CBAM, fonderie a rischio paralisi: Assofond chiede al Mimit correttivi urgenti
di Matteo ScolariIl settore delle fonderie italiane lancia l’allarme sul Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), entrato pienamente in vigore dal 1° gennaio 2026, che rischia di provocare una paralisi produttiva con effetti a catena sulle filiere industriali. A sollevare la criticità è Assofond, che ha portato il tema all’attenzione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy nel corso di un tavolo di confronto con le principali industrie energivore, alla presenza del ministro Adolfo Urso.

Secondo Assofond, il problema non è soltanto l’aumento dei costi, ma una incertezza normativa che sta bloccando le transazioni commerciali. Le materie prime soggette a CBAM, come ghisa in pani, ferroleghe e alluminio grezzo, risultano oggi di fatto senza prezzo, poiché il valore finale dipenderà dal costo dei certificati CBAM, che sarà noto solo quando gli importatori potranno acquistarli, a partire da febbraio 2027. Una situazione che ha già determinato un blocco delle vendite e un rischio concreto di shortage di materiali essenziali per la produzione.
Alla criticità immediata si aggiunge un problema strutturale che penalizza l’industria europea. Le fonderie dell’UE subiscono rincari fino al 35% sulle materie prime importate, mentre molti prodotti finiti realizzati fuori dall’Europa possono entrare nel mercato comunitario senza un’adeguata compensazione ambientale, perché i relativi codici doganali non rientrano nel perimetro del CBAM.
«Il problema è tecnico ma le conseguenze sono devastanti – spiega Fabio Zanardi, presidente di Assofond –. Le nostre materie prime non vengono prodotte in Europa in quantità sufficienti e siamo costretti a importarle a costi crescenti. I concorrenti extraeuropei, invece, possono utilizzare materie prime locali o acquistare a basso costo dalla Russia, produrre il getto in loco e importarlo in Ue senza pagare alcun dazio, grazie al fatto che quasi tutti i codici doganali delle fusioni non sono ricompresi nel CBAM. È un chiaro incentivo alla delocalizzazione».

Per correggere questa distorsione, Assofond e la European Foundry Federation (EFF) hanno individuato oltre 35 codici doganali relativi a fusioni ferrose e non ferrose, chiedendone l’inclusione urgente nel meccanismo. Una modifica ritenuta essenziale per evitare che il CBAM si traduca in uno svantaggio competitivo per le imprese europee più virtuose sul piano ambientale.
Il comparto delle fonderie arriva a questa fase in un contesto già segnato da domanda debole, crisi energetica, discontinuità delle catene di fornitura e sanzioni internazionali che hanno ridotto le opzioni di approvvigionamento. In questo scenario, il CBAM rischia di diventare una distorsione strutturale capace di incidere su marginalità, occupazione e continuità produttiva.

Per questo Assofond ha avanzato al Governo due richieste precise. «Chiediamo al Governo di farsi portavoce in Europa di due istanze indifferibili – conclude Zanardi –. Da un lato, estendere il periodo transitorio, conclusosi il 31 dicembre scorso, al biennio 2026-2027, trasformandolo in un periodo di valutazione per stabilizzare i prezzi e scongiurare lo stop produttivo. Dall’altro, è essenziale allargare il perimetro del CBAM ai codici doganali a valle che abbiamo identificato. Senza questa correzione, il meccanismo non proteggerà l’ambiente ma distruggerà l’industria europea, favorendo quella extra-UE più inquinante».
Il tema riguarda da vicino anche territori manifatturieri come Verona e il Veneto, dove la filiera della meccanica e della lavorazione dei metalli rappresenta un asset strategico per l’economia locale. Un eventuale blocco delle fonderie avrebbe effetti diretti su automotive, macchine utensili, edilizia ed energia, mettendo sotto pressione l’intero sistema produttivo.
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