In sacrificio triumphans… Ricordare i Caduti… È dovere dei vivi, cui tuttavia non è moralmente permesso d’esaltare l’eroismo dei morti, per coprire l’inutilità della guerra…

di admin
È la prima volta, nella mia vita, che la stampa mi ha offerto la possibilità di vedere confermato quanto ho sempre pensato su un tema particolare, che costantemente mi tormenta e che riguarda i seguenti quesiti. Ossia: i monumenti dedicati ai Caduti di diversi conflitti, monumenti che incontriamo disseminati in Italia e in Europa, rendono…

Sapevano i promotori dei detti monumenti o dei Parchi della Rimembranza – sicuramente in buona fede, essendo stati anch’essi sottoposti, per anni, a lavaggio di cervello dai governi, che la guerra hanno voluto – che i Ricordati, spesso gente di umili origini, erano stati costretti, a morire in un conflitto di aggressione, di conquista o di mantenimento di territori non dovuti, conflitto, quindi, ingiusto? Non v’è dubbio, che tali opere d’arte celebrative ricordino, e doverosamente, le vittime di una o più guerre, uomini e donne, rimasti sul campo, mentre gli stessi avrebbero potuto, al contrario, continuare, più o meno, tranquillamente la loro vita nelle loro terre, nell’intimità familiare o con le proprie amicizie. Li ricordano, tali monumenti, come uomini coscienti – ci ripetiamo – che quella guerra, che ha dato loro solo dolore e morte, fosse il mezzo migliore per dare ad una Patria “giusta” il meglio di se stessi. Caduti, alla massima parte dei quali, invece, la debolezza umana e l’egoismo politico e/o economico, ha fatto accettare come sincera la motivazione dell’imminente conflitto, addotta, in realtà, con inganno da principi, re, imperatori, dittatori e governanti, che hanno creato (e creano anche oggi) su misura la necessità, ben orchestrata, di scendere in guerra “per la Patria”, a scopi puramente personali o di partito, come molto spesso è accaduto. Dulce et decorum pro patria mori: sì, benissimo, bello e dolce è morire per la patria, ma solo per chi va in guerra non per costrizione, di sua libera volontà, come fu di Orazio…
Mi ha dato lo spunto, per queste ed altre, forse lugubri ed inutili considerazioni, l’articolo Onore ai Caduti di sempre, apparso su La Voce Scaligera 11/2013, Rivista dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, a cura di Gilberto Toffaletti. Il quale ha toccato, con parole accorate, il tema a me caro e del quale sto modestamente trattando. Caro perché chi ha perduto la vita in una guerra, l’ha perduta per volontà, abbiamo detto, spesso ingiustificata, altrui, senza poi essere più ricordato da nessuno – il monumento vale solo al momento della sua inaugurazione… e per l’occasionale turista, se, poi, questi si sofferma davanti ad esso – essendo importante, per scrivere storia, più il complesso susseguirsi degli accadimenti, delle atrocità, del sangue e della morte, che la vita dell’uomo, caduta drammaticamente nel nulla, in condizioni sempre terribili ed immaginabili, a causa degli eventi stessi. Summa summarum, Toffaletti ha inteso giustamente, quindi, ricordare le vite umane schiacciate dalla guerra, piuttosto che le sue cause – quasi mai accettabili – e il decorso del conflitto stesso. Ed è questo un fatto commovente: l’Autore pone, infatti, in primo piano il sacrificio di vite umane – grave risultato e costo della guerra – piuttosto che, come avviene quasi sempre, il fatto “guerra”, considerato spesso, fra l’altro, senza esaminare se esso (la guerra) abbia avuto o abbia almeno qualche motivo valido, che lo possa giustificare… Ché, poi, giustificare una guerra, con tutte le sue conseguenze, non è proprio facile…
Viaggiando in l’Italia e attraverso altri Paesi d’Europa, ci s’imbatte, assai spesso, in monumenti celebrativi o in lapidi-ricordo di vittorie o di eroi – ai quali va il nostro massimo riconoscimento, per il sacrificio, cui hanno ‘dovuto forzatamente’ sottoporsi – sui quali si legge Caduti per la Patria!… In altra parte, appare la scritta: In sacrificio triumphans…, ossia, attraverso il sacrificio, si raggiunge la gloria… Dinanzi a tali monumenti, mio fratello Paolo ed io ci siamo soffermati, ci soffermiamo e ci soffermeremo sempre attentamente, osservando le scritte e le interminabili elencazioni di vittime e riflettendo sul pesantissimo “numero” di queste ultime…, sul loro olocausto e sul loro terribile genere di morte, non trascurando la denominazione della guerra, a causa della quale ogni elencato ha perso la sua vita. Accade molto spesso che il numero dei Caduti, ricordati in un paesetto di poche anime, sia tale, che, per essere la località, appunto, di modestissima entità, sembri impossibile ch’esso abbia potuto privarsi di una sì forte schiera d’innocenti giovani…, che hanno avuto stroncata la vita, peraltro, in terre lontane e sconosciute…
Ci chiediamo sempre, dinanzi ad un monumento, come gli iniziatori di tale opera d’arte celebrativa – che tale spesso lo è, in verità – abbiano potuto fare apporre, certissimamente in buona fede, prima o sotto l’elenco dei Caduti, la dicitura, per noi dal contenuto quasi sempre non vero, per la Patria. Non vero, perché è umano pensare che nessuno di coloro, che ha perso la vita in un conflitto, sia andato al fronte con interiore piacere, magari sorridendo, confortato dalla convinzione di morire per la Patria, come appare inciso su certe lapidi da brivido, e perché sappiamo che troppo numerose guerre – qualcuno ne conta più di cinquemila, dall’inizio della vita umana – non hanno mai avuto la minima sincera giustificazione. Basta voltarci indietro e osservare la tribolatissima Europa di un non molto lontano passato, dove i conflitti hanno trovato una feconda straordinaria fucina e dove gli stessi sono stati combattuti, di massima, per idee bastarde e per esasperata ed inutile volontà di conquista di territori… Quanto ai giovani soldati, in guerre coinvolti e caduti – ci limitiamo, per economia di spazio, ai conflitti più recenti, accennando solo ai più noti e più ricordabili – chiediamoci, riflettiamo ancora profondamente, se gli stessi abbiano dato la vita, come si legge sui monumenti, per vero ideale di Patria o perché costretti da leggi e da imposizioni di governanti o, ancora, perché resi convinti della necessità d’opporsi ad un nemico da bugiarda propaganda dello Stato in guerra: sappiamo, per esempio, della Francia di Bonaparte contro tutta Europa e Russia (1796-1815), dell’Austria e della Francia a Marengo (1800), dei Savoia e di Napoleone III contro l’Austria (1848-1866); della guerra di Crimea (1853-1856), dell’Austria contro il Piemonte (1848-1866), delle guerre di Napoleone III alla Prussia e all’Austria (1859-1870); dell’Italia contro la Turchia, per la conquista della Libia (1911-1912); di Austria e di Germania contro Francia, Gran Bretagna e Russia, essendosi autocoinvolta, senza necessità, anche l’Italia (1914-1918); della Guerra civile spagnola (1936-1939), con l’intervento di varie Nazioni; di Mussolini, quindi, alla conquista dell’Etiopia (1935-1936); dell’alleanza con la Germania nazista dell’Italia e del Giappone (1936-1945), con aggressione all’Europa occidentale, alla Polonia (1939), all’Unione Sovietica (1941) ed all’Asia; della guerre maoiste in Cina e fuori di questa; dell’aggressione comunista alla Corea del Sud (1950-1953); dell’aggressione comunista al Vietnam del Sud (1960-1975); dell’aggressione sovietica all’Afghanistan (1979-1989), delle guerre etniche nei Balcani (1991-1995), e via dicendo… Accenni, questi, per porci ancora qualche domanda, sia pure fuori tema: con quale diritto, tutti i governanti che hanno iniziato tali guerre, hanno costretto i propri cittadini a trasformarsi in guerrieri e, peggio, quindi, in vittime innocenti? Quale lavaggio di cervello hanno esercitato i potenti sui propri cittadini, sulla necessità di fare guerra e di trasformarsi in vittime della stessa? Sapevano i soldati tedeschi, italiani e rumeni, mandati ad attaccare, nel 1941, l’Unione Sovietica, che la stessa non aveva dichiarato guerra né alla Germania, né all’Italia e che unico scopo dell’aggressione germanico-italiana era quello di conquistare il territorio sovietico sino agli Urali, uccidendo, per fare piazza pulita da ogni suddito di Mosca e per eliminare la già tribolata, locale, civilissima cittadinanza d’origine ebraica? Agiva spontaneamente per la Patria qualsiasi soldato di qualsiasi guerra, al comando di qualsiasi capo, avendo coscienza del fatto che per realizzare l’idea del capo stesso, s’accingeva a massacrare, quando non massacrava se stesso, gente innocente, come hanno fatto, con massima crudeltà, i soldati del giapponese Tenno in Cina (dal 1937) o di Hitler nell’Est europeo (dal 1939)?
Alla luce di tali modeste considerazioni, mi pare controsenso sostanziale dire, incidere su ogni monumento che i soldati, da esso ricordati, sono morti per la Patria, quando in guerra sono andati contro volontà, per costrizione e per condurre una guerra, diretta a distruggere popoli senza colpa alcuna… Infatti, morire per la Patria significa, dare la vita per “difendere” la propria terra e non essere, con brutali minacce, mandati al fronte, per portare morte e incontrare la propria… Ci riferiamo, per esempio, a reclutamenti dovuti, oltre che a guerre precedenti, alla cennata dichiarazione italiana di guerra all’Austria ed alla Germania, nel conflitto 1915-1918 – ci ripetiamo, lo sappiamo, ma è bene sapere – e agli attacchi, a partire dal 1939, della Germania nazista alla Cecoslovacchia, alla Polonia, alla Francia, al Belgio, all’Olanda, alla Danimarca, alla Norvegia, alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica e alle aggressioni mussoliniane alla Francia, alla Grecia, all’Albania, alla Jugoslavia, poi, occupate dai nazisti… Certamente, i soldati del Terzo Reich e del Regno d’Italia non sapevano quale fosse il motivo per il quale erano stati mandati a sacrificarsi, mentre il vero scopo era di portare martirio e morte a popoli colpevoli di nulla. Né avranno di certo pensato i soldati tedeschi ed italiani, in Russia, che la loro morte e la morte portata sarebbero esclusivamente servite, se non avessero i due criminali avuto avversa fortuna, a tentare di fare grandi le figure dei loro mandanti, Hitler e Mussolini. Premesso che ogni controversia fra nazioni dev’essere risolta pacificamente, senza conflitti, per il rispetto della vita umana, quelle citate sono state guerre senza fondamento, che hanno pure creato veri Eroi, cui va il nostro massimo ricordo, perché il soldato che muore nell’esecuzione di un ordine ricevuto è pur sempre un Eroe, ma non Eroe, caduto per la Patria, bensì a causa della Patria, perché la stessa Patria, che avrebbe dovuto rispettarlo e avere avuto cura della sua vita, l’ha tradito con la menzogna, inculcando in lui il concetto di guerra sempre giustificata, che, alla fine, gli ha causato la morte, fra l’altro, da inferno. Fra i numerosi monumenti, celebrativi di caduti in guerra, solo uno fra i tanti visti – con il suo aspetto e le sue parole, incise su pietra – esprime il principio dell’inutilità del forzato abbandono degli affetti familiari e della propria terra, con le sue tradizioni, da parte di modesti cittadini, ad essi strappati dall’abuso d’autorità dello Stato, per essere avviati a vernichten, eliminare, popoli interi. Ci riferiamo al regime nazista, fra gli anni Trenta e Quaranta, quando le citate aggressioni hitleriane, creavano strage, specialmente, nell’Europa orientale. Il monumento, che si erge modesto fra gli alti alberi d’un giardino, ubicato nel centro d’un paesino montano bavarese, presenta un giovane, in vestito civile, che additando con la sinistra le montagne, che circondano il suo paesetto, dice – non saranno le parole esatte, ma di esse il seguente è il senso – Ho abbandonato la mia terra, i miei monti, il mio paese…, quasi per continuare con la frase più che commovente ed al tempo terribile: per andare ad uccidere ed essere ucciso… Fu quando questo giovane ed i suoi commilitoni caddero, per esempio, a Stalingrado (1942-1943) – ricordiamo anche le vittime civili della città-martire, oggi Volgograd – o quando i giovani italiani, caddero nella sabbia a Tobruk (1941) o nella neve e nel sangue, a Nikolaewka (1942-1943). Caddero da Eroi… Da Eroi, per noi che li piangiamo con tutto il cuore…, ma non per chi gli ha costretti alla guerra. Perirono per una Patria traditrice, che, in realtà, nel caso italiano – costituita da milioni di cittadini, che non avevano alcuna voce in capitolo ed erano, come i soldati del Regio Esercito, costantemente sottoposti alla propaganda di guerra, con le sue falsità – non voleva certo eliminare dalla faccia della terra milioni d’europei, come era invece nelle intenzioni di Hitler. Eroi, dunque, sì, ma di una Patria che li ha traditi. Anche perché se esiste un esercito, questo deve servire, si diceva, a difendere la Patria e non a massacrare, senza pietà, popoli innocenti… E questo Mussolini lo sapeva… E sapeva anche che mandare l’esercito a combattere contro l’Unione Sovietica, per esempio, significava tradire non solo i giovani soldati, ma i migliori principi, sui quali deve basarsi il concetto di Patria e di vivere civile nel mondo.
Non crediamo che quanto sopra possa servire o sia sufficiente a a chiarire il concetto di “morti per la Patria”, tanto più che ha dato se stesso alla Patria anche chi dalla Patria è stato mandato in guerra, per una causa a propria insaputa ingiusta…, facendo così egli, comunque, il proprio dovere di cittadino, a ciò costretto da organi della propria terra… Ma, sempre andando per esempi, vedo più adatta la dicitura “morti per la Patria” – spesso, sento dentro di me tale espressione come canzonatoria nei riguardi dei Traditi – agli uomini che hanno contrastato, ed è solo un esempio, le aggressioni ed le occupazioni naziste e fasciste, dal 1939 al 1945, molti dei quali, provenienti anche da Paesi che, almeno al momento dell’intervento in Europa contro l’Asse, nulla avrebbero avuto da temere da parte di Germania nazista e di Italia fascista in guerra, ma che, comunque, hanno combattuto e sono caduti, per la sicurezza futura della propria Patria e della libertà. E non dimentichiamo coloro, che sono caduti per contenere l’espansione giapponese in Asia (1905-1945) e comunista nel mondo, dopo il 1945. Difficile è trovare, poi, in Europa un monumento che ricordi soldati americani e sovietici, o di altre provenienze, che per le loro Patrie e per salvare il mondo dalla strage mondiale, voluta dall’Asse, hanno affrontato la morte… Un monumento in tal senso, invece, l’unico, che abbiamo potuto vedere, si trova nel giardino cittadino di Cheb, Repubblica Cèca. Esso ricorda i soldati americani del generale George Patton (1885-1945), che liberarono la cittadina dalle SS, nel maggio 1945. Americani, inglesi e innumerevoli soldati, portati in Europa da altri Paesi del mondo, per combattere le dittature europee, meriterebbero maggiore ricordo – anche nei festeggiamenti del 25 aprile – perché, da eroi, come lo sono anche i Traditi, hanno fortemente contribuito, due volte, nel 1918 e nel 1945, a ridare la libertà all’Italia e al nostro continente…
A parte, la divagazione di cui sopra, in fatto di ricordo corretto dei caduti, bene e meglio esprime il concetto del quale abbiamo trattato, la frase, che si legge nel Museo della Guerra di Rovereto: “Il desiderio di giustificare l’ecatombe causata dalla guerra – ci si riferisce alla Prima Guerra Mondiale 1914-1918, ma l’espressione vale per i caduti di tutte guerre europee – spinge a celebrare l’eroismo con monumenti e celebrazioni, più che ricordare le sofferenze ed i costi del conflitto…”
Prima ancora di descrivere e studiare la storia delle varie, troppe guerre europee e, perché no, extraeuropee, ingiuste o giuste, che hanno schiacciato nel sangue e nelle rovine popoli e territori, pensiamo, dunque, ai milioni di caduti, anche civili, che le stesse hanno tragicamente creato. Vittime della parte amica e della parte nemica, livellate dalla morte… Come, riteniamo, voleva evidenziare lodevolmente Gilberto Toffaletti, nel suo articolo, sopra citato.
In sacrificio triumphans: avranno avuto la gloria nella morte, ma, intanto, hanno perso la vita nel sangue. Con la conseguenza terribile, per cui senza di loro, prive del loro affetto, sono rimaste, nel dolore e sconsolate, le famiglie, che le vittime furono costrette ad abbandonare.

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