“Rilanciare il federalismo per ridurre i costi ed elevare l‘efficienza” Bellati, Pelanda e Tosi in Confcommercio Verona: tema da riprendere

di admin
Il federalismo è su un binario morto. E, anche per questo, l’Italia rischia di deragliare. Occorre quindi ridare slancio al progetto di decentramento e “responsabilizzazione” dei centri di spesa pubblica, anche nell’ottica di rendere più appetibile il Paese agli investitori esteri.

E’ quanto emerso dal convegno “Federalismo contro la crisi: soluzione per salvare l’Italia” organizzato dalla sezione servizi di Confcommercio Verona che si è svolto nella serata di ieri, martedì 2 luglio, nella sala convegni – gremita di persone – della sede di via Sommacampagna 63/h dell’associazione.
Paolo Tosi, presidente della sezione servizi di Confcommercio e moderatore dell’incontro, ha denunciato che “di federalismo non si parla più, si è fermato tutto: stasera siamo qui per gettare una pietra nello stagno, bisogna riprendere il progetto federalista, il Paese è allo stremo”.
E Paolo Arena, leader provinciale della Confcommercio, ha sottolineato la progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della cosa pubblica, “negativa perché senza politica non c’è economia”. “Il federalismo responsabilizza – ha proseguito – occorre fissare costi standard e parametri per ogni Regione ma con il Governo Monti ci si è allontanati da questo obiettivo. E oggi, anche per questo motivo, si assiste a un’inaccettabile desertificazione del tessuto imprenditoriale”.
Dopo l’intervento del sindaco di Rovigo Bruno Piva (“il legame con Verona è molto forte, il dialogo tra le nostre due città è fondamentale per uno sviluppo comune”), il primo cittadino scaligero Flavio Tosi ha denunciato “l’insostenibilità di una burocrazia che ostacola le iniziative della pubblica amministrazione e frena le aziende, togliendo tra l’altro agli imprenditori stranieri la voglia di investire” e affermato che “fino a quando non ci sarà il decentramento amministrativo, le aziende continueranno a delocalizzare”.
Il convegno è entrato quindi nel vivo con la relazione di Gian Angelo Bellati, segretario generale di Unioncamere-Eurosportello Veneto che con slides e dati ha evidenziato i “costi del non federalismo” spiegando che “l’accentramento fiscale ha fatto schizzare il debito pubblico: non è colpa delle Regioni se l’Italia sconta un debito stratosferico, anche se ci sono regioni che sprecano”.
Tra le priorità indicate da Bellati, due punti che non richiederebbero alcuna modifica alla Carta: l’attuazione dell’articolo 116 della Costituzione che consente alle Regioni a statuto ordinario di acquisire ulteriori forme e condizioni di autonomia in vari ambiti, tra cui l’istruzione; e l’attuazione dell’articolo 118, in base al quale le funzioni amministrative debbono essere attribuite all’ente più vicino ai cittadini (in primis ai Comuni) secondo un criterio di progressiva ascendenza.
“Il processo federalista si è arenato – ha proseguito Bellati – con la conseguenza che l’Italia, rispetto a Germania e Spagna, presenta costi di funzionamento molto alti e una dotazione di personale pubblico largamente superiore a quella degli standard europei; i Paesi federali hanno costi di funzionamento inferiori anche perché i dipendenti pubblici seguono un criterio di competenza di spesa”.
Applicando il modello tedesco, il sistema-Italia risparmierebbe tra i 25,7 e i 49,5 miliardi di euro, ha puntualizzato il segretario generale di Unioncamere.
Bellati ha poi illustrato la graduatoria dei costi della pubblica amministrazione: il Veneto è la regione più virtuosa dopo la Lombardia; nel triennio 209-2011 ha registrato in media un residuo fiscale di 19,8 miliardi di euro mentre è ai livelli più bassi per evasione fiscale. In Italia, ha concluso, le Regioni trasferiscono all’amministrazione centrale un terzo delle tasse, in Germania solo un decimo.
L’economista Carlo Pelanda ha sostenuto che “l’Italia è ferita ma non morta, anche se un terzo delle persone non riuscirà a “ricostruire” i livelli di consumo precedenti alla crisi”.
“Il pregio delle imprese italiane, piccole ma reattive e innovatrici, è la capacità di fare rete e questo le fa resistere. Ma i tempi per la ripresa saranno lunghi, quindi non bisogna illudersi”.
Pelanda ha quindi illustrato la sua ricetta per salvare l’Italia: impiegare una parte degli immobili pubblici alienabili – stimati in 400 miliardi di euro – e le partecipazioni statali – valutate 200 miliardi – in funzione di riduzione del debito. Per valorizzare questi asset e reperire la liquidità necessaria per abbattere lo stock di debito, Pelanda ritiene vada creato un fondo interamente di proprietà statale al quale conferire il patrimonio alienabile. Il Fondo sovrano multi-comparto verrebbe diviso in tre blocchi (immobiliare; azionario; licenze, concessioni e brevetti), ciascuno con un proprio regolamento e organizzazione gestionale.
Duplice l’obiettivo dell’operazione: reperire liquidità da trasferire immediatamente al Tesoro in funzione “taglia debito” e valorizzare nell’arco del tempo il patrimonio pubblico, ricavando rendite nell’ordine di 15-25 miliardi annui.

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