Lavoro per tutti.
di adminNon occorre scomodare l’articolo 1 della Costituzione italiana o studiosi, politici o sindacalisti, per capire cosa significhi “Lavoro per tutti” o “Diritto al lavoro”, tanto più che dire “lavoro” è come dire vita. Ciò, appunto perché, attraverso il lavoro e la relativa remunerazione, l’uomo, i cittadini, si provvedono di che campare. Lavorare è, poi, pure un dovere, verso se stessi e verso la società, talché, già San Paolo, morto all’incirca nel 66 d.C., nella lettera ai Tessalonicesi (2 – 3,10), scrisse accortamente che chi non vuole lavorare, neppure mangi. Niente di nuovo, quindi, nei nostri tempi, sulla voce “lavoro”, elemento importantissimo – in ogni èra – per l’uomo, ma di difficile creazione, specialmente, nel complicato momento, in cui viviamo. Il fatto grave è, invece, che molti, che hanno parlato e che parlano di lavoro, non hanno mai lavorato, mai saputo cosa significhi essere alle dipendenze, o mai hanno considerato cosa significhi rischio d’impresa, con le relative mille conseguenze. Doloroso, poi, è sapere che c’è chi lavoro cerca e non lo trova, e chi, invece, avendolo trovato, ma, non ritenendolo adatto a se stesso, lo rifiuta. Vero è che bisogna accettare il primo lavoro che si presenta… Ma, lavoro per tutti, dicevamo. Come non possiamo essere d’accordo su tale bellissima affermazione? Purtroppo, nessuno riesce a creare lavoro, se non vi sono le condizioni ad esso necessarie. Non vi sono riusciti il socialismo e tanto meno il comunismo sovietico, il comunismo ferreo dell’Est europeo, il comunismo cinese, il comunismo castrista, il socialismo latino-americano, il comunismo esportato in Africa, ecc., i quali, anziché realizzare evoluzione economica e ricchezza, e quindi, sia pure in qualche modo, benessere delle genti, hanno letteralmente immiserito popoli e popoli, al punto che, ancora oggi, gli stessi stentano a trovare soluzione ai loro problemi. Il lavoro non si crea a parole, ma, con i fatti. Non basta dire che tutti – ed è principio ottimo, dal punto di vista morale – devono avere un lavoro… Prima, bisogna realizzarlo. Ed unica soluzione per realizzarlo, è escludere vacue teorie e gettare le “basi” favorevoli, onde il lavoro nasca e prosperi. Siccome, poi, ci riferiamo anche alla mancanza di lavoro in Italia, con percentuali attuali da record, dobbiamo dire che le “basi” appena citate, per una forte crescita occupazionale, da noi mancano. Mancano, a causa di normative e di politiche fondate su concetti superati, in fatto d’impresa, nonostante che i tempi richiedano che le stesse siano cambiate, con una visione moderna, che tenga assolutamente presente anche che siamo dinanzi ad una globalizzazione stringente, che fornisce a prezzi stracciati e che rende difficile persino la vendita di prodotti d’alta qualità, per vendere bene la quale occorrono pure prezzi contenuti. E dire “contenuti” è troppo semplice per il produttore, il quale, per aprire e, quindi, condurre avanti la propria azienda, deve superare, ogni giorno, difficoltà, derivanti da soffocante pressione fiscale, da burocrazia antiquata ed infinita, da mancanza di credito e d’incassi e da altre problematiche, le quali fanno perdere la forza di aprire un’azienda e di continuare con la stessa. In tali condizioni, lodevolissimo è l’imprenditore che eroicamente s’impegna e continua nel suo lavoro, ma, che, dovendo operare in una rete difficilissima, anche in fatto di rapporti di lavoro, perde la spinta verso nuove iniziative, la spinta di ampliarsi e, quindi, indirettamente, di dare origine ad altri posti di lavoro. I quali, oggi, molto difficilmente, per l’insieme di elementi negativi citati, non solo costano troppo, facendo pagare molto al datore di lavoro e facendo incassare poco, invece – siamo al noto cuneo – al dipendente, sempre a causa della tassazione di quanto, al lordo, il datore di lavoro elargisce, ma, anche non possono essere a tempo indeterminato, troppe essendo la varianti, che, d’un tratto, possono attaccare l’impresa. Da circa vent’anni, tutto è cambiato e possiamo confermarlo, per avere provato la cosa noi stessi. Nel bene o nel male, un tempo, v’era più stabilità nell’economia, anche a livello mondiale – ci riferiamo ad economie sane, non intaccate negativamente da politiche errate – mentre oggi, basta un clic sul computer, per conferire all’economia, d’improvviso, aspetti terrificanti. Un’economia, che non ha regole scritte e che, per sua essenziale natura, produce occupazione, reddito e benessere, solo in uno stato di massima libertà, sebbene, non si possa essere contrari a contenute regolamentazioni. Ma, vi sono anche idee inveterate, che vanno sradicate e che creano discrepanze, nel modo del lavoro. Quando Karl Marx (1818-1883) scriveva, da giovane, sul “Giornale del Reno”, criticando i proprietari di foreste, che non permettevano ai poveri locali di raccogliere la legna da riscaldamento, aveva la massima ragione; partiva da un principio umanissimo, come umanissima era la sua posizione, successiva e negativa, sulla pessima situazione, in cui si trovavano i lavoratori – e i bambini-lavoratori – del tempo della rivoluzione industriale. Sfruttamento! Sfruttamento, umiliazioni, che abbiamo provato anche noi stessi, avendo lavorato, essendo controllati con l’orologio, dietro alle spalle… Quando Marx ed Friedrich Engels (1820-1895) criticavano il “capitale”, data la citata, pesante situazione del tempo, nei riguardi dei lavoratori, avevano certamente ragione, ma, tale critica non vale più, oggi… Certamente, un datore di lavoro deve pensare a salvare il proprio capitale e a moltiplicarlo – come, del resto, è cosa di tutti gli umani – ma, grazie all’evoluzione dei tempi, non pensa certo che ciò debba avvenire, sulle spalle del dipendente, avendo anche ben presente – la mentalità è cambiata – che un prestatore d’opera, bene considerato e correttamente remunerato, lavorerà più volentieri, conscio anche del fatto che, se l’azienda, cui egli dà le sue forze, produce, vende e guadagna, creando ricchezza, gli assicurerà l’impiego. Sarà compito del lavoratore fare in modo d’essere benvoluto e benvisto, facendo il proprio dovere, in base a contratto. Importante è che siano rispettate le norme, da ambe le parti. Quindi, il capitale, togliamocelo dalla mente, a mentalità, come citato, cambiata, e moderna, non sfrutta, ma, serve alla società, all’impresa per reinvestire e per ampliarsi, ove ve ne siano le condizioni, creando occupazione, e al bene di chi vi lavora o di chi ha bisogno di lavoro. Ha bisogno del capitale e lo ama, anche chi, a parole, lo disprezza…! Nel mondo del lavoro, dovrebbe esservi apprezzamento per chiunque costituisca un’impresa, per chi capitale investe, perché se l’azienda è vita per il datore di lavoro – oggi pieno di rogne – lo è anche per chi da essa trova di che vivere e per la società in generale. Originare ostilità fra datore di lavoro e il dipendente, la famosa lotta di classe, basata sull’odio, più per motivi di parte, che per la tutela dei lavoratori, non solo è oggi fuori tempo, ma, è anche superata da obiettivi elementi, in parte citati. Motivi, che non permettono di mungere all’esasperazione le aziende, che dovrebbero, quindi, per corretta amministrazione, riversare nuovi costi sul prezzo del prodotto finito in vendita, mandando a farsi benedire il cennato concetto di competitività. Ma, è fuori tempo anche il fatto che vi sia chi lavora molto e chi lavora poco…, percependo, quest’ultimo, magari, salario maggiore… Un fatto, questo, non certo democratico…
Né sono democratici lo sciopero e la pretesa, per sistemare un’azienda pubblica in sofferenza, il ricorso a denaro statale, perché derivante questo, ovviamente, dalle tasche dei cittadini e motivo di aumento del debito pubblico. Una vera soluzione al problema è data solamente dal fare in modo, che, con ogni tipo di corrette facilitazioni, sorgano nuove aziende, in grado di assumere chi, lo ridiciamo, disgraziatamente – e comprendiamo i problemi che, purtroppo, gli derivano – ha perduto il lavoro precedente. Non vi è soluzione migliore e nessuno può intervenire a renderla tale, nel nuovo tipo di economia d’oggi. Ci aveva provato il comunismo reale, quello dell’ex-URSS e dei Paesi “fratelli”, con il suo capitalismo di Stato, miseramente fallito, come sappiamo, per mancanza di capacità di originare valore aggiunto di qualità. Il lavoro non viene da cielo, viene dall’uomo, da chi sa impegnarsi, da chi sa correre il rischio, da chi sa investire, non da chi chiede cose impossibili, contrarie ad ogni principio economico, ma non mette a rischio del suo. Se, in Italia, abbiamo la disoccupazione appena sotto il 12%, non l’abbiamo per caso. Purtroppo, non è stata tenuta nella dovuta considerazione l’impresa, in base a teorie demagogiche e fallimentari, come evidenziato, che ci hanno ridotto a come ci troviamo. Non è stata promossa la preparazione professionale dei giovani, facendo finta, interessata, che all’uomo basti la cultura – elemento importantissimo, del resto, nella vita – ma, non fornendo almeno a parte dei giovani quella familiarità corrispondente alle esigenze pratiche e specialistiche delle aziende, talché ricordiamo che in qualche istituto professionale veniva insegnato, sommariamente il tedesco, onde i giovani, in mancanza d’un lavoro in Italia, lo potessero trovare in Germania – parliamo dei primi anni Settanta, quando, anziché promuovere l’impresa, la si paralizzava con gli scioperi politici, destinati a destabilizzare il sistema. Dinanzi a tutto ciò – qualcosa, in vero, in ordine al rapporto scuola-impresa, di recente, finalmente s’è fatto e si sta ora facendo – non converrebbe, e l’abbiamo suggerito più volte, mandare un funzionario nell’odiata Germania, il quale còpi rapidamente le normative tedesche sul lavoro e il metodo di preparazione dei giovani, visto che, colà, la disoccupazione è attualmente al 4,8% e dove la crescita costante dell’export pare senza limiti…? Tutto questo, ricordiamolo, è dovuto a importanti riforme, realizzate dal Governo (1998-2005) dell’accorto sindacalista socialdemocratico Gerhard Schröder, che, in tal modo, ha gettato le basi per l’attuale boom tedesco, persino criticato, per la sua troppa vivacità… E vediamo l’iniziativa americana di ridurre al 15% l’imposizione fiscale sull’impresa… Questo deve fare anche l’Italia, facciamolo, se non si vorrà vedere aziende migrare, per esempio, in Romania, dove, fra poco, si porterà l’imposizione fiscale sull’impresa al 10%, si danno 44.000.-€ a fondo perduto ad ogni impresa nascente, e dove, per aprire una società a responsabilità limitata, occorrono solo tre giorni… Copiamo, creiamo questo benedetto lavoro, sgravando l’impresa dai diversi lacci, trasferendo questi alla spesa pubblica, e aiutando chi intende istituirla… Il lavoro, l’occupazione non sono come le erbe invasive… Vanno seminati, sia che possano essere dati da nuove imprese italiane, che estere, le quali intendano, impiantarsi in Italia. Chiaro è che nessuno, neanche il più sinistro dei sinistri, che predichi il bene del mondo lavoro, o il più vicino al prossimo, in assoluto, intenderà, solo per creare lavoro, impegnarsi, sapendo che la situazione non gli è favorevole. I concetti economici, non hanno bisogno di difensori, si difendono da soli e lo dimostra il fatto, che capitali non vengono investiti in Italia, come sarebbe bene che fosse, non trovandovi essi le condizioni adatte. Il denaro, infatti, va a riparo dove si trova meglio e non dove pesanti fiscalità, soffocante burocrazia, rigidità nel mercato del lavoro, lentezze diverse e dove forte è la mancanza di incisive riforme ammodernatrici del sistema, riforme, peraltro, imposte, si badi bene, dai tempi in cui viviamo e dalla concorrenza internazionale. Tutti fattori-costi, che scoraggiano l’investimento. Non c’è tanto da sperare, quindi. O gettiamo basi concrete per una forte crescita, o aumenterà solo il debito pubblico, aggravato dai suoi interessi da pagare ai suoi portatori e dai pericoli, ch’esso può creare al sistema bancario. Dobbiamo modernizzare il Paese, con normative finanziarie ed economiche adatte, aperte al nuovo, con riduzione della spesa pubblica, cominciando dalle grandi remunerazioni, non dimenticando anche le piccole spese evitabili, che, accumulandosi, danno origine a cifre importanti. Non si può pretendere occupazione – di dare lavoro, senza farlo nascere – se non sradichiamo antiquati concetti, che la ostacolano, ben tenendo presente che o cambiamo in meglio, con ogni sforzo, o, chi ci osserva, avrà sempre meno fiducia nell’Italia, il cui debito pubblico, enorme e sempre in aumento, fa sempre più paura. Né di un euro basso e di un contenutissimo costo del denaro, derivanti dagli acquisti di titoli di Stato, da parte del saggio Mario Draghi, ha potuto godere l’economia italiana per rilanciarsi, mentre lo spread, torna minacciosamente a salire: siamo a circa quota 200 punti… Ciò, sebbene il quantitative easing sia tuttora generosamente in atto. Dobbiamo dare massimo respiro all’economia, per evitare ciò. L’impresa e l’occupazione – fattore importantissimo per la società e dovere principale dello Stato – devono trovare il terreno loro più adatto. Che solo la politica può porre a disposizione, eliminando concetti superati, non solo dal tempo, ma, dall’economia mondiale, nell’ambito della quale, ci si trova a operare.
Pierantonio Braggio
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