Guerre d’Italia.
di adminMolte azioni sono configurabili come contributo che l’Italia da per la pace nel mondo, una in particolare sta perdendo col tempo questa caratteristica e sta divenendo guerra di occupazione. L’Afghanistan, un territorio dove spesso si crede di poter ragionare alla occidentale o dove noi occidentali vorremmo esportare i nostri usi e costumi e le nostre convenzioni sociali, oggi non è più una realtà ove i nostri militari svolgono un’azione giustificabile come un’azione di pace. Se ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione in base alle proprie credenze, se ogni popolo ha la necessità di governarsi senza invadere o destabilizzare le altre regioni del mondo vicine lontane, allora è ora che i militari italiani escano dal cappello dell’Onu e ritornino a breve in Italia a o in altre regioni dove possano svolgere la loro attività senza correre il rischio di passare per invasori. La copertura dell’Onu o della Nato non sono di per sé sufficienti a giustificare un intervento. Ci sono regioni del mondo dove ci si scanna di più che in Afghanistan, ma che non ci interessano economicamente o che non trovano nell’Onu un sufficiente consenso per diminuire, se non eliminare, le continue stragi e battaglie. Se invece il principio dell’ingerenza per ragioni umanitarie può prevalere come io credo su quello dell’autodeterminazione, caro agli storici del dopoguerra, si entra in una strategia mondiale più difficile da gestire ma eticamente più corretta. Che ammette anche interventi militari, ma sotto un’etica che non è quella dello scambio “do ut des”! Capisco che “Chi” definisce gli standard di questa limitata ingerenza agli affari umanitari diventa problematico e richiede una coralità di interventi istituzionali internazionali per codificare la regolarità degli interventi. Noi occidentali possiamo assumerci il ruolo di gendarmi del mondo in virtù dei nostri alti principi ma allora dobbiamo stroncare la corruttela, e non alimentarla o sostenerla anche indirettamente, dovremo dire ai nostri militari, come a quelli della coalizione che non sono ammesse violazioni dei nostri principi guida, altrimenti gli equilibrismi politici costruiti in loco saranno sempre precari e soggetti a ricatti di quella parte che ne è stagliata fuori.
Oggi, che non sono nella immediatezza della cronaca, altri lutti nelle zone di intervento che spingono l’emotività, dobbiamo meditare sulle ragioni che ci hanno spinto in Afghanistan, che se giuste all’inizio, oggi, a nostro avviso, non paiono più rendere sostenibile un governo al cui legittimazioni politiche passano per elezioni semilibere e molto pilotate. Capisco che di più non si poteva fare in uno stato che da decenni vive in guerra tribale e religiosa, capisco anche che per un po’ si possa cercare di comprare con prebende varie le parti più agguerrite, ma non si può continuare. Se la legittimazione del governo locale passa per contributi e finanziamenti alle tribù o ai signori della guerra locale, passa per corruzione e privilegi di chi governa, passa per soldi sottobanco dati a questo e quello per tacitare le voci più irrequiete e non si costruisce una società autonoma in grado di reggersi e di autolimitarsi, dovremmo sempre intervenire a sostenere il malato Afghanistan con flebo militari e non con altro. Questa situazione, ragionevolmente, non è un credibile stato di pacificazione, ma di occupazione, di cui la Storia ha dato vari esempi e varie giustificazioni.
Quando uno Stato, per anni, non è in grado di amministrarsi ed ha bisogno di forze militari esterne non è uno Stato libero ed il Governo è un governo fantoccio. Se la risposta alla domanda – “Ma il Governo di Kabul è in grado oggi autonomamente di sostenersi” è SI, allora è uno Stato libero e non servono i nostri militari; se è NO, allora siamo occupanti, allora i nostri militari non sono legittimati a starci! Dopo decenni di interventi esterni “tertium non datur”!
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