ultima chiamata Tu da che parte stai?
di adminLO SPETTACOLO
Tutto lo spettacolo è costruito sul filo del telefono, a cui è appesa la vita di tutti i personaggi in gioco. Una telefonata che imprigiona il protagonista in una cabina telefonica, che si trasfigura in un moderno confessionale. Ma l’intera platea diviene scenario di imprevedibili accadimenti, portando il pubblico a chiedersi da quale parte stare.
Lo spettacolo è liberamente tratto dal film “Phone booth”, una pellicola quasi ignorata dal grande schermo, rivalutata poi nel circuito del videonoleggio. Dal film si è colta la situazione di base e lo sviluppo narrativo, mentre i personaggi e i dialoghi sono stati reinventati, sdoganando l’opera dal contesto americaneggiante del film per avvicinarla al gusto ed al sentire del pubblico italiano.
Il proponimento della piece teatrale è quello di intavolare un dibattito sulla credibilità del mondo della politica, reo di non operare negli interessi della collettività bensì secondo logiche ed equilibri interni al sistema stesso.
Si sono mescolati così i molteplici ingredienti di forma – proposti dal film – con quelli di contenuto proposti dal regista.
Ne esce uno spettacolo ad alta tensione che tiene gli spettatori incollati sulle poltrone sino alla fine, in una partita psicologica che smaschera le ipocrisie di questa società e mette a nudo le bugie su cui si fonda il nostro quotidiano.
“un duello telefonico
tra le ipocrisie del nostro tempo.
Tu da che parte stai ?”
LA VICENDA
Un giovane rampante del sistema politico italiano si intrattiene a telefonare alla sua amante da una cabina telefonica. Da quella cabina non potrà più uscire, in quanto tenuto sotto tiro da un cecchino serbo che vuole vendicarsi delle ingiustizie della nostra società.
Interverranno la moglie del politico, la polizia e altre figure protagoniste della vicenda. E tutta la platea diventerà partecipe del dramma.
“una cabina telefonica
che si trasforma in un
moderno confessionale”
LA REGIA
L’obiettivo di questo progetto teatrale è di EMOZIONARE, ossia riuscire a far provare allo spettatore forti emozioni tangibili, che non si aspetterebbe di provare in teatro.
La prima operazione quindi è stata quella di avvicinare i personaggi a quanto ciascuno di noi vive, con partecipazione, nel quotidiano.
La sfida è stata poi quella di creare uno spettacolo ad alta tensione che tiene gli spettatori col fiato sospeso sino alla fine. Non tanto per il fatto di assistere ad eventi dagli esiti imprevedibili, quanto piuttosto per sentirsi coinvolti intellettivamente nel duello psicologico definito dai due protagonisti, la vittima e l’assassino.
Il peso e lo spessore infatti dato ai due personaggi, il loro vissuto, le loro opere ed azioni (a)morali, li pongono su un piano paritario, tale da portare lo spettatore a chiedersi continuamente da quale parte stare: nessuno è innocente e nessuno è tanto colpevole da essere giudicato “il cattivo” contro cui prendere una chiara posizione su basi oggettive, se non basandosi su una propria e soggettiva visione della realtà in cui viviamo.
Idealmente e silenziosamente la platea si dividerà quindi tra coloro che sono dalla parte del politico e coloro che sono dalla parte del cecchino serbo. E vi saranno alcuni che – battuta dopo battuta – oscilleranno a propendere ora per l’uno ora per l’altro. La platea sarà percorsa da una “tensione” data da questa sorta di dibattito tutto cerebrale, una tensione palpabile che la terrà desta sino alla fine.
Ed ecco allora che per far sentire il pubblico ultroneamente coinvolto anche fisicamente – oltre che intelletivamente – lo spazio scenico in cui si svolge il dramma è imprevedibilmente esteso a tutto il teatro (palco, platea, eventuali palchetti laterali, …), andando ad avvolgere gli spettatori fagocitandoli nell’azione teatrale medesima.
Lo spettatore si sentirà dentro il dramma, con la testa, col cuore e con tutto il corpo.
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