Nel 2026 il PIL supera i 2.300 miliardi: Emilia-Romagna davanti al Veneto, Verona cresce
di Matteo ScolariNel 2026 il PIL italiano supererà la soglia dei 2.300 miliardi di euro, raggiungendo quota 2.322 miliardi, con un incremento nominale di 66 miliardi rispetto al 2025, pari a un +2,9%. In termini reali, al netto dell’inflazione, la crescita prevista si attesta allo 0,7%, sostenuta principalmente dalla ripresa dell’export (+1%) e dalla tenuta dei consumi delle famiglie (+0,6%) e della Pubblica amministrazione (+0,5%), mentre rallentano gli investimenti, che passano dal +2,4% del 2025 a +0,7%. È quanto emerge dall’analisi dell’CGIA di Mestre Previsioni-per-regioni-3.1.26.

Il quadro nazionale resta però fragile. La progressiva uscita di scena del Pnrr, la cui scadenza per l’utilizzo delle risorse è fissata per l’estate 2026, riduce uno dei principali motori della crescita recente. Al di là di questo fattore congiunturale, l’Italia continua a scontare debolezze strutturali legate a produttività, efficienza della Pubblica amministrazione e capitale umano, che da oltre vent’anni frenano una crescita allineata alla media europea.

Sul piano territoriale, il 2026 segna un cambio al vertice. Dopo aver trainato la crescita nazionale nel 2025, il Veneto cede il passo all’Emilia-Romagna, che secondo le previsioni registrerà un +0,86%, diventando la regione con l’incremento più elevato del PIL. Il Veneto si posiziona comunque tra le aree più dinamiche del Paese, con una crescita prevista del +0,64%, superiore alla media nazionale (+0,66%) solo di poco inferiore ma in linea con le regioni leader del Nord.
La leadership dell’Emilia-Romagna è attribuita alla tenuta della metalmeccanica, dell’automotive e delle biotecnologie, oltre a un mercato del lavoro solido e a strategie mirate su innovazione ed export. Un modello che, secondo la CGIA, ha creato le condizioni per uno sviluppo più strutturato e duraturo.

A livello provinciale, la crescita più sostenuta nel 2026 è attesa a Varese (+1%), seguita da Bologna (+0,92) e Reggio Emilia (+0,91). In questo contesto, Verona si colloca al 34° posto su 107 province, con una crescita prevista del +0,71% (+6,34 la variazione in sei anni, dal 2019 al 2025), un dato superiore alla media nazionale e in linea con molte realtà manifatturiere del Nord. Un risultato che conferma la solidità del tessuto economico veronese, sostenuto da export, diversificazione settoriale e capacità di adattamento delle imprese.
Nel Nord Est, nel complesso, la crescita prevista è del +0,72%, leggermente superiore alla media italiana, a conferma di un’area che continua a rappresentare uno dei cuori produttivi del Paese, pur in un contesto di rallentamento generale. Resta invece marcato il divario Nord-Sud, con alcune province meridionali ancora in difficoltà e le uniche contrazioni previste concentrate in Sicilia.

Secondo la CGIA, uno scenario geopolitico più stabile – con una possibile fine del conflitto tra Russia e Ucraina e una distensione in Medio Oriente – potrebbe aprire una fase nuova, favorendo fiducia degli investitori e riallocazione dei capitali verso investimenti produttivi. Ma per cogliere questa opportunità, avverte l’Ufficio studi, serviranno riforme strutturali, a partire da una riduzione del peso di burocrazia e fisco sulle imprese.
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