L’Italia e le svalutazioni

di admin
Vogliamo tornare ad un misero passato?

L’Italia può dirsi esperta in svalutazioni competitive, ossia, in quelle operazioni monetarie che, messe in atto, riducono ufficialmente il valore della moneta e danno respiro, di conseguenza, all’esportazione del paese svalutante. Parliamo di quanto si faceva al tempo della lira e più precisamente, negli anni 1981-1992, dopo che vent’anni prima, la lira godette, nel 1960, dell’Oscar del Financial Times, che la riconosceva come migliore valuta del tempo, atta ad eseguire pagamenti internazionali e a essere anche moneta di riserva, nelle banche centrali. Era, allora, governatore di Bankitalia Donato Menichella (1896-1984). Tornando alle svalutazioni, se queste permettono maggiori esportazioni e rivivacizzano (nel breve termine, ma, per un modesto periodo) l’economia interna – non è novità – rendono più costose, al tempo, le materie prime importate, necessarie a creare ulteriore valore aggiunto, da vendere, sia sul mercato interno, che estero, ma con il risultato che il relativo prodotto avrà un prezzo maggiore e, quindi, non competitivo…, ancorché di qualità. Si avranno, poi, prezzi interni più alti, stipendi e pensioni ridotti, quanto a potere d’acquisto, perdita di valore del risparmio accantonato ed altro… Se, poi, per disgrazia – quasi inutile dirlo – crisi economiche globali non creano domanda – cosa, che, in parte, sta accadendo – è ovvio, a priori, che una svalutazione non serve a nulla… Un riallineamento ha, dunque, vantaggi e svantaggi ed è segno, tuttavia, non positivo per qualsiasi economia, mentre la medicina atta a dare forza alla crescita, sono unicamente un costo del lavoro contenuto, un’imposizione fiscale moderata e snella burocrazia. Mario Draghi, con massima buona intenzione, sta immettendo moneta o liquidità, ma l’economia italiana ed europea stentano ad evolversi e a raggiungere il necessario tasso d’inflazione del 2%, quale indice di risveglio dei consumi interni, visto che non si può vivere di solo export… Il problema italiano sta soprattutto nella montagna di debito pubblico, che ci schiaccia, e in un complesso di riforme, che l’economia ha ancora reclama. Il debito paralizza gli investimenti in produzione, originando pressione fiscale o non possibilità di ridurla, cui s’aggiunge una pesante e paralizzante burocrazia. E qui, viene perduto di vista il concetto, per cui lo Stato dev’essere al servizio del cittadino, che lo fornisce di denaro, e non viceversa. Da molte parti, non si vuole l’euro, perché sotto il suo ombrello non sono possibili svalutazioni competitive – sebbene, in effetti, il valore della moneta unica si sia ridotto, grazie all’allentamento monetario della BCE – come previsto dal relativo trattato, del 1991, liberamente accettato e firmato da un’Italia, certo non preparata, allora, ad entrare nell’euroarea. Non preparata, a causa dei conti non ordine, i quali, invece, se bene tenuti, come ogni buon contabile deve fare, avrebbero permesso al nostro Paese e gli permetterebbero di godere di un propria buona economia, che è considerata buona solo quando il dare non supera mai l’avere…, come in tutte le famiglie in ordine… Non è un segreto che uscendo dall’euro svaluteremmo ed esporteremmo di più, ma abbiamo ben presenti le altre possibili conseguenze, fra le quali il fatto che l’effetto svalutazione sfuma nel giro di qualche anno? Se la Gran Bretagna potrà superare la sua uscita dall’Unione Europea, noi avremmo da superare anche l’uscita dalla moneta unica… Ce la faremmo? Per andare bene, senza pericolose uscite, dobbiamo porre in ordine i nostri conti, rispettando le regole dei trattati firmati, che chiedono solo di contenere la spesa pubblica, eliminare inutili rigidità e burocrazia, ammodernando il sistema.

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