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Oltre al debito pubblico, c’è di più…

di admin
Dell’andamento della Pubblica Amministrazione, si sente parlare raramente, ma, i suoi debiti commerciali ammontano ad almeno 52 miliardi. Nel 2020, forniture private alla PA, non pagate, per un importo 10 miliardi. Che sarebbero oro, per le aziende creditrici.

Il Corona ha paralizzato il Paese, a partire dal gennaio 2020, costringendo cittadini e Governo a trattare del pesante contagio, non solo, ogni giorno, ma, in ogni minuto delle giornate, che abbiamo, pesantemente e tristemente trascorso, o, in casa, o, nei momenti ammessi, con mascherina. Il tutto, ci ha fatto dimenticare, tuttavia, che siamo finanziariamente, nel disastro.
Del quale sarebbe meglio, in effetti, non parlare, per non aggiungere altro male al male, ma, è compito di chi a cuore il concetto di buona amministrazione, ossia dei conti in ordine, se non di aggiustarli, almeno, di prenderli in considerazione e di ricordare, quindi, una situazione debitoria del Paese, che richiede interventi tempestivi e il tentativo, come minimo, di porlo, su una, sia pure difficilissima, via risolutoria.
Dalla  CGIA: «Sebbene i tempi di pagamento della nostra Pubblica Amministrazione (PA) siano in calo[1], lo stock dei debiti commerciali, invece, è in costante aumento e sfiora ormai i 52 miliardi di euro. Un importo che, segnaliamo, include la parte corrente, ma non quella in conto capitale che, da una stima molto spannometrica, ammonterebbe ad altri 6/7 miliardi di euro. A dirlo è l’Ufficio studi di CGIA, Mestre, che ha analizzato i dati dell’Eurostat[2], relativi al 2020.Come mai, nonostante i ritardi di pagamento stiano scendendo, il debito complessivo continua a crescere? Perché molti pagamenti continuano a non essere ancora eseguiti; pertanto, questi insoluti vanno ad aumentare lo stock di debito accumulatosi negli anni precedenti. Secondo i dati presentati la settimana scorsa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ad esempio, l’anno scorso la nostra PA ha ricevuto dai propri fornitori fatture per un importo complessivo pari a 152,7 miliardi di euro, ma ne ha pagati 142,7, concorrendo ad aumentare il debito commerciale di altri 10 miliardi di euro».

In Europa nessuno fa peggio di noi

Secondo l’Eurostat, negli ultimi anni. il debito commerciale di sola parte corrente della nostra PA continua a crescere. Se nel 2017 era pari a 45,2 miliardi, l’anno successivo è salito a 46,9, per toccare i 48,9 miliardi nel 2019. L’anno scorso, infine, si è attestato a 51,9 miliardi di euro; rapportando questi mancati pagamenti al Pil nazionale, in Italia l’incidenza si attesta al 3,1 per cento: dato peggiore fra tutti i 27 Paesi UE (vedi Graf. 2). Tra i nostri principali competitor commerciali, segnaliamo che la Spagna presenta un misero 0,8 per cento (in termini assoluti il debito è pari a 9,5 miliardi di euro), la Francia l’1,4% (33,2 miliardi di euro) e la Germania l’1,6% (54,2 miliardi di euro). Va altresì sottolineato che tra i paesi appena indicati, nell’annus horribilis della pandemia i debiti commerciali di sola parte corrente sono diminuiti. In Italia, invece, hanno continuato a crescere, registrando un preoccupante +6%, rispetto al 2019 (in valori assoluti, pari a + 3 miliardi di euro). 

Siamo stati bocciati più volte dalla Corte UE


Con la sentenza, pubblicata il 28 gennaio 2020, la Corte di Giustizia Europea ha affermato che l’Italia ha violato l’art. 4 della direttiva UE 2011/7, sui tempi di pagamento nelle transazioni commerciali. tra amministrazioni pubbliche e imprese private[3]. Sebbene. in questi ultimi anni, i ritardi medi con cui vengono saldate le fatture, siano diminuiti, la settimana scorsa la Commissione europea ha inviato al Governo Draghi una lettera di messa in mora, sul mancato rispetto delle disposizioni, previste dalla direttiva europea, approvata 10 anni fa.
Infine, un’altra procedura ancora aperta, contro il nostro Paese, riguarda il codice dei contratti pubblici, che prevede un termine di pagamento di 45 giorni, quando a livello comunitario la scadenza, invece, è di 30 giorni.

La soluzione? Compensare automaticamente debiti fiscali, con crediti commerciali

Per risolvere questa annosa questione, che sta mettendo a dura prova tantissime Pmi, per la CGIA, c’è solo una cosa da fare: prevedere, per legge, la compensazione secca, diretta e universale, tra i crediti certi liquidi ed esigibili, maturati da una impresa nei confronti della PA e i debiti fiscali e contributivi, che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema, che ci trasciniamo appresso da decenni. Senza liquidità, a disposizione, infatti, tanti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e, paradossalmente, rischiano di dover chiudere definitivamente l’attività, non per debiti, ma per troppi crediti, non ancora incassati.

Nelle  costruzioni,  più che farsi pagare la fattura, è sempre più difficile arrivare a emetterla

Sebbene i tempi medi di pagamento, dopo l’emissione della fattura, si siano accorciati, la questione rimane ancora irrisolta. Nel comparto delle costruzioni, ad esempio, le imprese appaltatrici continuano a denunciare le lungaggini, a cui sono sottoposte, prima di poter emettere la fattura; una situazione che allunga i tempi di pagamento, a causa di una serie di procedure, che intercorrono tra il momento in cui terminano i lavori e la data di invio del documento fiscale.
Un caso concreto? Se la stazione appaltante è un Comune, ad esempio, una volta terminato il cantiere, la ditta esecutrice deve presentare l’ultimo Sal (Stato di avanzamento dei lavori) al direttore dei lavori. Quest’ultimo lo deve avallare e, successivamente, deve verificare la corrispondenza tra l’opera eseguita e quanto previsto dal capitolato. Sempre che non vengano sollevate contestazioni, solo dopo aver “consumato” questi passaggi, l’ufficio comunale competente dà il via libera, consentendo all’impresa appaltatrice di inoltrare la fattura.
L’espletamento di queste procedure, però, richiede anche dei mesi, ritardi che, ovviamente, la piattaforma del MEF non è in grado di registrare, ma che, negli ultimi anni, si stanno dilatando a dismisura, mettendo in seria difficoltà tantissime imprese del mondo delle costruzioni.

Solo sanità ed Enti pubblici nazionali pagano correttamente

Ancorché siano diventati mediamente più virtuosi, molti comparti pubblici continuano a saldare i propri committenti, in ritardo, rispetto alle disposizioni, previste dalla legge. Secondo i dati del MEF, pubblicati la settimana scorsa, nel 2020, le Amministrazioni dello Stato  hanno pagato mediamente, dopo 55 giorni circa, dal ricevimento della fattura, gli Enti locali (Comuni, Unione di Comuni e Comunità montane) dopo 50 e le Regioni-Province autonome e gli altri Enti (principalmente fondazioni), dopo poco più di 30.
Ricordiamo che la legge stabilisce che, per questi settori, il pagamento deve avvenire, entro 30 giorni dal ricevimento della fattura. Gli unici 2 comparti che, invece, l’anno scorso, hanno rispettato la legge, sono stati la sanità, che sebbene possa pagare, entro 60 giorni, ha liquidato i fornitori mediamente dopo 45 giorni, e gli Enti Pubblici Nazionali (Camere di Commercio, Monopoli di Stato, Banca d’Italia, Poste, Università, Cassa Depositi e Prestiti, etc.), con un tempo medio di 28 giorni, in anticipo di 2 rispetto al termine previsto dalla normativa, per questo comparto.

Il paradosso: l’ammontare del debito non si conosce e nemmeno quanti utilizzano la piattaforma del MEF

Nonostante le imprese, che lavorano per la PA, abbiano da parecchi anni l’obbligo, per legge, di emettere la fattura elettronica,  nessuno è ancora in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale del nostro Paese. Come funzionano i pagamenti in queste transazioni commerciali? Una volta che il fornitore emette la fattura elettronica, questa transita attraverso una piattaforma, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze detta SdI (Sistema di Interscambio), che la smista all’ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata.
I dati della fattura elettronica vengono acquisiti dalla Piattaforma dei Crediti Commerciali (PCC), che dovrebbe registrare tutti i pagamenti riconducibili alle transazioni commerciali della PA. Per cercare di intercettare la totalità delle transazioni, è stato istituito il Siope+, un sistema di rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti degli enti pubblici. Per alimentare il Siope+ tutte le amministrazioni pubbliche devono ordinare gli incassi e i pagamenti esclusivamente con modalità informatica.
Sebbene questa procedura sia iniziata gradualmente e diventata poi operativa a tutti gli effetti, a partire dal luglio del 2017, il MEF non conosce, ancora adesso, a quanto ammonta complessivamente il debito commerciale, in capo a tutte le Amministrazioni pubbliche, con i propri fornitori, molto probabilmente, perché una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo, gli enti periferici, continuano a effettuare i pagamenti, senza transitare per la piattaforma e, con scadenze, ben superiori a quelle fissate dalla legge.


[1] Ministero Economia e Finanze: “Fatture commerciali: nel 2020 pagamenti PA con 3 giorno di anticipo”, 12 giugno 2021.[2] “Note on stock of liabilites of trade credits and advances” (April 2021).[3] Dal 2013, a seguito del recepimento nel nostro ordinamento della normativa europea contro i ritardi di pagamento (Direttiva UE/2011/7), i tempi di pagamento nelle transazioni commerciali tra enti pubblici italiani e aziende private non possono superare di norma i 30 giorni (60 per alcune tipologie di forniture, in particolare quelle sanitarie). 
Un esame, quello sopra esposto, dei ritardati pagamenti, da parte della PA, dettagliato e bene spiegato, da CGIA, al punto, che esso crea forte preoccupazione, anche in chi non è a contatto diretto, con l’assunto. Bisogna, comunque, sradicare certa burocrazia, pur chiedendoci, prima, se la stessa sia effettivamente necessaria – i controlli, sono essenziali, ma, devono essere rapidi e risolutivi – e accelerare i provvedimenti di pagamento, creando liquidità, atta a mettere in grado le imprese di continuare e migliorare la loro attività.Si rendono necessari incassi, il più rapidamente possibile, anche, porci all’altezza dei tempi, così come vuole il nostro essere parte – con sempre più voce in capitolo – dell’Unione Europea.

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