Fabio Zenato: «Il Lugana ha una chiave di modernità che parla ai consumatori di oggi»
di Matteo ScolariIl Lugana continua a essere uno dei vini bianchi più identitari e trasversali del panorama vitivinicolo italiano. Tra vendemmia, comunicazione e mercati esteri, il presidente Fabio Zenato traccia un bilancio dell’ultimo anno e una visione su come questa denominazione stia evolvendo per rispondere alle nuove esigenze dei consumatori.
Il Consorzio di Tutela Lugana Doc racchiude cinque comuni e un territorio unico, diviso amministrativamente tra Veneto e Lombardia ma unito dalla stessa origine glaciale e da un vitigno, la turbiana, che ne rappresenta l’identità assoluta. In un momento complesso per il settore del vino, tra calo dei consumi e instabilità geopolitica, il Lugana consolida la sua forza grazie al forte legame con chi lo scopre e continua a cercarlo. A raccontarlo è Fabio Zenato, riconfermato alla guida del consorzio, che sottolinea la centralità della comunicazione, dell’esperienza e della modernità nel rapporto con il pubblico.
Presidente Zenato, partiamo dall’ultima vendemmia: com’è andata la raccolta 2025?
È stata una vendemmia molto interessante. La stagione estiva è corsa, quindi siamo partiti con un leggero anticipo, ma le caratteristiche della turbiana ci hanno permesso di riportare tutto su una tempistica ordinaria, arrivando oltre la fine di settembre. Le escursioni termiche di fine maturazione hanno esaltato profili aromatici davvero notevoli. La produzione è leggermente inferiore al potenziale massimo, ma rimane assolutamente soddisfacente. Siamo molto ottimisti.
Come sta il settore vitivinicolo dal vostro osservatorio?
È un momento complesso. Il calo dei consumi e le tensioni geopolitiche – dagli Stati Uniti all’Asia, passando per la Russia – incidono trasversalmente su tutto il settore. Anche se il Lugana è piccolo sul mercato americano, risentiamo comunque dei rallentamenti. Allo stesso tempo, il nostro forte radicamento europeo ci ha permesso di assorbire meglio alcuni colpi. La vera forza del Lugana è il legame con il consumatore: chi lo assaggia sul territorio tende a ricercarlo, e questo per noi è un valore decisivo.
Il vostro territorio è unico, diviso tra due regioni e due province. È un limite o un valore?
Assolutamente un valore. Le divisioni amministrative sono arrivate molto dopo: la natura ha modellato questo territorio con il ghiacciaio del Garda. Il nostro confine vero è il lago. È un territorio unico, con cinque comuni – Peschiera, Sirmione, Desenzano, Pozzolengo e Lonato – e molte aziende che hanno sede legale da una parte e vigneti dall’altra. Questo racconta quanto sia naturale la continuità del territorio del Lugana.
Il gusto dei consumatori sta cambiando. I vini più freschi e leggeri sono sempre più apprezzati: è un’opportunità per il Lugana?
Direi di sì. Oggi i consumatori – soprattutto quelli più giovani – cercano curiosità, immediatezza, leggerezza senza rinunciare alla qualità. E il Lugana è un vino che stimola la scoperta, non ha bisogno di spiegazioni lunghe: è lui che deve incuriosire e portare a conoscere un territorio. In più, la sua versatilità è enorme: è ottimo a tavola ma anche al calice o all’aperitivo. Per questo molti locali lo propongono al bicchiere.
Avete portato il Lugana fuori dal territorio con un tour estivo in diverse località italiane. Qual è stata la strategia?
Volevamo proseguire un progetto iniziato qualche anno fa: nazionalizzare il Lugana, portarlo fuori porta e farlo incontrare con nuovi consumatori. Abbiamo scelto Milano Marittima, Jesolo e Follonica, luoghi dove le persone sono più leggere nei pensieri e più disponibili a sperimentare. L’assaggio veniva sempre accompagnato da un abbinamento gastronomico semplice ma studiato, perché volevamo che fosse il vino a parlare per primo. È stato un percorso molto positivo.
Il consorzio partecipa regolarmente alle grandi fiere. Quanto contano nel vostro lavoro?
Sono fondamentali. Vinitaly rimane la fiera più importante per noi, perché qui abbiamo il maggior numero di aziende presenti e un pubblico di trader enorme. ProWine è un altro appuntamento chiave per il Nord e Centro Europa. E da qualche anno c’è molto interesse anche per Wine Paris. Le fiere sono cruciali perché incontriamo il trade, la parte del sistema che dà continuità al prodotto.
La vostra comunicazione sui social è molto fresca e immediata. È una scelta strategica?
Sì, ed è un passaggio fondamentale. Il mondo del vino per troppo tempo è rimasto ingessato su schemi che oggi non sono più efficaci. Immediatezza, semplicità e informalità non devono essere visti come opposti alla qualità: la qualità deve essere un prerequisito, ma può essere comunicata in modo moderno. Il Lugana ha sempre avuto una naturale predisposizione a un linguaggio giovane e contemporaneo, e questo ci ha facilitato rispetto a territori più tradizionali o strutturati.
Come descriverebbe il Lugana a chi non lo ha mai assaggiato?
È un vino fruttato e fresco, ma la sua vera identità è la sapidità. Una parola semplice, che però racchiude l’essenza del suolo e del vitigno. La sapidità dà persistenza e permette una versatilità gastronomica straordinaria: dal pesce di lago alla cucina asiatica. Con il passare del tempo la sapidità può evolvere verso la mineralità, un’altra caratteristica molto apprezzata a livello internazionale. È un vino immediato, elegante e riconoscibile.
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