Gabriele Nicolis, amministratore delegato ForGreen SB
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Gabriele Nicolis: «Le rinnovabili sono la strada. Ma senza reti adeguate restano solo promesse»

di Matteo Scolari
L’amministratore delegato di ForGreen Spa Società Benefit racconta il modello delle cooperative e delle comunità energetiche: «Abbiamo investito oltre 25 milioni e coinvolto migliaia di consumatori, ma senza pianificazione infrastrutturale rischiamo di frenare la transizione».

Da oltre quindici anni ForGreen lavora su un modello innovativo: coinvolgere i consumatori nella produzione di energia rinnovabile attraverso cooperative e comunità energetiche. Un percorso che ha anticipato la spinta europea all’indipendenza energetica e che ha garantito, persino nei momenti di picco dei prezzi, stabilità e convenienza ai soci. Per l’amministratore delegato Gabriele Nicolis, la direzione è chiara: “Rinnovabili ed elettrico sono il futuro. Ma senza reti e infrastrutture il rischio è quello di rallentare, lasciando irrealizzati troppi progetti”.

Dottor Nicolis, ForGreen ha creduto nelle rinnovabili molto prima che diventassero un tema di attualità. Com’è nata questa intuizione?

Abbiamo iniziato quindici anni fa, quando ancora pochi parlavano di produzione diffusa e di partecipazione dei consumatori. Volevamo costruire un modello nuovo: non limitarsi a vendere energia, ma coinvolgere le persone nella produzione. Da qui sono nate le cooperative fotovoltaiche, che hanno permesso a migliaia di soci di investire insieme in impianti condivisi. Oggi possiamo dire che quell’intuizione ha funzionato: oltre 25 milioni di euro investiti, migliaia di consumatori coinvolti e soprattutto stabilità nei prezzi, anche quando il mercato era impazzito, come nel 2022.

Qual è il vero valore aggiunto di questo modello cooperativo?

È duplice: economico e culturale. Economico, perché chi partecipa beneficia direttamente della produzione, quindi è protetto dalle oscillazioni del mercato. Culturale, perché trasforma il consumatore in “prosumer”, cioè in produttore-consumatore. Chi investe in una cooperativa non solo riceve energia, ma capisce quanto costa, quanto vale, come si produce. Non è più un cliente passivo, ma un soggetto attivo e consapevole.

Oggi si parla molto di comunità energetiche rinnovabili (CER). Quanto possono incidere davvero sul sistema?

Le CER hanno un valore enorme, ma va compreso nella giusta prospettiva. Non rivoluzioneranno da sole il sistema elettrico, ma generano consapevolezza, dialogo e coesione sociale. In un territorio, mettere insieme famiglie, imprese, enti locali attorno a un impianto significa creare comunità, non solo abbassare le bollette. Inoltre, la normativa impone di destinare una parte degli incentivi a progetti sociali, quindi il beneficio si allarga anche a chi non partecipa direttamente. In questo senso, sono un modello che unisce ambiente, economia e solidarietà.

Ma ci sono anche limiti, giusto?

Sì, e sono soprattutto infrastrutturali. Il problema non sono le idee, che non mancano, ma le reti. Oggi su 100 richieste di connessione, 90 rischiano tempi di allaccio superiori ai tre anni. Questo significa bloccare progetti già finanziati e pronti a partire. Non possiamo chiedere ai cittadini di immobilizzare risorse per così tanto tempo. È qui che si gioca la sfida: se non liberiamo i colli di bottiglia del sistema, la transizione resta incompiuta.

La sua critica sembra rivolta a una mancanza di pianificazione.

La pianificazione infrastrutturale è la vera chiave: parliamo di reti, di capacità di trasmissione, di distribuzione capillare. L’Europa spinge giustamente verso le rinnovabili, ma senza una rete capace di reggerle, gli impianti restano inutilizzati. È come costruire autostrade senza uscite: hai la capacità, ma non riesci a portare il beneficio ai territori.

Dal punto di vista economico, questi modelli sono sostenibili nel lungo periodo?

Assolutamente sì, a patto che non si cada nell’ideologia. La transizione non si fa con gli slogan, ma con modelli che si replicano e si finanziano da soli. Le cooperative lo dimostrano: i soci non solo ricevono energia, ma chiedono di partecipare a nuovi progetti. È un modello che cresce “dal basso” ed è sostenibile perché si fonda su capitali diffusi, non solo su incentivi o prestiti bancari.

In prospettiva, come vede l’evoluzione del settore?

Credo che avremo un mosaico di soluzioni: grandi player che faranno grandi investimenti, piccoli soggetti che lavoreranno su comunità locali, cittadini che installeranno impianti domestici, utility che guideranno la trasformazione. Nessuna soluzione sarà unica, servirà un mix. Ma tutti dovranno fare la propria parte, e soprattutto dovremo eliminare i colli di bottiglia che oggi soffocano il sistema.

Un messaggio finale?

La transizione non è solo tecnologica, è anche culturale. Se vogliamo renderla reale, dobbiamo coinvolgere le persone, renderle consapevoli e dare loro strumenti concreti per partecipare. È quello che abbiamo fatto in questi quindici anni e che continueremo a fare: trasformare l’energia da commodity a bene condiviso, che crea valore per chi la usa e per il territorio in cui viene prodotta.

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