Federico Testa: «Il problema non è il prezzo dell’energia, ma le rendite e i colli di bottiglia»
di Matteo ScolariIl mercato dell’energia è tornato stabile dopo due anni di crisi, ma il sistema rimane fragile. A dirlo è Federico Testa, presidente del gruppo AGSM AIM, protagonista di un confronto aperto durante la Settimana veronese della finanza dedicata all’energia e alla transizione green. Professore ed economista, Testa non usa mezzi termini: “In Italia il problema non è la guerra o il prezzo del gas, ma le distorsioni interne, le concessioni mai rinnovate e una politica che preferisce non vedere. Servono investimenti, aggregazioni e imprese serie. La nostra promessa? Stabilità e trasparenza, non offerte che durano due mesi”.
Presidente Testa, partiamo dal contesto generale: dopo anni di crisi, come si presenta oggi il mercato energetico?
Direi che viviamo un momento di stabilizzazione. Dopo le impennate dovute al Covid, alla guerra in Ucraina e alle tensioni in Medio Oriente, i mercati delle materie prime — gas in primis — si sono assestati. È una buona notizia, perché le materie prime energetiche di solito anticipano ciò che accadrà all’economia. Oggi i segnali sono di calma.
Eppure, nonostante la stabilità delle materie prime, i prezzi per famiglie e imprese non sembrano diminuire.
Esatto. Ed è qui che si vede il problema strutturale del sistema. Ci sono troppe distorsioni che impediscono di trasferire ai consumatori i benefici di un mercato più tranquillo. Parlo di reti che non funzionano come dovrebbero, di colli di bottiglia che rallentano la connessione di nuovi impianti e, soprattutto, di concessioni che rappresentano vere e proprie rendite di posizione.
A cosa si riferisce precisamente?
Prendiamo il caso dell’idroelettrico. In Veneto ci sono 34 grandi derivazioni: 32 appartengono a un solo soggetto, con concessioni che durano da sessant’anni e che continuano a essere prorogate. Pagano canoni irrisori rispetto a ciò che producono e generano margini enormi. Ho studiato i bilanci: in alcuni casi, oltre il 90% degli utili deriva proprio da quelle concessioni. È un’anomalia che pesa sui prezzi e priva i territori di risorse preziose.
Un problema che tocca direttamente la politica.
Certo. Ma la politica, negli ultimi mesi, è stata troppo impegnata a discutere di candidature per occuparsi di queste questioni. Eppure parliamo di centinaia di milioni di euro all’anno di margini che potrebbero essere reinvestiti in servizi pubblici, infrastrutture, sanità. Invece finiscono spesso a fondi di investimento internazionali. È una situazione che “grida vendetta”.
Lei ha accennato anche al tema delle reti e delle connessioni.
Sì, perché non basta produrre energia rinnovabile: bisogna poterla immettere nella rete. Oggi chi realizza un impianto deve attendere anche tre anni per l’allaccio. È un paradosso. Serve una pianificazione infrastrutturale seria, che coinvolga Terna e i distributori locali, altrimenti la transizione energetica resta sulla carta.
In questo quadro, come si posiziona AGSM AIM?
Noi lavoriamo per essere un’azienda seria e affidabile. Non abbiamo la forza pubblicitaria di colossi come Poste Italiane o TIM, che oggi vendono anche energia, ma abbiamo una missione chiara: offrire ai clienti il miglior prezzo nel medio periodo. Durante la crisi molti correvano dietro alle offerte “miracolose” da pochi mesi, poi scoprivano rincari enormi e tornavano da noi. Solo nel periodo più turbolento abbiamo acquisito 60.000 nuovi clienti.
Il vostro approccio, quindi, è diverso da quello di chi punta solo al prezzo.
Assolutamente. Il prezzo più basso oggi non è garanzia di convenienza domani. Noi non facciamo manovre speculative. Vogliamo che il cliente sappia che dietro la sua bolletta c’è un’azienda solida, radicata sul territorio e con una reputazione da difendere.
Sul fronte tecnologico, quali sono le vere sfide per il futuro?
Le rinnovabili restano fondamentali, ma hanno un limite: sono discontinue. Producono solo quando c’è sole o vento. Per questo servono sistemi di accumulo più efficienti. Oggi le batterie non hanno ancora fatto il salto tecnologico che ci aspettavamo: costano molto, contengono materiali inquinanti e sono difficili da smaltire. Senza innovazione sugli accumuli, la rete non regge una quota troppo alta di rinnovabili.
Molti operatori parlano di “transizione green”. Ma quanto è davvero sostenibile?
La transizione è necessaria, ma va gestita con equilibrio. Non possiamo pensare che basti sostituire il gas con il fotovoltaico per risolvere tutto. Serve un mix energetico realistico, che garantisca sicurezza, sostenibilità e continuità. E servono politiche coerenti: non possiamo chiedere alle imprese di decarbonizzare mentre le lasciamo sole con costi più alti della concorrenza europea.
C’è anche un tema sociale, quello della povertà energetica.
Sì, ed è molto serio. In Italia ci sono sempre più famiglie che fanno fatica a pagare la bolletta, che tengono la casa più fredda o evitano di accendere il riscaldamento. È un tema che non può essere ignorato: dietro ogni cifra ci sono persone, non solo conti economici.
Se dovesse riassumere la priorità per il 2025, quale sarebbe?
Rimettere ordine. Ridurre le rendite, liberare le reti, favorire l’aggregazione tra operatori e tornare a una logica di lungo periodo. L’energia non può essere ostaggio di lobby o slogan politici. Deve tornare un servizio essenziale, gestito con competenza e rispetto per cittadini e imprese.
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