L’euro non ha la colpa di tutto. Austria, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Olanda non si lamentano, l’Estonia vi ha da poco aderito e la Lettonia v’entrerà nel 2014…

di admin
Certamente, se non fossimo legati all’euro e non mettendo mano alle riforme, che l’economia moderna richiede, lo Stato potrebbe spendere di più, potendo svalutare, ogni qual volta si ritenesse necessario, come si faceva miseramente negli anni Settanta ed Ottanta e come molti ancora oggi vorrebbero.

Lo Stato stamperebbe moneta e/o, per esempio, acquisterebbe i suoi Buoni del Tesoro (Bot). Esporteremmo di più. Sarebbe anche questo un metodo, artificioso ed utile solo per breve tempo, per rimettere in moto l’economia e creare, come sarebbe sacrosantamente giusto, occupazione. Cosa che, in presenza dell’euro, non possiamo fare. Unica alternativa sarebbe uscire dal laccio dell’euro stesso: avremmo una nuova moneta super svalutata, forse del valore pari a 90 o 100 centesimi dell’attuale euro e le esportazioni volerebbero, con conseguenze più che positive per l’economia nazionale. Conseguenze, tuttavia, che, verrebbero certamente annullate o peggiorate, non si può prevedere sino a quale punto, anche dal fatto che una moneta svalutata ci farebbe costare eccessivamente le materie prime, di cui l’industria ha bisogno, perché per esportare, bisogna produrre, lavorando anche materiali di cui non disponiamo.
Mentre possiamo lamentarci fin che vogliamo dell’attuale situazione economica interna – senza dubbio, terribile e di difficilissima superabilità – non ci resta che adattarci all’euro. Che, a suo tempo, fu politicamente voluto, nonostante, anche allora, i gravi problemi di bilancio in essere, e che, peggiori, abbiamo in tasca. Unica soluzione per stare meglio nell’euro, è fare sì che lo Stato e gli enti ad esso collegati o derivanti riducano all’osso la spesa pubblica, per veicolare il risparmiato sull’economia, collegando ciò a quelle benedette riforme strutturali, che Europa e Enti finanziari internazionali ci raccomandano da sempre. La politica deve pensarci bene ed agire incisivamente, anche se quella attuale si trova sulle spalle un’eredità pesantissima da rimuovere, tenendo conto che, a suo tempo, appena garantitale l’entrata nella moneta unica, l’Italia ha ricominciato a spendere…, non osservando le sottoscritte e sagge norme di Maastricht.
Il fatto è che, a distanza di 21 anni dalla firma del citato trattato, la situazione nostrana è pesantissima, lo Stato spende, gli sprechi ci sono (non vanno solo tagliati, ma eliminati al completo), la pressione fiscale è effettiva è elevatissima (oltre il 50%), come elevato è il cuneo fiscale e l’imposizione sulle pensioni è la più alta in Europa – su una pensione modesta, si paga il 20,73%, mentre all’estero non si paga quasi nulla – e l’economia tende costantemente e paurosamente a flettere. Ci tormenta amaramente il diabolico problema della disoccupazione. Si sostiene che è tutta colpa dell’euro. Al momento di entrarvi, l’Italia non era in grado di aderirvi e si sa anche ora, cosa le relative regole, del resto, di normale buona amministrazione, chiedevano al momento dell’adesione e chiedono. Ora, facciamo un esame di coscienza sul perché la Germania, nonostante la crisi – considerazioni sull’attuale crisi, a parte – faccia surplus su surplus (nel 2012: 185,6 miliardi di euro, previsti in 200 per il 2014, cifre che sono segno d’alta competitività), sul perché Lussemburgo, Austria, Finlandia ed Olanda abbiano buone economie e basso tasso di disoccupazione e perché altri Paesi europei aspirino ad entrare nell’euroarea, come la Lettonia, che sarà con noi dal gennaio 2014 e la Danimarca e la Polonia, che sembrano interessate ad un’adesione. La Germania – alla quale si suggerisce di aumentare salari e pensioni! – sta raccogliendo i frutti di dieci anni di riforme, creando competitività per la propria produzione, sul piano internazionale: in merito, la Merkel – bella pretesa! – dovrebbe porre un freno alle esportazioni ed importare di più. Non riformare, significa togliere benessere ai cittadini e garantire continuità alla fragilità del Paese, che vede una competitività sull’estero modesta, un aumento della povertà all’interno e, particolarmente, al Sud. Certo, la situazione nella quale ci troviamo – debito pubblico (previso al 133% del Pil per il 2014!), che divora giorno per giorno tonnellate di denaro, che potrebbe essere riconosciuto all’economia, sotto forma di una fiscalità meno pretenziosa – è una pesantissima bisaccia che la politica d’oggi si trova sulle spalle, quale grave eredità, ma che la stessa deve, anche a danno della popolarità, incisivamente affrontare e contrastare, con interventi più ambiziosi. Così come suggerisce Bruxelles, che, in fondo, non pretende che l’amministrazione del buon padre di famiglia. Ci conforta sapere, intanto, che la Banca Centrale Europea continuerà a praticare il QE o quantitatve easing – acquisto di Titoli di Stato, con conseguente immissione di liquidità – anche se l’importante misura non può risolvere i problemi italiani e non può durare in eterno. Meno male, che agli istituti di credito italiani presentano, sembra, un buon grado di capitalizzazione. Ci sconforta pensare che anche la riduzione del tasso di riferimento da parte della BCE all’0,25% possa servire a poco per la nostra economia… Non ci resta che sperare in una politica costruttiva…
Quanto all’euro, dicevamo più sopra, non ci fu imposto. In breve, la sua storia ci spiega che esso fu saggiamente caldeggiato dall’allora presidente francese, François Mitterrand (1916-1996), che lo considerava non solo un mezzo di maggiore integrazione europea – peraltro ideato da Jacques Delors (1925), presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995 – ma anche un’opportunità d’inserimento d’una possibile Germania unita in una rete di Stati di solide basi democratiche. Se, per dare il consenso all’unificazione tedesca, Mitterand chiedeva, quindi, l’inserimento di Berlino nel futuro sistema euro, Helmut Kohl (1930), il cancelliere dell’unificazione, accettò la richiesta e, pur conoscendo la fragilità economico-finanziaria dell’Italia – debito pubblico nel 1999 = 113% e nel 2002 = 105% – la volle nell’eurosistema, perché essa era ed è uno dei Paesi fondatori dell’attuale Unione Europea (1957, Trattato di Roma). Avrà contribuito alla decisione anche il fatto che l’Italia, con le sue svalutazioni, rappresentava, e avrebbe rappresentato anche fuori dall’eurozona, per la Germania, una grande concorrente in fatto di esportazioni. Se oggi, comunque, ci troviamo con un debito pubblico ad oltre il 133% è perché non sono stati rispettati i precisi vincoli d’amministrazione e di bilancio, previsti dal Trattato di Maastricht. Una famiglia, infatti, che spende più di quanto incassa, sarà sempre in rovina e non saprà mai a quale santo rivolgersi, per risolvere la sua posizione debitoria. Comunque, un allentamento bene studiato della rigidità attuale delle “euro”regole, potrebbe essere di forte incentivo alla rinascita dell’economia europea e alla necessaria riduzione della disoccupazione.

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