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Impresa ed occupazione. Essenziale una forte riduzione dell’imposizione fiscale.

di admin
L’occupazione non si crea a macchina o a parole, ma, investendo ed impegnandosi a produrre qualità a prezzi competitivi. Per arrivare a questo, occorrono ingegno, capitale, volontà e capacità di rischio, accoppiati all’essenziale fattore impegno, da parte di chi intende investire. Cinque elementi, che originano occupazione e benessere. Sebbene la mentalità della marxista ostilità al…

Senza capitale e con regole contrarie all’economia, il comunismo reale non è riuscito a sopravvivere. Ora, nell’èra, nella quale stiamo vivendo, èra in continuo movimento e convulsa, non si tratta solo di produrre qualità – che il genio italiano imprenditoriale italiano sa saggiamente realizzare e farsi riconoscere nel mondo – ma anche portarla sul mercato, come dicevamo, a prezzi competitivi, dinanzi ad un’offerta globale, sempre più agguerrita e di difficilissima sostenibilità. Oltre agli elementi essenziali, atti a creare lavoro, prima citati, va messo in conto, quindi, e ripetiamo, anche un prezzo, atto a fare fronte alla concorrenza. Per ottenere questo, tuttavia, occorre che l’impresa sia posta in grado, appunto, di giungere a tale prezzo, con accettabile spesa, che consenta di pagare le forniture, i costi d’esercizio, in generale, e di avere un margine accettabile di guadagno, mai perdendo di vista, ripetiamo, il fattore qualità. In Italia, l’imposizione fiscale sull’impresa, accompagnata da pesante burocrazia, è soffocante e non invita per nulla ad investire e a creare nuove aziende, fonti essenziali d’occupazione. La quale, ormai da anni, avviene, quando c’è, nelle forme a tempo determinato (per esempio, per soli sei mesi) e a tempo indeterminato (senza limiti di tempo), laddove la forma oggi, prevalentemente scelta, sia a causa dell’alta pressione fiscale – oltre il 60%, sia per il conseguente costo del lavoro, sia per le incertezze d’un mercato volatile e difficile, è quella a tempo determinato, non certo favorevole, purtroppo, per il lavoratore, sebbene molto diffusa all’estero. Apprezziamo l’idea, quindi, di introdurre incentivi a favore delle aziende, che assumino a tempo indeterminato, ma ci domandiamo quale successo tale importante e buona iniziativa, a sfondo senz’altro sociale, possa avere, nel senso della sua continuità nel tempo, tenuto conto del fatto che chi assumesse ad incentivo e, quindi, a tempo indeterminato, dovrebbe essere comunque certo, a priori, che la propria azienda macinerà reddito in qualsiasi futura situazione economica. Ma, che ne sarebbe, nel caso, in cui il momento favorevole si tramutasse in negativo, con, per esempio, improvvisa ridotta vendita delle merci prodotte, a causa di prezzi rincarati, a causa di maggiori costi d’esercizio? Non ci sentiamo d’insegnare che, in tal caso, in economia sempre possibile, non ci sarebbe né ricavo, con cui compensare il lavoratore a salario a tempo indeterminato, né ricavo a compensazione dell’impegno dell’imprenditore, con le conseguenze, che conosciamo. Tutto questo, per dire – e non scopriamo nulla di nuovo – che l’unica soluzione per creare lavoro è quanto si fa nei Paesi, in cui la disoccupazione è al 5% o sotto tale percentuale, ossia, agevolare la nascita di nuove imprese, attraverso un trattamento fiscale e burocratico di ampio respiro, che funga da incentivo stabile e garantito, a originare nuova occupazione. Derivante, questa, dall’assoluta e continuativa necessità di collaboratori, così come avviene, se vogliamo fare un semplice esempio, in Germania e come fu in Italia, negli anni Sessanta del 1900. Il presidente Donald Trump ha fatto una grande opera, in un’America, del resto, già all’altezza dei tempi, riducendo al minimo l’imposizione fiscale sull’impresa, nella certezza – e qui, l’economia non imbroglia, salvo ostacoli imprevisti – che i prodotti statunitensi saranno più richiesti, sia sul mercato interno, che su quello estero, con necessità di maggiore produzione e, quindi, di maggiore numero di posti di lavoro. Sconforta, tuttavia, il fatto, che, talvolta, si dimentichi ostinatamente, come si stia vivendo in un periodo di micidiale concorrenza mondiale, che ‘impone’, essa stessa, di ridurre al minimo ogni laccio fiscale e di concedere ogni tipo di facilitazione all’impresa: due concetti, in assenza dei quali, non nascono o non prosperano imprese e muoiono economicamente e socialmente i paesi, che le ospitano o che potrebbero ospitarle. Non si può chiedere investimenti e lavoro, pur sapendo che l’attuale sistema fiscale non lo consente, non si può fare dipendere le decisioni sul lavoro dai colori politici, né pensare ad assistenzialismo, anziché promuovere opportunità di lavoro. Facilita, comunque, l’occupazione anche una preparazione scolastica o universitaria, che, pur ponendo, giustamente, sui piani più alti la cultura, s’inserisca nella realtà aziendale, fornendo competenze specialistiche, che l’impresa d’oggi sta richiedendo e che l’impresa di domani richiederà, non essendo possibile che la non preparazione, dopo anni ed anni di scuola, si trasformi in impedimento e, quindi, in peso, per l’impresa – e non meno, per lo stesso che, lavoro cerca – la quale, volendo evolversi, è fonte d’occupazione. Come fu nel nostro caso personale, con risvolti negativi anche sul lato morale, in quanto, non solo ti sentivi impreparato, ma, al tempo, anche di peso – senza colpa…
Pierantonio Braggio

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