Dichiarazione di voto della Presidente BONFRISCO
di adminInseriamo il discorso che la senatrice Bonfrisco a tenuto in Senato:
Signora Presidente, il decreto-legge che ci apprestiamo a convertire ha recepito gran parte delle proposte che, dopo mesi di lavoro, il credito cooperativo ha messo a punto e che, ancora prima della scorsa estate, aveva consegnato alle autorità competenti – Governo e Banca d’Italia – con l’ambizione di disegnare un nuovo modello di integrazione a rete non mutuato da altre realtà omologhe europee. Infatti, altrove, in Europa, quei modelli organizzativi si erano perfezionati nell’arco di anni, forse decenni, e sulle riforme di quei modelli organizzativi, come ad esempio il Crédit Agricole o le Raiffeisen, già citati, nessun Governo si sarebbe mai sognato di ricorrere alla decretazione d’urgenza e – peggio ancora – di porre la questione di fiducia.
Va ricordato che tutto nasce nel gennaio 2015, come hanno già ricordato i colleghi Galimberti, che mi ha preceduto, e – ancora meglio – Vacciano, rilevando che su tre grandi decreti-legge economici, tutti a grandi risvolti finanziari, il Governo ha proceduto inviando il testo alla Camera dei deputati e lasciandolo lì molti, ma molti giorni, affinché il Senato non avesse la possibilità di emendarlo, lavorarlo, condividerlo od opporvisi.
Va però ricordato che proprio nel gennaio 2015 il Governo, varando il famoso decreto sulla sbagliatissima riforma delle banche popolari, provò a inserire anche il provvedimento sulle banche di credito cooperativo. Quel decreto-legge, se fosse stato convertito nella versione originaria, avrebbe cambiato radicalmente il volto alla cooperazione mutualistica di credito e posto le premesse per un inarrestabile declino del loro ruolo sul territorio. Ecco il punto vero: il loro ruolo sul territorio, vicino alle economie, quelle reali, e alle famiglie che in questi anni hanno visto perdere la loro capacità economica, che si è tradotta spesso poi in sofferenza bancaria.
Signora Presidente, tornerò poi sul tema delle sofferenze bancarie perché rischia di passare in secondo piano, nel dibattito economico e anche politico, una questione che invece segnerà pesantemente la vita sociale delle persone, delle famiglie e delle imprese nei prossimi anni.
Come dicevo, nonostante questo, le banche del territorio sono riuscite a contenere e a fare da argine a quella drammatica crisi. Lo ha ricordato stamattina il vice ministro Morando: 10 punti di PIL persi in pochi anni, bruciati da una finanza, che non è la finanza delle BCC o delle banche cooperative. Giova ricordare che le banche più piccole hanno 17 miliardi di quelle sofferenze, quelle medie ne hanno 39 e le prime 5 ne hanno 133. Questi sono i numeri veri, e 17 sono i miliardi di sofferenze a fronte di un credito erogato dalle banche piccole e medie che si attesta intorno ai 170 miliardi di euro: 170 miliardi sono i soldi che danno e 17 miliardi sono le sofferenze. Questa era la grande anomalia italiana che si voleva correggere. Nel correggerla però – forse altri l’hanno corretta meglio di noi – rischiamo di mandare in fumo un intero sistema che ha accompagnato l’unica vera grande crescita del nostro Paese che è avvenuta dal dopoguerra fino a pochi anni fa.
Si conferma che tra la mutualità prevalente e la mutualità non prevalente si gioca ancora lo straordinario ruolo delle cooperative, della cooperazione al fianco delle piccole imprese, insostituibili strumenti di sviluppo economico e sociale. Si conferma il drammatico errore fatto dal Governo con il decreto dello scorso anno che fissava – lo ha ricordato bene il collega Galimberti prima – la soglia dimensionale di 8 miliardi di attivo per il mantenimento dello status di banca cooperativa, che tradotto voleva dire: chi proprio non può fare a meno di utilizzare lo strumento della solidarietà e della cooperazione, si deve fermare a 8 miliardi di attivi, perché il mercato è fatto solo per chi della solidarietà e della cooperazione può anche non interessarsi.
A questo riguardo ho accolto come un ravvedimento operoso e possibile la disponibilità del vice ministro Morando ad ascoltare le proposte contenute in emendamenti e ordini del giorno che abbiamo valutato in Commissione e auspico che rapidamente il Governo rimedi a un macroscopico errore, considerando anche il fatto che è riuscito a violare tutto il violabile possibile, dall’articolo 41 all’articolo 45 della Costituzione – li ricordava prima anche il senatore Galimberti – ma anche contemporaneamente quella soglia indicata dalla BCE, con la normativa europea o, quantomeno, quella della vigilanza, che fissa a 30 miliardi di attivo il tetto entro il quale devono poter stare coerentemente le cooperative che fanno credito.
Signora Presidente, noi Conservatori e Riformisti da tempo diciamo di essere preoccupati dalla tendenza che il Governo porta avanti, perché sono tutti interventi frettolosi: prima le banche popolari – atteso che la Corte costituzionale non rimedi a tutti questo – e ora il sistema del credito cooperativo. Abbiamo l’impressione che siamo guidati da specifiche esigenze – me le lasci definire almeno così – magari di realtà regionali, come quelle della Toscana, anziché da una visione complessiva.
A nostro modo di vedere, si è intervenuti malamente sulla questione dei crediti deteriorati, come ho detto all’inizio del mio intervento. Abbiamo sottovalutato i tempi e il modo del passaggio al bail in e ancora incombe su di noi questo tragico errore. C’è una maniera di procedere disarticolata e, quindi, pericolosa. La pericolosità emergerà quando le famiglie e le imprese faranno i conti con la gestione di queste sofferenze che, affidate ad altre società finanziarie che le comprano per pochissimo, andranno a riscuoterle facendo pagare il prezzo più alto e salato, ancora una volta, al risparmiatore e all’investitore.
I risultati vi dimostrano, però, che avete avuto e avete torto. Persino il Ministro dell’economia e delle finanze oggi è costretto ad ammetterlo: nulla di ciò che avete fatto porta sollievo all’economia. E allora vi lambiccate intorno ai numeri della cooperazione bancaria, inserendo un vulnus pericolosissimo. Mi auguro e auspico, con tutti voi, che quel 51 per cento nella holding sia la garanzia perenne – non solo per oggi, ma per sempre – del legame e del patto territoriale, di quella coesione che le banche di credito cooperativo (BCC) hanno saputo interpretare, offrendo alle autorità italiane una loro coraggiosa autoriforma, che apprezziamo e vogliamo accompagnare al meglio. Certo, occorre anche tutelarle dalle sviste, dagli svarioni e dalle leggerezze – quando non altro – che hanno portato l’intero credito cooperativo, dalle banche popolari alle BCC, ad essere possibile preda di quella grande finanza che evidentemente a voi non desta alcuna preoccupazione, mentre a noi sì. Noi sappiamo, infatti, che l’origine di quella crisi economica, contro la quale tutti ancora combattiamo, è esattamente in quella finanza fatta solo di carte e non di economia e di persone.
Per tutto questo vi neghiamo convintamente il voto di fiducia, per sostenere invece, convintamente, il coraggioso e virtuoso processo delle BCC, che vogliamo accompagnare verso un’economia che sappia riportare la persona al centro dell’attività economica, anche perché in quei territori, insieme alle BCC, alle imprese e alle famiglie ci viviamo, ci lavoriamo e siamo qui a rappresentare.
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