Il lavoro che verrà: tra futuro digitale e sapienza artigiana
di Matteo ScolariC’è una domanda che, più o meno consapevolmente, attraversa le aule scolastiche, le sale riunioni, gli uffici pubblici, i capannoni delle PMI e i laboratori hi-tech: che fine farà il lavoro?
Sparirà, si trasformerà, si frammenterà. Cambieranno le mansioni, i contratti, le priorità. Ma il lavoro resterà. Perché non è solo un mezzo di sussistenza, è un atto di senso, una forma di appartenenza alla società.
Quello che sta cambiando, e molto rapidamente, è il modo di lavorare, i saperi richiesti, il valore delle competenze trasversali, la centralità delle scelte personali. E forse il cambiamento più grande è che oggi non basta più sapere fare una cosa: serve anche saperla spiegare, condividerla, adattarla, migliorarla, immaginarla nuova.

Le testimonianze raccolte da Focus Verona Economia in vista del Premio Innovazione 2025 lo raccontano con voce corale. Enrica Ronchi, CEO di InJob, ha descritto un mercato del lavoro sempre più candidate-driven, dove i giovani scelgono le aziende — non solo per lo stipendio, ma per i valori che rappresentano. Antonio Faccioli, per Edulife, ha ricordato che la vera rivoluzione non è solo tecnica ma culturale: bisogna preparare persone capaci di leggere i dati, sì, ma anche le relazioni. Allo stesso modo, i ragazzi dell’ITS Red Academy progettano capannoni sostenibili e quelli del Meccatronico cuccette smart e flussometri intelligenti, mescolando manualità, ingegno e intelligenza artificiale.
Tutti, in modi diversi, ci dicono la stessa cosa: il futuro richiede nuove professionalità, ma non si costruisce senza portarsi dietro la solidità del passato. L’artigianato, la sartoria, la meccanica, il pensiero matematico, la precisione tecnica non sono superati: sono le fondamenta da cui partire per innestare l’innovazione.

Oggi serve un’alleanza tra saperi antichi e strumenti nuovi, tra generazioni che hanno vissuto il lavoro come stabilità e quelle che lo vedono come mobilità, flessibilità, scelta. Serve contaminazione tra scuola e impresa, tra educazione e tecnologia, tra sapere e saper fare.
Non si tratta di sostituire l’umano con il digitale, ma di amplificarlo. Non di temere l’AI, ma di governarla con etica, visione, competenza. Non di cancellare i mestieri, ma di ridisegnarli: più creativi, più interattivi, più interconnessi.
Il lavoro che verrà avrà mille volti: quello dell’analista di dati e quello dell’operaio 4.0, della sarta che cuce cactus di stoffa e dello sviluppatore che programma un robot. Non sarà un futuro facile, ma potrà essere giusto, generativo, pieno di significato — se sapremo accompagnare i giovani non solo a trovare un impiego, ma a costruirsi una visione. E se sapremo farlo insieme.
Perché innovare, alla fine, è questo: non perdere la memoria, ma trasformarla in energia per andare avanti.
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