simulazioni economico-patrimoniali e la predisposizione di piani finanziari interpretabili alla luce di business plan o piani industriali pluriennali.
I modelli di analisi, quale che sia il loro livello di formalizzazione in procedure specifiche o algoritmi valutativi, non possono prescindere dalla considerazione di profili attinenti all’ambiente/settore di riferimento, oltreché dei profili strettamente aziendali, correttamente inquadrando le variabili qualitative, andamentali ed economico-finanziarie rilevanti per la formulazione di un giudizio di affidabilità dell’impresa. Non sempre, peraltro, vi è a tutti i livelli coinvolti nella relazione banca-impresa una piena consapevolezza dell’incidenza e della rilevanza delle numerose variabili esterne di ambiente e interne di impresa dalle quali scaturisce il giudizio. L’adozione dei modelli interni avanzati ai fini dei requisiti patrimoniali per rischio di credito, resa possibile dalla regolamentazione derivante dagli approcci c.d. di Basilea 2, se da un lato ha notevolmente contribuito alla sofisticazione delle analisi per la stima delle probabilità di insolvenza, d’altra parte non ha stimolato una crescente trasparenza dei giudizi, fondati in una misura significativa sulle risposte sintetiche sotto forma di rating fornite dai modelli medesimi.
In questo contesto di crescente sofisticazione analitica, i beni intangibili e, per quanto di specifico interesse in questa sede, i diritti di proprietà intellettuale e segnatamente di «proprietà industriale», non hanno fino ad ora trovato uno spazio adeguato nei processi valutativi delle banche, con l’eccezione di specifici casi di particolare rilevanza nei quali l’asset – ad esempio uno o più marchi – fosse oggetto di operazioni straordinarie realizzate da soggetti affidati.
E’ pur vero che l’eventuale disponibilità di questi asset si riflette sia sui generali equilibri economico-finanziari storici dell’impresa, sia su quelli prospettici. Sicché la capacità di creazione di valore riconducibile a queste risorse tende a confondersi nella complessiva dinamica aziendale, non è enucleata separatamente, ma non può dirsi del tutto sommersa e priva di qualsivoglia considerazione da parte della banca, sia pure indiretta.
In congiunture di mercato favorevoli e caratterizzate da generose politiche creditizie, forse una relativa disattenzione nei confronti delle risorse rappresentate dai diritti di proprietà industriale non è fonte di significativi vincoli finanziari per l’impresa. Al contrario, quando l’allocazione del credito diviene più selettiva, per la severità dei modelli, per lo stato di crisi dell’impresa, di settori o eventualmente dell’economia  nel suo complesso, una migliore capacità discriminante dei processi valutativi assume notevole rilevanza e diviene un fattore di successo sia per l’intermediario creditizio, che migliora la composizione qualitativa del proprio portafoglio prestiti, sia per l’impresa affidata, che valorizza al meglio le proprie risorse.
Sia che la banca, nell’ambito dei propri processi valutativi, attribuisca uno specifico “valore” alla proprietà industriale dell’impresa affidata, sia che essa la valorizzi nel complesso indistinto delle risorse tangibili e intangibili su cui si fonda la formula competitiva della stessa, avere una conoscenza adeguata di questi asset costituisce, o dovrebbe costituire, una necessità per la banca. Una condizione, infatti, necessaria per una reale conoscenza dell’impresa e delle fonti del valore che questa è in grado di generare.
In realtà non sembra frequente il caso in cui la banca abbia una visione sufficientemente precisa dei diritti di proprietà industriale in capo all’impresa. La mancanza di una idonea disclosure negli schemi di bilancio e nelle note al medesimo non ha certo contribuito a colmare questo gap informativo. Ciò implica che le sorgenti del valore non siano sempre chiare in sede di affidamento, talvolta con pregiudizio per la capacità della banca di consolidare una consapevole e duratura relazione di clientela. Né questa conclusione può dirsi resa meno pregnante in considerazione dell’operatività tipica della banca tradizionale, più orientata a finanziare il capitale circolante piuttosto che gli investimenti. Infatti da un lato il supporto finanziario delle banche è andato sempre più orientandosi verso un’assistenza ampia e diversificata, volta a coprire fabbisogni finanziari di natura eterogenea, d’altro lato risulta ben poco tranquillizzante l’astratta ipotesi di poter realmente rientrare degli utilizzi degli affidamenti “a breve termine” da parte dell’impresa in presenza di tensioni finanziarie non lievi.
Per le considerazioni svolte, si deve ritenere che i tempi siano ormai maturi perchè le banche affrontino il tema della ricognizione della proprietà industriale delle imprese, della valorizzazione in sede di istruttoria di fido, dell’apprezzamento su basi continuative per poter seguire le dinamiche aziendali, dell’eventuale  utilizzo degli intangibili in oggetto per l’impostazione di operazioni di finanziamento che siano specificamente garantite da quegli asset.
Non si tratta di un impegno di poco conto. Tutt’altro. Per operare in tal senso sono necessarie robuste basi tecnico-legali per inquadrare correttamente i “valori” censiti, per apprezzare la fondatezza, l’estensione anche geografica dei diritti, la forza che li caratterizza e il livello di protezione di cui beneficiano. Risulta poi indispensabile qualificare la “risorsa”, mediante differenti approcci secondo che si tratti di brevetti, disegni industriali, know how, marchi.
In presenza di brevetti sarà necessario valutarne le potenzialità, o le potenzialità residue, di sfruttamento commerciale, i rischi che l’“invenzione” possa essere privata di valore dalla facilità di raggiungimento di analoghi risultati mediante diverse soluzioni tecniche o da violazioni rese possibili dall’applicazione di varianti minori per aggirare la privativa, e via enumerando. Sembra evidente che la banca non dispone delle competenze necessarie per entrare nel merito ai fini di una opportuna valorizzazione dei brevetti.
Eppure talvolta le fortune di un’impresa dipendono in una certa misura proprio da questi asset e dalla volontà/capacità di difenderli da mirate aggressioni. Non si pensi necessariamente a brevetti che costituiscono il risultato di importanti ricerche in settori di tecnologia avanzata. Vi sono numerosissime medie imprese che sfruttano brevetti “minori” e fondano la propria formula competitiva e la stessa continuità aziendale su questi intangibili.  Viene alla mente il caso reale – di cui abbiamo diretta conoscenza – di un’impresa che produce bastoncini da sci, sci-alpinismo e trekking, che dispone di un brevetto per un dispositivo applicato sull’impugnatura di un bastoncino “telescopico” da trekking, il quale consente di accorciare/allungare il bastoncino con un movimento del polso, quindi senza interrompere la marcia. Si tratta certamente di un modesto dispositivo, tuttavia protetto da un diritto di proprietà industriale che consente a questa impresa di esportare in decine di paesi un prodotto caratterizzato da una tecnologia produttiva decisamente povera. Ad analoghe conclusioni si giunge a partire da altro e diverso esempio di una media impresa che produce batterie per autoveicoli, che applicano un coperchio caratterizzato da uno speciale dispositivo per la fuoriuscita e quindi lo sfogo di gas acidi che la batteria stessa produce. Risulta quindi difficilmente accettabile che i finanziatori delle imprese cui si è fatto cenno non ritengano di dover far emergere questi beni immateriali, valutando la dipendenza dell’impresa dai prodotti che contengono le soluzioni coperte da privativa e valorizzando quindi la proprietà industriale della stessa impresa.
Anche nel caso dei marchi possono esporsi simili considerazioni. Ancora più numerose imprese devono la propria capacità di penetrazione nel mercato, attuale e prospettica, a marchi riconosciuti e apprezzati, per quanto “minori”. Marchi che devono comunque ricevere tutta la necessaria attenzione e difesa dagli attacchi di contraffattori sempre più spregiudicati, espressione di interessi economici riconducibili a paesi capaci di produrre a costi irrisori rispetto a quelli europei, per il tramite di società di trading italiane che sono costituite e liquidate con grande disinvoltura. Viene alla mente il caso di un’impresa che produce suole per scarpe sportive e per il tempo libero, caratterizzate da un marchio noto e facilmente riconoscibile. Un prodotto di alta qualità, ma in fondo caratterizzato da una tecnologia consolidata e replicabile; un prodotto, in ogni caso, che può eventualmente essere proposto al mercato con caratteristiche simili solo sotto il profilo dell’aspetto esteriore, con qualità di materie prime e di lavorazione ben più scadenti, ma che può costituire un disturbo all’immagine e può determinare un danno economico alla società titolare del marchio.
Gli esempi possibili sono innumerevoli e tutti conducono, nella prospettiva di nostro interesse, al medesimo interrogativo, vale a dire se le istruttorie di fido della banca prevedano un approfondimento circa il grado di dipendenza delle fortune dell’impresa dalla forza del suo marchio, se questo marchio conservi la sua forza di orientamento nei processi di acquisto del consumatore finale, se sia invece da ritenersi in declino o soggetto ad attacchi di una diffusa contraffazione, se sia aggressivamente difeso dalla società giudizialmente, oppure se vi sia una modesta attenzione ad esercitare i diritti che derivano dalla titolarità del marchio, e via enumerando.  E ci si domanda ancora, in ogni caso, se la banca disponga delle professionalità necessarie per effettuare le valutazioni in argomento. Ritengo che la risposta sia prevalentemente negativa.
Se le banche ritengono che le problematiche qui evocate rivestono una certa importanza, come io ritengo, allora credo che esse debbano attivarsi affinché siano le stesse imprese a fornire sui propri diritti di proprietà industriale ogni utile informazione, incoraggiandole a documentare questi asset immateriali, siano essi oppure no rilevati a bilancio, e a offrirne una “valutazione” economica, non necessariamente un “valore” in euro, ma un giudizio, meglio se supportato da professionisti specializzati e indipendenti. Alla banca spetta il compito di elaborare e interpretare le informazioni acquisite, in modo ordinato, sulla base di definite griglie di punti di approfondimento e di attenzione predisposte per le diverse categorie di diritti (brevetti, disegni industriali, marchi, etc.).  E’ realistico che, per giungere a strutturare il processo valutativo dei beni intangibili in argomento e forse per interpretare/integrare gli elementi informativi provenienti dall’impresa, la banca ritenga utile appoggiarsi a strutture e consulenti esterni, anche in una prospettiva di outsourcing. Ritengo che per la banca i benefici, direttamente economici e di immagine, siano di gran lunga superiori ai relativi costi incrementali.
Il tema sarà oggetto di approfondimento in un Convegno a Verona il 16 giugno 2010, presso la sala di Unicredit in Via Garibaldi 2, al quale parteciperanno qualificati relatori provenienti dal mondo della banca, dell’impresa, dell’università e della consulenza.
Prof. Michele Rutigliano
Direttore dell’«Osservatorio sulla Valorizzazione e il Finanziamento della Proprietà Intellettuale»
Università degli Studi di Verona, Dipartimento di Economia Aziendale

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