Dalle crisi delle banche alle crisi dei governi

di admin
Erano anni che non si sentiva parlare di deficit pubblico.

Non perché non fosse un problema (soprattutto in Italia) ma perché passato in secondo piano. La crisi delle banche (e del sistema in genere) da un lato e i parametri di Maastricht dall’altro, avevano fatto volgere lo sguardo in direzioni diverse, finchè un giorno, un paio di mesi fa, ci si è accorti che la Grecia non solo sta sforando il rapporto deficit/PIL, ma che molto probabilmente non riuscirà ad interrompere la spirale che sta mangiando ricchezza, pur con tutti gli interventi che ha pianificato.
Quanti credono che tale rapporto possa davvero passare dal 12,7% di fine 2009 al 3% per fine 2012?
Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato greci e tedeschi è naturalmente schizzato ai massimi storici e la UE sta ragionando su come poter intervenire, pur dichiarando che la Grecia non deve sperare di scaricare tale barile sugli altri cittadini europei.
Con il 2010 anche i mercati finanziari hanno “scoperto” che esiste un problema di tenuta per alcuni paesi che si profila anche più grave della crisi delle banche, quindi scendono violentemente, dopo che per tutta la seconda parte del 2009 sono salite fregandosene dei rischi.
Chi si è fatto prendere dall’ingordigia o, peggio, chi ha semplicemente pensato che la crisi era alle spalle, oggi sta pagando 1 a 10 in termini di performance ogni centesimo che era riuscito a guadagnare nel 2009.
La Spagna entra nel mirino della speculazione dopo la Grecia. Questo recitano i giornali ed in parte è anche vero, ma chi sia l’uovo e chi la gallina è difficile dirlo, visto che anche la Spagna vede un deficit quasi al 10% del PIL.
La componente speculativa è sicuramente presente e non credo sia difficile immaginare che in primavera attacchi simili possano avvenire anche all’Italia che ad oggi si trova meglio posizionata rispetto a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, con un deficit su PIL inferiore al 6%, ma con meno chiarezza di intenti (e più spesa per interessi) di Francia e Germania.
 “Per forza l’euro si indebolisce!” dirà qualcuno. Giusto, anzi, noi ci aspettavamo questi livelli di dollaro già entro il 2009 e riteniamo che ci sia ancora spazio dalla parte del biglietto verde, ma questo movimento è solo dettato dal livello di deficit pubblico di alcuni membri UE? Sapete quanto pesa il deficit USA? Quasi l’11%, quindi?
Quindi il dollaro sale perché i debiti degli americani vengono costantemente finanziati dai risparmi dei paesi emergenti (finchè dura) e perché la ripresa USA sta lentamente risalendo la china, mentre quella europea è ancora al palo.
Paradossalmente i paesi che erano cresciuti di più negli ultimi 10 anni, sono oggi quelli che stanno rischiando di più: le entrate statali elevate, grazie ai tassi di crescita, sono finite in spesa pubblica che la crisi non consente più di pagare.
Cosa potrebbe avvenire se i tassi rimanessero bassi per aiutare la ripresa (cosa molto probabile) ma i rendimenti dei titoli governativi (tutti) salissero?
Niente di grave, di per sé, anzi già oggi i CDS (misura di rischio oggi più efficiente del rating) indicano un maggior rischio nei titoli di un paese rispetto ad un’obbligazione corporate, magari dello stesso paese. Ma se i maggiori interessi da erogare aumentano la spesa pubblica, dove si va?
Verrà buono l’allenamento dell’Italia che per decenni ha avuto a che fare con problematiche di debito pubblico e che quindi non si spaventa certo per “così poco”, ma pensate a paesi che mai hanno dovuto politicamente affrontare queste difficoltà. Può sembrare un paradosso ma è paragonabile al tema delle patologie finanziarie: da Mendella a Parmalat gli italiani (norme, attitudini, politica) da più di vent’anni si sono trovati a dover gestire dei possibili “pacchi”,
quando recentemente questi sono comparsi anche all’estero (vedi Madoff), gli stranieri hanno smesso di ridere e hanno cambiato atteggiamento nei confronti degli italiani.
Morale: la situazione è più difficile di quello che i mercati azionari rappresentavano nel 2009, le discese non sono finite e i rischi rimangono alti; le soluzioni per la componente obbligazionaria vanno in direzione delle migliori corporate, misurate rigorosamente con i CDS per quanto riguarda l’esposizione al rischio bilanciate con una scelta di governativi italiani per ottimizzare i rendimenti.
A tendere possibili arbitraggi acquistando Italia in caso di possibile attacco speculativo, vendendo paesi più forti.
Sul dollaro sempre positivi, ma attenzione a rimbalzi anche violenti generati da possibili esternazioni a favore di Euro.
Piano di rientro graduale sugli emergenti anche sulla debolezza.
Una chicca: sapete qual è il rapporto medio deficit/PIL degli Emergenti Asia e Latin American? 2,8%. Benvenuti nel patto di stabilità dell’Unione Europea! E meno male che erano paesi instabili.

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