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Se il debito pubblico è ai livelli, che conosciamo, non è colpa dell’Unione Europea o dell’euro. Al “rating” e alle valutazioni dei mercati, sinceri o speculativi, che siano, non si sfugge.

di admin
Molto spesso, capita di sentire che il fatto di fare parte dell’Unione Europea e dell’Eurosustema ha costituito e costituisce, per il nostro Paese, un pesante danno. Tale considerazione va vista sotto aspetti diversi. Ci limitiamo a solo a qualcuno d’essi. Il debito pubblico nostrano ammontava, agli inizi degli anni Ottanta – non esistevano né Trattato…

Andiamo male. Da notare che sarebbe stata buona cosa, pensiamo, non avere firmato il Trattato di Maastricht nel 1992, essendo già il debito, allora, ad oltre il 100%, quando il Trattato stesso prevedeva un debito massimo annuale, per tutti i Paesi aderenti all’attuale 60%. Lo stesso vale per quando fu introdotto definitivamente l’euro, nel 2002, quando il debito era ad appena, vedi sopra, oltre il 100%. Abbiamo detto, ”sarebbe stata buona cosa”. Buona, ma non bella, in verità, visto che l’Italia fu uno dei sei co-fondatori dell’attuale Unione Europea, ma, questo, conta poco, rispetto al fatto d’avere un debito pubblico rilevante: non serve la gloria, ma, ciò, che conta, è avere i conti in ordine, prima di tutto, per il bene dei cittadini. Buona cosa, comunque, soprattutto, perché il debito pubblico, pur contenuto, nel 1992 e nel 2002, rispetto all’attuale, era pur sempre troppo alto e altissimo rispetto al 60%, previsto dai criteri di convergenza di Maastricht. Tenendo presente, anche questo un errore, che il 60% suddetto, fu fissato tale, avendo tenuto conto dell’oltre 100% di debito pubblico italiano. Errore europeo, quindi, è stato fare entrare l’Italia – per interessi economici, visto che l’Italia, con le sue svalutazioni esportava, a danno di chi, in Europa, non svalutava e rispettava i principi economici, anche in fatto di lavoro – ed errore politico italiano ad entrare, sia nell’Unione, che nell’Eurosistema, che, sin dall’inizio, escludeva ed esclude le svalutazioni, sulle quali l’Italia, invece viveva, pur sempre spendendo, più di quanto produceva. Non eravamo preparati, sotto i diversi aspetti, atti a creare un’economia di solida continuità. Non eravamo preparati e non lo siamo stati dopo il 1992 e dopo il 2002 e non lo siamo tuttora, visto pure che non abbiamo realizzato quelle riforme, che, da anni, non solo l’economia globale c’impone, ma, che perfino il fondo Monetario Internazionale ci suggerisce. Ora, non sembra si tenga completamente conto dell’immensa entità del debito pubblico, del suo costo annuale e della necessità di rinnovare, ogni anno, quattrocento miliardi di se esso, disgraziatamente, a tassi sempre più alti, con relative, pesanti conseguenze, sull’economia e sui cittadini. Intanto, congiuntura, già debole e che rallenta e rallemterà, pesanti avvertimenti, che giungono da ratings e da mercati, ad ulteriore danno dell’economia stessa, delle finanze statali e dei cittadini, creano giusti timori. Né serve sedersi sulla poltrona d’una possibile crescita economica futura, che, per esperienza, non è mai garantita, per pensare di giungere, o prima, o poi, a poter ridurre un debito pubblico, che fa tremare il piccolo risparmiatore e che è una pesantissima pietra al collo dell’economia italiana, che viene privata, attraverso d’esso, d’investimenti produttivi. Non solo: potrebbero aversi condizioni più costose, per aperture di credito, da parte delle banche, con conseguenti risvolti negativi per la sperata crescita, che, ovviamente, verrebbe attaccata da un’ulteriore frenata. Quindi, se la potenza dei ratings e il pesante andamento delle quotazioni borsistiche, fanno pensare a speculazioni, facciamo in modo di sottrarci alle stesse, dando segni concreti di volontà di rinascita, originando fiducia e chiedendoci se non potremmo imparare qualcosa di sradicante (contro il vecchio ed il frenante) e di innovativo, per la nostra economia, da Paesi come Finlandia, Germania e Paesi Bassi… Rechiamoci in loco e “copiamo”, da loro quanto di meglio può tornare utile, in tutti i settori della nostra economia, ed applichiamolo, senza perdere tempo in lunghe e costose discussioni, anziché criticare, senza realizzare, o addirittura, andando verso il peggio. Del resto, le regole, che l’Europa ci chiede di rispettare, erano ben note all’atto della firma del Trattato di Masstricht ed uguali per tutti i Paesi membri. Quanto a ratings e a quotazioni in terribile calo – sia in fatto di Bot, che di azioni – non possiamo assolutamente pensare di cavarcela, parlando di speculazione. Le sentenze negative o positive, degli uni e le altre valgono per l’Italia e per tutti i Paesi del mondo e dal mondo economico e della finanza globali sono accettate… L’Italia deve fare in modo ed al più presto, invece, con una politica innovatrice e rivivicatrice, di creare le condizioni – gli acquisti di Bot, dal 2014 ad oggi, da parte della BCE, se hanno salvato l’euro, hanno salvato anche le deboli finanze italiane, mentre non s’è saputo approfittare dei tassi al minimo – perché ratings e borse bene ci considerino positivamente, aiutando le imprese, il risparmio ed il privato a creare occupazione e ricchezza. Solo così – ora, quanto ad export, ci aiuta l’euro – non con previsioni, creeremo quella fiducia – se l’estero vende miliardi di nostri Bot, non lo fa per speculazione, che, pure, c’è, e forte, ma, per timore, ovviamente, di rimetterci – senza la quale è difficile imboccare la via, verso la crescita e verso un futuro, apportatore di maggiore benessere. Ultima considerazione-quesito: perché, sono sempre richiesti, e sempre di più, i Bot tedeschi, anche rendono quasi nulla? Pierantonio Braggio

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